Covid, la variante inglese è più contagiosa, ma non più letale

Due studi su Lancet confermano: carica virale più alta, ma la mortalità non cambia
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Più contagiosa ma non più grave o letale. In Italia la variante inglese di Covid-19, la B.1.1.7, è ormai all’86,7%. Ora due nuove ricerche hanno constatato che le persone che la contraggono non presentano sintomi peggiori o un rischio maggiore di sviluppare Long Covid rispetto a quelli infettati da un ceppo diverso. E’ l’alta concentrazione di carica virale nei tamponi ad evidenziare che è più trasmissibile, permettendogli di diffondersi più rapidamente rispetto al coronavirus originario rilevato a Wuhan nel 2019. Ma la mortalità non cambia.

 

Gli studi pubblicati su Lancet hanno raccolto dati fra settembre e dicembre 2020, quando la B.1.1.7 ha iniziato a diffondersi in Inghilterra, e ora forniscono importanti spunti e un aiuto concreto nella ricerca su questa e altre varianti di Covid-19, dopo che l’emergere di mutazioni ha sollevato preoccupazioni non solo sul fatto che possano diffondersi più facilmente ma anche essere più mortali e non sensibili ai vaccini sviluppati sulla base del ceppo originale.

 

Sinora i dati indicavano che B.1.1.7 è più trasmissibile, con alcune evidenze che suggerivano l’associazione a un maggior numero di ricoveri e di decessi. Però lo studio osservazionale sui pazienti negli ospedali di Londra svolto prima della seconda ondata, quando la pressione sul sistema sanitario non poteva influire sull’esito del trattamento, suggerisce che la variante non è associata a una malattia più grave o a una maggiore mortalità. E anche l’altro studio, basato sui dati registrati da 37 mila utenti sull’app Covid Symptom, non ha trovato prove che B.1.1.7 mostri sintomi alterati o maggiori probabilità di Long Covid.

 

L’articolo pubblicato su The Lancet Infectious Diseases è uno studio di coorte e sequenziamento dell’intero genoma del virus che ha coinvolto i pazienti ricoverati all’University College London Hospital e al North Middlesex University Hospital tra il 9 novembre e il 20 dicembre 2020. Tra 341 positivi, in 198 (58%) avevano la B.1.1.7: di loro, il 36% si è ammalato gravemente rispetto al 38% di quelli infettati da un ceppo diverso. I pazienti con la variante inglese tendevano ad essere più giovani, con il 55% dei casi sotto i 60 anni rispetto al 40% degli altri lignaggi. In base ai test Pcr eseguiti, i campioni di B.1.1.7 contenevano maggiori quantità di virus e per questo risultavano più contagiosi. Ma questo non ha influito sulla mortalità: fra chi ha sviluppato una forma grave, con la variante inglese i decessi si sono attestati sul 16%, con 31 casi su 198, rispetto al 17% degli altri, ovvero 24 su 141 persone affette da altre varianti.

 

“Uno dei punti di forza del nostro studio è il momento in cui è stato svolto, cioè contemporaneamente alla diffusione di B.1.1.7 in tutta Londra – spiega Eleni Nastouli dell’University College London Hospitals Nhs Foundation Trust – L’analisi della variante prima del picco dei ricoveri ospedalieri ci ha fornito una finestra di tempo cruciale per ottenere informazioni su come B.1.1.7 differisce in gravità o mortalità nei pazienti ospedalizzati dal ceppo della prima ondata. Il nostro studio è anche il primo nel Regno Unito a utilizzare dati di sequenziamento dell’intero genoma generati in tempo reale. Man mano che emergeranno sempre più varianti, l’utilizzo di questo approccio potrebbe aiutarci a comprendere meglio le loro caratteristiche chiave e qualsiasi ulteriore sfida per la salute pubblica”.

 

L’articolo uscito su The Lancet Public Health ha invece analizzato i dati inseriti da 36.920 pazienti sull’app per la ricerca epidemiologica Covid-19 del Regno Unito tra il 28 settembre e il 27 dicembre 2020. I risultati dei test e le segnalazioni dei sintomi sono stati combinati con i dati di sorveglianza della Public Health England per esaminare così associazioni tra la proporzione, la durata della malattia, i tassi di reinfezione e la trasmissibilità. “Grazie a questi dati abbiamo potuto confermare la maggiore trasmissibilità di questa variante ma abbiamo anche dimostrato che B.1.1.7 ha risposto alle misure di blocco e non sembra sfuggire all’immunità acquisita con l’esposizione al virus originale”, afferma la coautrice Claire Steves.

 

L’analisi non ha rivelato associazioni statisticamente significative tra il tipo o il numero complessivo di sintomi sperimentati fra una variante e l’altra. Il tasso di reinfezione è stato basso: solo lo 0,7% (249 casi su 36.509) è risultato nuovamente positivo alla variante inglese oltre i 90 giorni dal primo contagio. Anche per coloro che hanno sperimentato il Long Covid, con sintomi che persistono per più di 28 giorni, il coefficiente di correlazione è stato del -0,003. Tuttavia, gli autori hanno scoperto che B.1.1.7 ha aumentato il numero R di riproduzione di 1,35 volte rispetto al ceppo originale. Una stima simile a quelle di altri studi che hanno indagato sulla trasmissibilità della variante.

 

“La ricchezza dei dati acquisiti dall’app Covid Symptom Study ha fornito un’opportunità unica per cercare potenziali cambiamenti nei sintomi e nella durata della malattia associati a B.1.1.7 – afferma Mark Graham del King’s College – i risultati suggeriscono che, nonostante si diffonda più facilmente, la variante non altera il tipo o la durata dei sintomi sperimentati. Rassicura anche il fatto che i vaccini e le misure di salute pubblica si sono dimostrati efficaci contro la variante”.

 

“Questo studio conferma che la variante inglese ha maggiore trasmissibilità e ha contribuito in gran parte al forte aumento dei casi nel Regno Unito durante il periodo di studio così come alle terze ondate in corso nei paesi europei –, sottolinea Britta Jewell dell’Imperial College di Londra – tuttavia, Graham e colleghi raggiungono conclusioni leggermente diverse sulle differenze nei sintomi rispetto alle statistiche nazionali del Regno Unito, che riferiscono una percentuale maggiore di individui con almeno un sintomo in più rispetto a quelli non affetti da B.1.1.7. I ricercatori hanno comunque riconosciuto i limiti dell’utilizzo di dati auto-riportati per questo tipo di analisi, che potrebbe causare confusione e spiegare alcune delle differenze. Tuttavia i risultati suggeriscono che la variante inglese è simile agli altri lignaggi Covid”.