Vaccino Pfizer, è utile allungare a tre mesi la seconda dose?

Uno studio su una rivista autorevole ipotizza una riduzione della mortalità se il richiamo è fatto a 12 settimane (e non ai 42 giorni attuali). Ma c'è più che una preoccupazione: è una simulazione, non sono dati reali
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Ritardare la seconda dose o non ritardare? Spostare il richiamo di qualche settimana o addirittura di tre mesi? Ora sono questi i dilemmi. Una decisione è stata presa poco più di 10 giorni fa. Lo scorso 5 maggio, infatti, il ministero della Salute ha dato il suo nullaosta allo slittamento della seconda dose dei vaccini di Pfizer e Moderna a 42 giorni, mentre in precedenza i tempi erano rispettivamente di 21 e 28 giorni. Stando al ministero, la somministrazione della seconda dose entro i 42 giorni dalla prima "non inficia l'efficacia della risposta immunitaria, considerando anche che la prima somministrazione di entrambi i vaccini a RNA conferisce già efficace protezione rispetto allo sviluppo di patologia Covid-19 grave in un'elevata percentuale di casi (maggiore dell'80%)".

 

L'obiettivo lo spiega il virologo Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e membro del Comitato tecnico scientifico: "Si è calcolato che così facendo si hanno a disposizione dosi sufficienti per proteggere velocemente circa 3 milioni di over 60, attualmente meno coperti dal vaccino ed esposti a significativo rischio di mortalità da Covid 19, pari al 3%".

Ora però si stanno valutando altre ipotesi, che spostano ancora più in là nel tempo il richiamo. Un recente studio pubblicato sul British Medical Journal, attraverso una simulazione, dimostrerebbe addirittura che ritardare la somministrazione della seconda dose del vaccino anti-Covid di ben 3 mesi, può ridurre la mortalità.

Conclusioni che non convincono la comunità scientifica per intero. Antonio Cassone, membro dell'American Academy of Microbiology, in primis. "Stiamo parlando di una simulazione e non di dati sperimentali reali - dice - una simulazione che prevede determinate condizioni che non necessariamente corrispondono alla realtà". Cassone, inoltre, ci tiene a precisare un dato: "Ottanta per cento di efficacia dopo la prima dose di Pfizer significa solo una cosa e cioè che su 100 persone a cui viene stata somministrata ce ne sono 20 che si ammalano". Questo significa che la strategia di ritardare la seconda dose aumenterebbe la finestra temporale in cui le persone che hanno ricevuto solo la prima dose rischierebbero di contagiarsi. "Non credo che convenga non completare l'immunizzazione di tutte queste persone per tre mesi, prendendo alla lettera uno studio basato su modelli e simulazioni - sottolinea Cassone- altra cosa è invece rimandare la seconda dose di qualche settimana, rispetto ai tempi inizialmente previsti. Aspettare dalla prima dose un mese e mezzo potrebbe essere giustificabile".

Per Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto Mario Negri di Milano, invece, la cosa più urgente è assicurarsi che la seconda dose, anche se inoculata più tardi di quanto inizialmente previsto, sia disponibile per tutti quelli che hanno ricevuto la prima. "Ritardare il richiamo del vaccino consente di proteggere almeno con una dose un numero maggiore di persone, e di farlo in meno tempo, il che è sicuramente un vantaggio, ma è fondamentale poi poter contare sulla certezza della seconda dose", spiega Garattini, secondo il quale bisognerebbe però basarsi sui dati reali che abbiamo a disposizione.

"Sebbene non vi siano delle evidenze scientifiche derivate dai trial di sperimentazione - afferma Garattini - possiamo seguire l'esempio inglese e i dati che derivano dall'applicazione reale di questo principio. Nel Regno Unito, infatti, dare precedenza alla somministrazione della prima dose ha portato a una protezione più ampia della popolazione e al controllo della pandemia". Secondo l'esperto, anche i dati che arrivano da Israele sono incoraggianti in questo senso. "Credo sia giusto procedere in questa direzione - dice ancora Garattini - perché ci consentirebbe di immunizzare in meno tempo una percentuale ampia di persone. Il fattore imprescindibile, però, è che vi sia poi la disponibilità dei farmaci necessari al richiamo. In Italia solo circa otto milioni di persone hanno ricevuto entrambe le dosi, una percentuale ancora troppo esigua per arrestare la diffusione del virus. Tutto questo ci dice che è opportuno velocizzare le campagne di vaccinazione, ma allo stesso tempo è necessario procedere con criterio.