Covid: le varianti non hanno cambiato i sintomi. Ecco a cosa fare attenzione

La malattia non è mutata, come dimostra anche uno studio su Lancet. L’unica differenza è che quella inglese colpisce di più i giovani con sintomi anche gravi
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Febbre, tosse, debolezza, dolori muscolari, perdita di gusto e olfatto. Sono i sintomi che abbiamo imparato ad associare al Covid-19 in questo lungo anno e più di pandemia, ma ora si legge su vari siti e giornali che i sintomi sono cambiati per effetto delle varianti. Si parla di dolori addominali, nausea, vomito, diarrea e una febbricola sotto i 38° C. Insomma, sintomi che ricordano molto un’influenza gastrointestinale. Ma è davvero così? Le varianti stanno modificando anche la sintomatologia del Covid-19? 

 

Proprio ieri The Lancet ha pubblicato uno studio dal quale emerge come nella variante inglese in realtà non siano stati riscontrati cambiamenti nei sintomi. “Nella mia pratica clinica ma anche dal confronto con colleghi di altri ospedali, la sensazione è che i sintomi siano sempre gli stessi - conferma Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma - il fatto è che si tratta di una malattia molto variabile, con sintomi e casi molto diversi tra loro, ma è stato così sin dall’inizio della pandemia. Infatti, alcuni soggetti hanno più sintomi gastroenterici, altri sintomi più neurologici e altri ancora sono più colpiti a livello dell’apparato respiratorio”. 

Un virus, tanti sintomi

Come si può leggere dal sito del Ministero della Salute, i tipici sintomi di Covid-19 sono febbre, tosse, mal di gola, debolezza, affaticamento e dolore muscolare. I casi più gravi possono presentare polmonite, sindrome da distress respiratorio acuto e altre complicazioni, tutte potenzialmente mortali. Anche la perdita improvvisa dell’olfatto (anosmia) o la diminuzione dell'olfatto (iposmia) e la perdita del gusto (ageusia) sono stati riconosciuti come sintomi di Covid-19. Altri sintomi meno specifici possono includere cefalea, brividi, mialgia, astenia, vomito e/o diarrea. Insomma, una grande variabilità.

Lo studio inglese

Un altro studio, stavolta pubblicato sul British Medical Journal, ha cercato di indagare sui cambiamenti dei sintomi. Lo studio è stato svolto dal Regno Unito su 19 mila persone tra il 27 maggio e il 4 dicembre 2020. Ne è emerso che il 40% dei pazienti non aveva uno dei tre sintomi considerati classici: febbre, tosse secca persistente o perdita del gusto e dell’olfatto. Non è detto, dunque, che un paziente Covid debba per forza manifestare tutti i sintomi. “La sintomatologia è molto soggettiva e dipende anche dalla comorbidità”, aggiunge Andreoni. “Un bronchitico cronico avrà una maggiore insufficienza respiratoria, un cefalalgico avrà più sintomi emicranici e così via”.

 

Ma è vero che si vedono meno pazienti che perdono gusto e olfatto? “Non mi sembra che sia così - risponde l’infettivologo - piuttosto teniamo presente che lo studio inglese è stato fatto tra la primavera e l’estate quando il virus circola di meno e con una carica virale inferiore, il che potrebbe spiegare il fatto che siano stati rilevati meno sintomi”.  Solo qualche piccola differenza nei sintomi emerge dal rapporto “Coronavirus (COVID-19) Infection Survey: characteristics of people testing positive for COVID-19 in England”, messo a punto in collaborazione con gli scienziati dell'Università di Oxford, dell'Università di Manchester, dell'agenzia Public Health England e del Wellcome Trust sono stati pubblicati sul sito ufficiale dell'Office for National Statistics.

 

Insomma, l’idea che le varianti stiano cambiando i sintomi della malattia non sembra plausibile al momento. “La variante inglese - continua Andreoni - ormai rappresenta il 90% dei nuovi casi in Italia, quindi è predominante e ci accorgeremmo se ci fossero sintomi diversi. In realtà, l’unica differenza rispetto alla prima e alla seconda ondata è che la variante inglese si manifesta più spesso nei giovani tra i 40 e i 60 anni con quadri che possono essere anche gravi mentre prima in questa fascia d’età era raro che un paziente finisse in terapia intensiva”. Nessun nesso allora tra varianti e sintomi? “Questi ultimi restano gli stessi ma stiamo sottovalutando che la maggior trasmissibilità della variante inglese implica che ci sia una maggiore carica virale. Ma prendere un virus che replica di più vuol dire avere una sintomatologia più grave anche nei più giovani”, risponde Andreoni.  

Se la malattia non cambia è positivo

Il fatto che a volte si rilevino sintomi più leggeri potrebbe essere dovuto ad una sorta di adattamento che il nostro organismo sta mettendo in atto? Insomma, non è che ci stiamo lentamente abituando al Sars-Cov-2? “La mortalità è ancora molto alta e ciò testimonia che il virus non si è ancora endemizzato e non ha ridotto la sua virulenza”, spiega Andreoni. L’unica differenza è che in alcune fasi di questa terza ondata la mortalità si è verificata tra soggetti più giovani, cosa che dipende anche dal fatto che fino ad ora abbiamo vaccinato soprattutto gli anziani e il personale medico”. Comunque, il fatto che i sintomi siano rimasti gli stessi è una buona notizia: “Diversamente significherebbe che la malattia sta cambiando, il che sarebbe preoccupante perché dovremmo imparare a conoscerla nuovamente”, conclude l’infettivologo.