"Così ho curato Francesco Totti dal Covid"

Monica Rocco, responsabile della Terapia Intensiva dell'ospedale Sant'Andrea, racconta la malattia del campione. "Piano piano l'ho visto guarire".   
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“VEDERE un campione come Francesco Totti stare male, steso a letto, sembra come guardare un mondo rovesciato. Capisci, quanto il Covid riesca a stendere anche un uomo forte e allenato. Un atleta nel pieno della sua forma fisica che improvvisamente diventa vulnerabile”. Monica Rocco, docente ordinario di Anestesia e Rianimazione all’università La Sapienza e responsabile del reparto di Terapia Intensiva all’ospedale Sant’Andrea di Roma, è uno dei medici che ha curato l’ex capitano della Roma e campione del mondo della nazionale italiana nella sua casa e lo ha condotto fuori del tunnel del Covid. E Francesco Totti l’ha ringraziata pubblicamente.

Febbre alta. Tosse. Forti dolori. Ansia di non riuscire a combattere la malattia. C’è voluto quasi un mese a Totti per guarire. Il virus si era insinuato in tutta la sua famiglia, dopo che nel novembre scorso si era portato via il padre, Renzo. “Mentre i suoi familiari per fortuna, si sono ammalati in maniera lieve, lui invece si è contagiato in una forma abbastanza aggressiva. Come lui stesso ha raccontato gli era stata diagnosticata una polmonite bilaterale e aveva la febbre a 40 gradi”, ricorda la professoressa Rocco.

Rianimazione, quel monitoraggio costante che salva la vita

La dottoressa del Sant’Andrea racconta quando una sera ha ricevuto la telefonata dal professor Alberto Zangrillo primario dell'unità di Anestesia e Rianimazione dell'ospedale San Raffaele di Milano che aveva in cura il calciatore. Dopo aver parlato con la famiglia per avere notizie sulle condizioni di Totti, il collega dalla Lombardia temeva che il campione si fosse aggravato, al punto da rendere necessario un ricovero in ospedale. “Tu sei un’esperta, hai lavorato in prima linea con i pazienti Covid fin dall’inizio. Vorrei sentire la tua valutazione”. Così, la dottoressa Rocco si è diretta nella villa verso il mare dove il campione abita con la sua famiglia. Lui era a letto da giorni, aveva la febbre alta e respirava a fatica. Poche parole tra i due. “Non aveva paura di ricoverarsi, mi diceva solo “dottoressa se dobbiamo andare, andiamo”. Un particolare che mi è rimasto nel cuore: nel suo momento di massima fragilità e di ansia, era lui a tranquillizzare la sua famiglia, la moglie soprattutto. Contagiata anche lei - ma le sue condizioni erano buone - è rimasta sempre accanto al marito tenendo sotto controllo la situazione e tenendo i contatti con i medici. Ogni giorno, quando non andavo a visitarlo personalmente, era con lei che parlavo per aggiornarmi sulle sue condizioni di salute”. Così sono iniziate le terapie. 

“L’ho visto migliorare di giorno in giorno, piano piano, farmaco dopo farmaco. Abbiamo applicato a Totti gli stessi protocolli di tutti gli altri pazienti comprese manovre come la pronazione per tenere liberi i polmoni che ormai tutti ci siamo abituati a vedere”, spiega la professoressa Rocco. Così anche Totti, è rimasto per giorni prono sul letto o con la schiena sollevata, sperando che i farmaci facessero effetto. “Un ulteriore peggioramento e sapevano tutti e due che doveva andare in reparto. Avevo più paura di lui. Gestire il paziente Francesco Totti, la sua popolarità, in un grande ospedale come il Sant’Andrea sarebbe stato complicato. I tifosi l’avrebbero accerchiato, pressato. Invece lui aveva bisogno di tranquillità. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, insieme, a rimanere nella sua casa”. Lentamente ha cominciato a respirare meglio, a ritrovare la forza di parlare senza tossire, “perfino il gusto di una battuta”.  Cosa mi è rimasto di questo rapporto con il paziente Totti? “La sua capacità di rimanere tranquillo per non spaventare ulteriormente la famiglia. Non è facile combattere la battaglia contro il Covid e non perdere la lucidità.Gli sono tutti rimasti accanto. Il giorno che gli abbiamo annunciato la guarigione con lui c’era la moglie. Mi hanno semplicemente detto ‘grazie dottoressa per averci fatto uscire da questo incubo’.  Qualche giorno dopo a casa mi è arrivato un pacco. Dentro c’era la maglia firmata dal mio campione finalmente guarito. Ora troneggia nella stanza dei miei figli".

