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L'amore cura, aprite le terapie intensive ai familiari

(afp)
L'appello dei sanitari: "Effetti positivi sui pazienti". Già prima della pandemia in Italia solo il 2% delle strutture per adulti, permetteva un accesso h24
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IN ITALIA  è da tempo diffusa l’idea che quando un paziente entra in Terapia Intensiva, la famiglia debba esserne allontanata. In antitesi a quanto registrato nel resto d’Europa, prima della pandemia, solo il 2% delle strutture per adulti, consentiva ai parenti di stare vicino ai propri cari h24. Il Covid, poi, ha ulteriormente inasprito le limitazioni, bloccando di fatto, quasi ovunque, l’accesso a genitori, figli, parenti e amici in quasi tutti i reparti, sia quelli di degenza ordinaria (maternità compresa), che nelle Rianimazioni Covid e No-Covid. Negli ultimi mesi, però, operatori sanitari e associazioni come Salvagente Italia (che ha lanciato anche una raccolta firme) hanno iniziato a denunciare che non è più tollerabile, né giustificabile, il distanziamento imposto tra famigliari e pazienti.

"Oggi non esistono motivi per impedire ai familiari di fare visita a un paziente ricoverato in Terapia Intensiva, Covid e No-Covid che sia. Semmai, è chi nega questa possibilità a doversi giustificare, eticamente e professionalmente", spiega Sergio Livigni, primario di rianimazione dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, dove, già dalla primavera 2020, i parenti possono stare accanto ai malati ricoverati in Terapia Intensiva a causa del virus Sars-Cov-2. Certo, chiarisce Alberto Giannini, primario della terapia intensiva pediatrica degli spedali Civili di Brescia, "è una decisione che comporta un impegno organizzativo considerevole, anche, ma non solo, alla luce delle difficili condizioni in cui lavorano gli operatori". Eppure, sottolinea, forte della sua lunga esperienza, essendo tra i maggiori sostenitori in Italia delle Terapie Intensive “aperte”, strutture di cure intensive dove uno degli obiettivi è l’abolizione di tutte le limitazioni non necessarie poste a livello temporale, fisico e relazionale, «è ormai evidente, documentato e misurato che quando una persona cara, sia essa un famigliare che un amico speciale, riesce a stare vicino al paziente ricoverato in Terapia Intensiva, il malato ne riceve incontrovertibili benefici. E i famigliari anche".

D’accordo con loro anche Maurizio Cecconi, presidente della Società Europea di Terapia Intensiva (ESICM) e primario dell’Humanitas di Milano e Paolo Malacarne, primario dell’ospedale Cisanello di Pisa: entrambe Terapie Intensive aperte anche ai familiari dei pazienti Covid. Per fugare ogni dubbio Malacarne sottolinea subito che "il timore che aprendo le Terapie Intensive si incrementi il rischio di infezione per i pazienti non è fondato. Lo dimostrano anni e anni di ricerca. Occorre comunque rispettare imprescindibili norme igieniche ed organizzative".

 

Porte aperte a Pisa, Torino, Milano

Esistono però importanti eccezioni che testimoniano come in realtà non sia necessario separare pazienti e familiari. A Torino, all’ospedale San Giovanni Bosco, "le terapie intensive hanno riaperto nell’autunno del 2020, ma alla fine della prima ondata si era già iniziato a favorire l’ingresso dei famigliari in alcune delle terapie intensive Covid, costituite per far fronte alla pandemia», racconta il primario Sergio Livigni, che ci tiene a precisare: "io non sono un imprudente, né uno sprovveduto. Mi è chiaro, semmai, che consentire l’accesso dei parenti in Terapia Intensiva faccia stare meglio il paziente e il famigliare". Per il San Giovanni Bosco, del resto, non è una novità: "Noi facevamo così anche prima, ora con il Covid chiediamo che le persone si sottopongano a tampone rapido e concordino telefonicamente gli orari e i giorni in cui intendono venire, per evitare assembramenti. Ma se qualcuno lo desiderasse, per motivi personali o perché il malato si sta aggravando, può entrare anche la notte". Inoltre, aggiunge «è sempre presente uno psicologo che possa sostenere sia i famigliari, che i sanitari, che si trovano a vivere esperienze molto forti e dolorose».

A Milano, "i reparti di Terapia Intensiva Covid dell’Humanitas di Rozzano hanno riaperto già nella primavera del 2020", chiarisce il primario Maurizio Cecconi. Ma in quasi tutti gli altri ospedali del capoluogo lombardo le porte sono, ad oggi, ancora chiuse. Da pochi mesi, talvolta, si fa un’eccezione per l’ultimo saluto.

