Interventi chirurgici: se avete avuto il Covid, meglio posticipare di due mesi

Un intervento operatorio entro le sette settimane aumenta la mortalità di due volte e mezzo: lo studio su 116 paesi e oltre 140mila malati
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“Prima ti togli il pensiero, meglio è”. Un classico. Fino a un anno fa, così si sentiva ripetere chi era roso da dubbi e paure prima di entrare in sala operatoria. Ma oggi no, prospettive e timori sono diversi. Hai bisogno di un intervento chirurgico? Se non sei a rischio per patologia acuta, meglio aspettare.

 

In epoca Covid un’asserzione del genere suona strana. E mette ansia, viste le conseguenze, ormai documentate, di tempi di attesa per controlli e terapie dilatati sine die. Ma in questo caso prevale un altro ragionamento, frutto di uno studio recentissimo, secondo cui un intervento chirurgico, purché non urgente e quindi differibile, va realizzato almeno un mese e mezzo dopo l’uscita dalla positività Covid. Si stenta a crederlo, eppure, avvertono gli autori del lavoro pubblicato su Anesthesia un trattamento operatorio precoce è associato a un aumento della mortalità. I ricercatori hanno dimostrato che per i pazienti, la probabilità di morire è di due volte e mezzo maggiore se l’operazione viene effettuata nelle sette settimane successive alla diagnosi del coronavirus.

 

La ricerca ha coinvolto più di 25.000 specialisti di tutto il mondo che hanno fattivamente collaborato con il gruppo COVIDSurg per raccogliere i dati dei 140.727 pazienti esaminati in 1.674 ospedali di ben116 paesi, tra cui Australia, Brasile, Cina, India, Italia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti. Gli ospedali partecipanti hanno incluso tutti i soggetti sottoposti a protocollo chirurgico nell’ottobre 2020, mentre sono stati esclusi dallo studio i pazienti infettati da Sars-CoV-2 dopo l’intervento.

 

La misura dell’outcome primario era il decesso a distanza di 30 giorni dall’intervento, mentre per calcolare e correggere variabili operatorie e tassi di mortalità a un mese, per i diversi periodi di tempo dalla diagnosi di SARS-CoV-2 alla chirurgia, è stato utilizzato un modeling statistico dedicato. In chirurgia è stato il lavoro più ampio mai condotto a termine.

 

Tra gli autori principali Dmitri Nepogodiev e Aneel Bhangu, entrambi dell’Università di Birmingham. “Il consiglio che mi sento di dare è che, qualora possibile, l’intervento venga ritardato di almeno sette settimane dopo il tampone da cui si è risultati positivi al Covid, – ribadisce Nepogodiev - oppure fino a quando scompaiano quei sintomi che i pazienti hanno manifestato per 7 settimane o più dopo la diagnosi”.

 

Ancor più nel merito e per una attenta valutazione di equilibrio, si esprime Bhangu: “Le decisioni riguardanti la dilazione della chirurgia dovrebbero essere adattate a ciascun paziente, poiché i possibili vantaggi di un ritardo minimo di sette settimane, andrebbero sempre bilanciati con i potenziali rischi del ritardo. Per alcuni interventi urgenti, ad esempio nel caso di tumori avanzati, chirurghi e pazienti possono soprassedere a una dilazione temporale non giustificabile a causa della patologia di base”.

 

Ma vediamo i risultati. Il tempo trascorso dalla diagnosi di Covid fino all’intervento è stato di 0-2 settimane in 1.144 pazienti (0,8%), 3-4 settimane in 461 pazienti (0,3%), 5-6 settimane in 327 pazienti (0,2%), 7 settimane o più in 1.205 pazienti (0,9%), mentre 137.590 (97,8%) non avevano infezione da Sars-CoV-2. La mortalità a 30 giorni nei pazienti senza infezione è stata dell'1,5%. Questo ultimo dato è risultato aumentato, raggiungendo il 4 per cento, negli operati entro le prime quattro settimane dalla diagnosi e il 3,6 per cento tra la quinta e la sesta settimana, mentre la mortalità nel gruppo operato dopo 7-8 settimane si è rivelata sovrapponibile a quella dei pazienti negativi a Covid.

 

Per l’Italia hanno partecipato, oltre agli specialisti di 115 strutture del territorio nazionale, alcuni membri del Dissemination Committee, tra cui Salomone di Saverio (università di Varese), Gaetano Gallo (università di Catanzaro), Marco Fiore (INT di Milano), Francesco Pata (ospitale Nicola Giannettasio di Corigliano-Rossano, Cosenza) e Gianluca Pellino dell’Ateneo Vanvitelli di Napoli.

 

“La raccomandazione indispensabile nel momento in cui ci si accinge al ritorno a una vita quasi normale è di non mollare con gli screening rigorosi prima di ogni intervento chirurgico – insiste Pellino – e poi bisogna spiegare ai pazienti che in determinate condizioni l’attesa si rivela strategicamente più favorevole di un’operazione effettuata in tempi rapidi. Ovviamente, il discorso è diverso se si risulta negativi al tampone. Ed è doveroso insistere sulla vaccinazione, unico strumento attualmente disponibile a combattere la pandemia”.