Covid. Come gestire l'ansia del "Che vaccino mi faranno?"

 Il disorientamento e le notizie altalenanti generano paure. E fanno credere che immunizzarsi sia pericoloso
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L’ALTRO giorno ero in taxi a Napoli, e l’autista appena avviata la corsa mi ha domandato: dottò ma lei è vaccinato? E dopo il mio sì, ha aggiunto: con Pfizer?

E’, infatti, ormai subentrata in una buona parte della popolazione una diffidenza verso gli altri vaccini. Chi non può scegliere, ed è costretto a fare il vaccino AstraZeneca del quale non si fida, si può trovare in una condizione di stress, di forte disagio emotivo, anche con sentimenti di frustrazione e di rabbia, in quanto altri cittadini invece hanno potuto prenotarsi decidendo il tipo di vaccino.

Vaccini anti-Covid, come si calcola l'efficacia e perché è meglio non fare confronti

Ma se prima viene detto dalle istituzioni che un vaccino ha una protezione maggiore, poi si sospende l’AstraZeneca seppure per motivi precauzionali, poi si cambia più volte il target, e adesso arriva la notizia che la Ue non rinnoverà più il contratto, come si può pensare di non suscitare preoccupazioni, nonostante i dati molto positivi di efficacia e il successo dell’esperienza inglese?

Presi dall’entusiasmo politico-scientifico per l’avvio della campagna vaccinale, sono stati commessi errori di comunicazione, e non si è tenuto conto dei ragionamenti razionali di chi ha seguito le informazioni contraddittorie date dalle stesse istituzioni, e tantomeno si sono prese in considerazione le distorsioni cognitive che ciascuna persona può avere nelle sue scelte di non vaccinarsi o di non accettare quel tipo di vaccino.

Siamo, infatti, più colpiti da pochi eventi avversi rispetto ai tanti fatti positivi. Quando pensiamo all’AstraZeneca possono riaffiorare nella nostra mente le informazioni di alcuni casi di una rara forma di trombosi, con l’atavico istinto di sopravvivenza che spazza via i dati statistici, che ci confermano benefici di gran lunga superiori ai possibili effetti collaterali. Gli stessi mass media, con un sensazionalismo che alimenta le paure, hanno accostato eventi negativi accaduti a più persone temporalmente dopo la somministrazione del vaccino, senza alcun nesso logico-causale. A questo dobbiamo aggiungere anche una infodemia incontrollata sui vaccini per il Covid-19, in primo luogo sui social.

Si dovrebbe, inoltre, tener conto che tendiamo più ad evitare comportamenti attivi che ci possono creare un danno, anche se remoto, e consideriamo più accettabile essere omissivi, non fare nulla, in quanto se poi ci sarà un evento negativo abbiamo l’illusione di non essere stati noi a determinarlo.

Può subentrare anche una distorsione cognitiva legata alla temporalità: la puntura del vaccino mi può far male subito, il Covid-19 probabilmente non me lo prenderò. Peraltro, c’è da considerare che una delle motivazioni storiche della paura dei vaccini è data dal consentire l’introduzione nel nostro corpo di una sostanza “malata” anche se lievemente.

Una volta che il vaccino è stato iniettato non possiamo più controllare i suoi effetti, e questo può causare un senso di insicurezza, di vulnerabilità e di paura che porta all’evitamento, lo stesso meccanismo psicologico della paura di volare. Per alcuni si aggiunge anche la belonefobia, la paura degli aghi.

Infine, è anche subentrata una certa sfiducia nelle istituzioni, anche scientifiche, alimentata dai dibattiti tra illustri virologi con pareri contrastanti, dalle diverse ipotesi temporali sul richiamo dello stesso Pfizer, dai cambiamenti delle soglie di età per AstraZeneca, dalle differenze regionali, dalla velocità nella scoperta dei nuovi vaccini, dalla loro efficacia sulle diverse varianti.

Se poi una persona si autoconvince che il vaccino è pericoloso, può scattare un meccanismo difensivo di negazione dell’evidenza, e si vede solo ciò che si vuole vedere. Famosa l’espressione inglese “The elephant in the room”, raffigurata in diverse vignette con persone che tranquillamente parlano tra di loro nonostante la presenza di un elefante nella stanza.

L’emotività a volte batte la razionalità, ma quest’ultima è stata già messa in discussione dalle stesse comunicazioni contraddittorie. C’è bisogno di dare più scelta sul tipo di vaccino, di facilitare l’accesso per la somministrazione, di consentire un “premio” che potrebbe essere rappresentato dal Green Pass, e di migliorare i messaggi, più chiari ed univoci, partendo per quanto possibile da evidenze scientifiche condivise, per diminuire i bias cognitivi di chi non è convinto. Bisognerebbe saper ascoltare le preoccupazioni, spiegare e portare dati scientifici, affrontando l’emotività.

La campagna della vaccinazione per il Covid-19 durerà a lungo e in gioco è anche la salute psichica. Non dimentichiamolo.

Massimo Cozza è psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2