All’Ospedale Cisanello di Pisa, da novembre 2020, il primario Paolo Malacarne ha acconsentito che i parenti facciano visita anche ai pazienti colpiti dal virus ricoverati in questi reparti, sedendosi accanto al malato per un’oretta, indipendentemente dal fatto che sia in coma o sveglio. Chi desidera entrare non è tenuto a sottoporsi al tampone, ma è sufficiente che indossi tre paia di guanti, la visiera e il camice. "Quando mi è stato domandato: “Ci sono motivi reali per cui i familiari non possono entrare in T.I. Covid mentre possono entrare il personale delle pulizie, i tecnici dell’Ospedale che aggiustano le attrezzature, don Luca, gli ambulanzieri che fanno i trasferimenti, i medici consulenti e i fisioterapisti?”... la risposta è stata semplice: no, non c’è nessun motivo. Perciò non avevamo alternativa: dovevamo avere un “sussulto organizzativo” e modificare il dogma della restrizione vigente e rendere fruibile l’accesso. Era un nostro dovere. Chiaramente, mantenendo alti prudenza e buon senso".

 L’altra rianimazione di Pisa, quella No-Covid, invece, non ha mai interrotto l’ingresso ai familiari. Come ci sono riusciti? "Abbiamo considerato i malati della Rianimazione come “particolarmente fragili e vulnerabili”, dizione presente in tutte le disposizioni ministeriali e regionali come motivo di eccezione al divieto di accesso ai familiari nelle strutture Ospedaliere - chiarisce il medico - Siamo riusciti a garantire sempre le dodici ore, ma abbiamo regolato meglio il flusso in modo da evitare assembramenti nella sala di attesa". In Toscana, inoltre, a fine dicembre la Giunta Regionale coordinata da Eugenio Giani ha approvato una Delibera che autorizza l’accesso ai familiari non solo in tutti gli ospedali, ma anche nelle residenze per anziani e in quelle per disabili, anche in quelle che hanno malati o ospiti Covid. "E’ stato un esempio di buona Politica che recepisce quanto di efficace c’è nella realtà e se ne assume la responsabilità", evidenzia Malacarne.

La pandemia

"All’inizio della pandemia la scelta di isolare i pazienti e chiudere le terapie intensive era ampiamente motivata e universalmente condivisa  -  torna a riflettere Alberto Giannini, degli Spedali Civili di Brescia. - Non avevamo sufficienti dispositivi di protezione, non avevamo spazi adeguati, il personale medico infermieristico non bastava e di questo virus non sapevamo nulla. Perciò isolare il paziente è stato il prezzo da pagare per contenere i contagi". Ma oggi, dice, "seppure riconoscendo l’eterogeneità delle situazioni che caratterizza ogni reparto e tra mille fatiche, la situazione è diversa". La sua rianimazione pediatrica è una di quelle aperte: i genitori accedono con il tampone e possono stara accanto ai piccoli malati, covid e no. Fare entrare i pazienti, sottolinea, non significa semplicemente aprire loro la porta. «I famigliari vanno accolti, accompagnati, sostenuti, rassicurati. A loro occorre dare risposte chiare, comprensibili e rispettose".

 

I benefici per il paziente

Giannini ci tiene a sottolineare che "la scelta di aprire le terapie intensive non è una concessione 'per buon cuore', ma rappresenta, invece, il riconoscimento e il rispetto di un bisogno e di un diritto fondamentali del paziente e dei suoi familiari". Per dirla con una battuta, "medici e infermieri non devono 'essere buoni' quanto, invece, 'fare buona medicina'. E possono farla solo tenendo in considerazione quello che ormai è assodato: la vicinanza tra malati e famiglia dà ad entrambi "dei benefici misurati e misurabili". Entrando nel dettaglio, a testimoniare che il malato sta meglio sono i marcatori ormonali di stress, che sono più bassi, poi la riduzione significativa del livello di ansia e delle complicanze cardio-circolatorie. "Dati recenti, inoltre, indicano che l’apertura della Terapia Intensiva riduce in modo significativo la comparsa di un problema psichiatrico molto importante (il delirium) che colpisce spesso chi è ricoverato in questi reparti", aggiung l'esperto.

La presenza del familiare, gli fa eco Paolo Malacarne, di Pisa, "è in moltissimi casi parte attiva della terapia. Quindi, negare questa possibilità può significare non dare al malato tutta la terapia necessaria". Questo vale specialmente durante questa pandemia: «i familiari presenti danno una motivazione forte al malato nell’affrontare cure che possono generare sofferenza: pensate alla ventilazione nei caschi per 18-20 ore al giorno, 12 dei quali passati proni. E nelle fasi di grande agitazione psico-motoria che accompagnano parti importanti del percorso di cura in Terapie Intensive, ci permettono di ridurre la somministrazione di sedativi".

