Covid, il dramma del sopravvissuto: "Io ce l’ho fatta, ma da solo"

Solitudine, sensi di colpa per aver contagiato i famigliari, paura: identikit di una sindrome. ormai diffusissima
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HA COMMOSSO la vicenda di Giuseppe Furino, ex campione della Juventus, la cui moglie è deceduta dopo essersi ammalata di Covid. "Mi sento in colpa – aveva dichiarato l’ex centrocampista bianconero - temo di averla contagiata io. Non mi do pace, questo è il mio senso di colpa infinito".

Non darsi pace, cadere nell’angoscia e sentirsi in colpa dopo aver superato un evento tragico condiviso con chi amiamo, mentre chi amiamo non ce l’ha fatta, è un fenomeno noto come senso di colpa 'del sopravvissuto' o sindrome del sopravvissuto. Ed è una condizione nella quale per via del Covid in tanti hanno rischiato e continuano a rischiare di cadere, in quest’ultimo anno. Perché tanti hanno visto, e vedono ancora coniugi, genitori, figli morire, mentre loro stessi vengono risparmiati dalla malattia. È un senso di colpa ma senza colpa, quello del sopravvissuto: chi ne soffre è come se avvertisse una sorta di ingiustizia capovolta, e come se non si sentisse meritevole di salvezza e si domandasse: perché io ce l’ho fatta e lui o lei invece no?

Di cosa parliamo

La sindrome del sopravvissuto è un fenomeno noto che alcuni inquadrano nel contesto del disturbo post traumatico da stress, e che, come si sa, non è nato con Covid. La definizione risale alla tragedia dei campi di concentramento della II Guerra mondiale, ma il concetto è stato poi studiato e si è esteso per descrivere gli effetti sulla psiche di altri fenomeni estremi condivisi: attentati, grandi catastrofi naturali, terremoti, incidenti aerei, e ogni situazione improvvisa e grave nella quale c’è chi ce la fa e chi no. "Parliamo di una sindrome centrata sul senso di colpa - spiega massimo Cozza, psichiatra e direttore del Dipartimento di salute mentale ASL Roma 2 – e che in fondo origina dal nostro essere naturalmente sociali: dall’inizio della nostra storia come specie tendiamo a stare con gli altri e a difenderci dai pericoli insieme agli altri – aggiunge l’esperto - Ci lega un’empatia sociale, che aumenta se l’altro è un nostro familiare. Quando condividiamo una tragedia con chi amiamo e lui o lei soccombe, infatti subentra un senso di colpa più intenso: ho fatto di tutto per salvarlo? potevo fare di più?". 


La pandemia


Con la pandemia, che ha colpito soprattutto all’interno delle famiglie, il senso di colpa del sopravvissuto può esplodere in maniera particolarmente fragorosa, dunque. “Esattamente – conferma lo psichiatra -. L’infezione da sars-cov-2 si trasmette soprattutto all’interno delle famiglie e un legame familiare interrotto è particolarmente devastante dal punto di vista emotivo. Ma ci sono anche altre specificità: nel caso del Covid tutto accade in maniera improvvisa, la progressione della malattia è veloce, non dà il tempo di elaborare la morte. Un altro elemento importante è che il Covid non permette di stare vicino al proprio caro nel momento più difficile, il che ancora una volta amplifica il senso di colpa. Ancora più estremizzante è stato poi non poter celebrare i funerali per diversi mesi. Tutto questo rende il senso di colpa del sopravvissuto più importante che non quello innescato da una perdita in altre circostanze, diverse dal Covid”. 

Una colpa irrazionale

Il senso di appartiene alla normalità della vita, ma nella sindrome del sopravvissuto è irrazionale, cioè la persona che ne soffre ritiene che ci sia stata una volontà o una omissione, cioè di aver fatto qualcosa che non andava fatto o di non aver fatto qualcosa che invece andava fatto. Ma non è così. "E' esatto, il che parlando di Covid significa pensare per esempio: non ho usato sempre la mascherina, non mi sono lavato sempre le mani, non ho rispettato la distanza interpersonale non mi sono sbrigato a far vaccinare i miei anziani e per questo la persona che amo si è ammalata ed è deceduta – spiega Cozza - C’è un irrazionale senso di responsabilità in assenza di responsabilità reale. Il Covid è una malattia infettiva, possiamo abbattere il rischio di contagio ma non azzerarlo”.

I sintomi e la durata

I segnali della sindrome del sopravvissuto possono variare, ma ci sono sintomi ricorrenti, oltre naturalmente al sentimento di colpa: l’ansia, uno stato di tensione costante, un senso di tristezza e di depressione e, in un crescendo di gravità, si possono avere disturbi del sonno, incubi, flashback (ricordi improvvisi e intrusivi) fino ad arrivare all’impossibilità di svolgere le semplici attività di sempre come lavorare, o avere relazioni sociali, entrando in una sorta di invalidità emotiva. “La sintomatologia di norma si attenua nel tempo, ma se i sintomi dovessero permanere, il problema diventa psicopatologico”, dice lo psichiatra.

Parlarne ed evitare l’isolamento

Che fare allora per evitare che il dolore per una perdita da fisiologico si trasformi in sofferenza  patologica? Il primo consiglio è tentare di non nascondere i pensieri negativi nella propria mente, di comunicare il proprio disagio parlando con le persone vicine: raccontare gli eventi può aiutare a reinterpretarli e ad arrivare alla conclusione che quello che si è fatto è quello che si poteva fare in quella precisa situazione “il senso della condivisione – spiega lo specialista - è provare ad arrivare alla consapevolezza che quanto accaduto non era nel nostro controllo e accettare il trauma: è accaduto e non potevo farci nulla”.

Se non ci si riesce da soli a uscire dal senso di colpa  ci si può rivolgere al proprio medico di famiglia, se con lui si ha un rapporto di vicinanza. “E quando il senso di colpa del sopravvissuto diventa grave e persistente si può passare ai servizi di salute mentale territoriale o a specialisti privati. Ma quello che deve essere chiaro – tiene a dire Cozza - è che abbiamo strumenti per intervenire, che sono principalmente due: la psicoterapia e la psicofarmacologia, e possono essere alternativi o utilizzati entrambi, a seconda del singolo caso”.

“Ci si aspetta un’impennata di disturbi mentali a causa della pandemia, la sindrome del sopravvissuto è uno di questi ma ovviamente non l’unico. Per poter dare risposte adeguate alla sofferenza psicologica provocata dal Covid sarebbe necessario implementare i servizi di salute mentale in tutti i paesi e l’Oms si è espresso esattamente in questi termini. In Italia abbiamo una rete di servizi di salute mentale pubblica diffusa in tutte le regioni, che però negli ultimi anni si è impoverita. Andrebbe rafforzata – conclude lo psichiatra - con nuove risorse, a partire da quelle umane”.  Non tutti potranno ricorrere a specialisti privati, soprattutto in una fase di difficoltà economica come è questa che stiamo vivendo. E contro la mancanza di lavoro e la conseguente mancanza di danaro non c’è immunità di gregge, la povertà non sparirà con i vaccini.