 

 

Monica Rocco, responsabile reparto Terapia Intensiva dell'ospedale Sant'Andrea 

Il reparto di Rianimazione aperto ai familiari dei pazienti Covid 

La professoressa Monica Rocco, da quando è scoppiata la pandemia è rimasta nel suo reparto di Terapia Intensiva come in una trincea, con i letti raddoppiati nel giro di poco tempo e sempre occupati da un anno e mezzo. A gestire quattro reparti di Rianimazione: tre per i pazienti-Covid, l'altro per le emergenze e i post interventi chirurgici. C'erano 22 letti nel 2019, oggi sono il doppio. “Il Covid ci ha costretto a ripensare completamente il nostro lavoro di rianimatori, fin dall’inizio, ad esempio imparando subito a lavorare sui pazienti indossando quelle tute pesanti e praticando le tecniche di terapia intensiva con diversi guanti sovrapposti. E' stato difficile per noi abituati a toccare i pazienti continuamente. Ora è diventata la nostra routine"

Polmonite, l'importanza della riabilitazione respiratoria

 

 

 

Oggi ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, un’altra rivoluzione ha investito la Terapia Intensiva dell’ospedale Sant’Andrea. Come sta accadendo in altre strutture in Italia, il reparto di Rianimazione è stato riaperto ai familiari dei pazienti. Spiega la responsabile: “Per noi questo era fondamentale rinnovare l’alleanza terapeutica fra famiglia e operatori sanitari: il rapporto con i parenti fa parte della cura. Era impossibile continuare questo isolamento con il mondo esterno. All’inizio, per la paura del contagio, gli ospedali si sono chiusi a riccio, le Rianimazioni poi sono diventati mondi inaccessibili: i parenti salutavano una moglie, un marito, un figlio senza sapere quando poterlo rivedere. Oggi finalmente con tutto quello che abbiamo imparato e le vaccinazioni, possiamo fare un passo avanti, abbiamo riaperto il nostro reparto e ad ogni turno facciamo entrare un membro per famiglia (ne alterniamo due alla volta) con molte cautele. La vita dei pazienti e anche di noi medici e infermieri è cambiata. In meglio. La presenza di una persona cara riduce lo stress del paziente, gli dà forza". 

Il follow-up

Anche qui come in altri ospedali, i pazienti che sono stati ricoverati per Covid in Terapia Intensiva, una volta guariti, vengono richiamati per un follow-up. Soprattutto quelli che hanno avuto conseguenze più gravi e per cui è stato necessario ricorrere alla ventilazione meccanica durante il ricovero. Sar-CoV2 può infatti danneggiare non solo i polmoni colpiti dalla polmonite interstiziale, ma il forte processo infiammatorio può propagarsi a cuore e reni. “Studi scientifici internazionali hanno ormai confermato non solo che i sintomi persistono dopo la guarigione - spiega la responsabile della Terapia Intensiva - ma che una percentuale di pazienti ricoverati per Covid può avere, dopo le dimissioni, complicazioni cardiopolmonari che possono manifestarsi diverse settimane dopo la fase acuta. Per questo, ogni settimana seguiamo circa 20 pazienti: ad un mese dalle dimissioni facciamo una rivalutazione complessiva delle loro condizioni sottoponendoli ad un monitoraggio con esami funzionali, come la spirometria e un’ecografia toracica. A tre mesi facciamo una tac ai polmoni. Importante la riabilitazione polmonare che aiuta il recupero. Al di là del Covid questo follow-up ha funzionato anche come una sorta di screening perché durante gli esami abbiamo intercettato tumori, insufficienze cardiache e altre patologie".

La Terapia intensiva e la psicologia si prendono cura insieme

Ma c’è un altro monitoraggio post-Covid e riguarda l’aspetto psicologico dei pazienti che hanno vissuto il dramma del contagio, della malattia e del ricovero in Terapia Intensiva. “Sono proprio loro e i familiari a meritare un’attenzione particolare. Sono i più vulnerabili e a rischio di sviluppare stress psicologico”. Il trauma del contagio, la paura di morire, l’isolamento dai familiari, hanno un impatto negativo sulla salute di chi è stato malato di Covid e di chi gli è stato vicino: non di rado vediamo sintomi come ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi del sonno. Non solo tac e radiografie dunque, ma anche un follow-up psicologico, un servizio di assistenza (completamente gratuito) creato da un team di psicologi sempre dell’università La Sapienza coordinati dal professor Gianpaolo Nicolais, docente di Psicologia dello Sviluppo.

Il protocollo prevede che chi è stato ricoverato e torna in ospedale per la prima visita di controllo incontri per un colloquio anche l'equipe di psicologi che invitano a compilare due brevi questionari di screening per capire quanto lo stress dovuto alla malattia, abbia avuto conseguenze sugli equilibri personali e dell'intero nucleo familiare. Nel corso dell'incontro gli psicologici valutano insieme ai pazienti se avviare un percorso di sostegno psicologico. Spiega il professor Nicolais: "A diversi mesi dall'inizio dell'intervento psicologico, possiamo affermare che questo 'prendersi cura' è altamente apprezzata dai pazienti dimessi dalla terapia intensiva. Nel caso poi in cui sia evidente una condizione di sofferenza psicologica, si condivide l’opportunità di avviare un percorso di sostegno psicologico con un membro dell’equipe psicologica". Non solo. "A breve l'equipe di psicologici avvierà una serie di interventi rivolti anche al personale della terapia intensiva per valutare i livelli di stress accumulati da chi si trova a lavorare da molto tempo in una situazione di emergenza".  Per evitare che dopo aver combattuto contro il Covid, ci si chiuda in un nuovo isolamento.