Fa bene ai familiari

Non per ultimo, aggiunge Livigni, di Torino, «le terapie intensive aperte determinano importanti benefici anche ai famigliari». Molte ricerche, infatti, hanno provato che avere una persona cara ricoverata in Terapia Intensiva causa grande sofferenza: tra i familiari dei pazienti vi è un’altissima incidenza di ansia e depressione. Un terzo di loro, inoltre, sperimenta una condizione di stress post-traumatico, che spesso dura per mesi anche dopo le dimissioni del parente. "Consentire loro di stare vicino ai pazienti significa prevenire il manifestarsi di questi disturbi". E’ per questo che diverse Terapie Intensive hanno attivato ambulatori di follow-up non solo per i pazienti, ma anche per i famigliari.

 

I benefici per i sanitari

Inoltre, spiega ancora Livigni, «la chiusura è deleteria anche per gli operatori sanitari. In questa pandemia sono stati molti casi di burnout e depressione tra i colleghi, privati della corretta relazione di cura tra sanitario, paziente e famigliare». E poi, aggiunge Malacarne, ci sono i benefici sul modo di lavorare dei sanitari stessi: "la presenza dei familiari, anche quando i malati sono non coscienti, risulta essere un potente “controllo di qualità” sul nostro operato perché il familiare vede se e come noi “ci prendiamo cura”, “abbiamo cura” dei malati». Secondo lui, "questo elemento spiega come mai le denunce da parte dei familiari di malati che hanno avuto complicanze -o che sono deceduti- si sono di fatto azzerate da quando i familiari stessi hanno la possibilità di stare e vedere".

 

In Italia solo il 2% delle terapie Intensive sono aperte

Da vent’anni la medicina riflette su come “umanizzare” le cure. Gli specialisti hanno imparato che curare i polmoni, il cuore, le infezioni non è più sufficiente. Forse non lo è mai stato. È necessario prendersi cura del paziente in modo pieno, così come di tutto ciò che forma il suo mondo affettivo.Eppure, a differenza di altri Paesi europei, dove le Terapie Intensive Aperte sono una realtà consolidata, in Italia, anche prima delle limitazioni introdotte per contenere il Covid, "solo il 2 per cento dei reparti per adulti erano 'Terapie Intensive aperte' dove il familiare può entrare h24 e stare accanto al paziente. Nel restante 98 per cento, in media, erano concesse soltanto due ore di visita al giorno», puntualizza Giannini che ha coordinato lo studio. "Le Terapie Intensive pediatriche aperte h24 si fermano al 23 per cento. Nelle altre, in media, i genitori possono stare accanto ai piccoli solo otto ore al giorno".

Serve un cambiamento culturale

Secondo il primario di Pisa, "in alcuni ospedali non si consente l’accesso dei pazienti in terapia intensiva per pigrizia mentale e inerzia organizzativa". In base alla sua esperienza, "le più significative difficoltà si registrano all’inizio, quando da T.I. chiusa si comincia ad aprile la porta. Allora timori, ritrosie, difficoltà di relazione personale remano contro. Ma una volta prese le misure, meno del 10% del personale medico e infermieristico sarebbe disposto a tornare a lavorare in una Terapia Intensiva chiusa". Modificare lo status quo, però, non è facile. "Il cambiamento per medici e infermieri deve partire dalla testa -  dice Giannini.  - Deve cioè essere innanzitutto culturale, basato su ciò che la ricerca ci ha insegnato negli anni, e facendo quel passaggio che in altri Paesi è stato compiuto già da molto tempo".


All’interno della Siaarti, Società Italiana di Anestesia e Rianimazione, da questo autunno si stanno studiando quali cambiamenti possono essere attuati in terapia intensiva. "Consapevole dell’estrema difformità registrata sul territorio nazionale, la SIAARTI ha appena istituito un tavolo di lavoro con l’obiettivo di elaborare delle raccomandazioni che speriamo possano servire presto a regolamentare e favorire l'accesso dei famigliari nelle Terapie Intensive Covid e No-Covid - spiega Luigi Riccioni, responsabile del Comitato Etico della Siaarti. - Ci sono delle difficoltà, e sarebbe sbagliato sminuirne l'entità o negarne l'esistenza. Ma è altrettanto sbagliato egoistico ritenerle insormontabili. Direi che ormai nessuno è contrario alla apertura delle Terapie Intensive. Il confronto semmai è sul come".