Covid: vi presento la variante inglese

La mutazione superinfettiva. La famiglia in quarantena. Racconto in presa diretta di un percorso a ostacoli
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IL PROBLEMA del coronavirus non è solo la fame d’aria, la febbre, il senso di spossatezza. Queste sono certamente delle questioni di primaria importanza. Vitali, senza dubbio. C’è però anche un sottobosco di disagi che consuma energie e rosicchia in maniera continuativa spazi e tempi di serenità mentale, anche quando febbre e saturazione non preoccupano più. Capita di sentirsi smarriti, confusi, agitati. E non è (solo) il virus che fa stare così o la sindrome da stanchezza cronica .La causa di questo malessere è imputabile a tutto ciò che gira intorno al virus e che, dopo un anno, non siamo ancora stati in grado di gestire. Se hai la sfortuna di imbatterti in un cluster di variante inglese, come è successo alla mia famiglia, le incognite e le difficoltà si riproducono repentinamente.


Il primo di questi problemi ha a che vedere con il difficile reperimento delle informazioni. Le disposizioni cambiano alla velocità della luce. E tu cittadino, ogni volta fai come il navigatore quando perde il satellite: "ricalcolo percorso, attendere prego". Memorizzi nuovi dpcm, nuove regole, nuovi colori. Il cervello fa fatica, mescola le carte, arranca.

 


Così quando hai il sospetto di avere il Covid o di essere stato in contatto con qualcuno che poi è risultato positivo, non sai proprio da dove cominciare. Vacilli. Chi chiami se sono le 12 del venerdì e il tuo medico non è raggiungibile fino a lunedì? Come ti curi? Ha senso spendere subito 120 euro per un tampone rapido in una struttura privata? (no). Come fai a contattare le Usca, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale? (spoiler: lo deve fare il medico di base, a patto che il servizio sia disponibile nella zona). … In pratica, chi ti può aiutare?

Sfiniti e disorientati

Ti senti come una barca in mezzo al mare, senza deriva e con le vele lasche. Sfido chiunque, a trovare subito indicazioni chiare, sintetiche e soprattutto inequivocabili. Le informazioni che riguardano il Covid corrono molto sui social, sui mezzi di informazione e poco, troppo poco, attraverso i canali ufficiali. Se inserisci su un qualsiasi motore di ricerca "Cosa faccio se ho sintomi Covid" e approdi sul sito del ministero della Salute viene fuori questa guida, che di concreto non ha nulla.  Ho fatto un giro sui siti delle varie Regioni: c’è da mettersi le mani nei capelli.

 

Mentre sei in quarantena o in isolamento come sopravvivi? Esistono dei servizi che portano a domicilio spesa e medicinali, ma non è immediato individuarli. Spesso l’unica speranza è riposta nella rete famigliare, nel sostegno offerto da amici o vicini di casa. Ma la solidarietà non è un diritto sancito dalla costituzione e gli aiuti non sempre sono disponibili.

Io ho avuto la fortuna di non ricevere solo beni di prima necessità, ma anche doni. Mia sorella, ad esempio, ha lasciato sullo zerbino un sacchetto di caramelle come quello che ci regalava la nonna da piccole. I nonni e gli amici, invece, tempere e pastelli per le bambine e poi album delle figurine, giornali, tulipani, un libro. Ma non è pensabile che si continui a rispondere con risorse personali a problemi che sono collettivi. Chi non ha una solida rete intorno o si trova in condizioni di fragilità come fa?

 

Quando hai il Covid attraversi diversi stati mentali: se va bene, passi dallo: "Speriamo di non morire" all’"Evviva, sono vivo". Salvo poi renderti conto che la tempesta non è passata solo perché la febbre è scesa e il respiro si è fatto regolare. I giorni che seguono ti senti strano. Stordito. Sei sopravvissuto, ma sei ammaccato. Non sai quantificare quanto questa condizione sia l’effetto del virus e quanto invece sia la conseguenza di un lungo periodo trascorso in casa, in abitazioni che non sempre sono castelli e che non sono sempre provviste di giardini e terrazzi.

Il mondo si fa più piccolo

"Cosa farete appena finirà la quarantena?", mi ha chiesto un’amica, al nostro venticinquesimo giorno di isolamento. Avrei voluto rispondere "Una corsa a piedi nudi sulla spiaggia, una cena con la mia famiglia, una gita in montagna con gli amici". Invece ho risposto: "Non lo so". Perché il Covid tiranneggia la nostra quotidianità, rimpicciolisce lo spazio, il tempo e…anche i desideri.

A differenza di quello che accadeva durante il lockdown di un anno fa, quando si litigava per andare a fare la spesa o portare fuori il cane, quando si è in isolamento per il Covid questa bramosia verso l’esterno si fa più debole. Silente. Alla fine ci si abitua a non uscire.

Il mondo ti entra in casa filtrato solo dalle voci del telefono e dai baffi blu di whatsapp. All’inizio ti prodighi per rispondere, poi perdi interesse. In realtà perdi interesse verso tutto quello che c’è fuori.

 

"Non c’è salute senza salute mentale", ripete da decenni l’Organizzazione mondiale della Sanità. E tu vorresti rispondere che ti metti volentieri in isolamento per interrompere la catena di trasmissione del virus, ma almeno qualcuno, che ne so, il Governo, la Regione, l’Asl, ministero della Salute, l’Istituto Superire di Sanità, il Cts, qualcuno, chiunque, ti aiutasse a gestire efficacemente tutto il resto. La tua salute mentale ringrazierebbe. Come fa a non essere evidente che una certa (dis)organizzazione sociale, politica e sanitaria rende fragile l’individuo, lo sottopone (inutilmente) a fattori stressanti e mina la sua integrità psichica, oltre che fisica?

I figli

Ognuno di noi, nella vita, ha sperimentato quanto sia difficile prendersi cura di qualcuno quando si sta male. La positività al Covid esaspera questa difficoltà: nessuno può entrare in casa a darti una mano, preparare un piatto di pasta, badare ai bambini che nel frattempo si autogestiscono come nella fattoria degli animali di George Orwell.

Le difficoltà – provo ad azzardare senza voler fare una gara tra poveri - sono maggiori laddove ci sono disabilità e fragilità oppure i figli sono piccoli e hanno bisogno di maggior attenzioni e supporto. Ho la sensazione che queste fatiche, individuali o famigliari, siano soffocate, ignorate o non riconosciute a livello collettivo.

Il rebus della scuola

Quando si registra un focolaio a scuola, se possibile, è tutto ancora più confuso. La scuola manda mail criptiche ai genitori. Ad esempio scrive: "Tenete i figli fiduciariamente a casa in attesa delle determinazioni dell’Ats". Cosa significa? Per capirci qualcosa ci vuole una certa abilità nel fare l’esegesi del testo e un paio di giri di quarantena di esperienza. La domanda ricorrente dei genitori diventa: "Allora possiamo chiedere il congedo Covid?" Scherzetto: il Governo ha dimenticato di estenderlo per il 2021, come hanno denunciato le attiviste di “Mamma di merda” qualche giorno fa. E quindi? Chi può lavori da casa (in bocca al lupo!) Oppure consumi le ferie ad infinitum. Chi non può? Silenzio. Ci sono sempre i nonni, il più efficace welfare del nostro Paese. Ma non si era detto che era meglio non mandare i bambini dagli anziani, che sono l’anello più fragile? Silenzio.

Intanto l’Ats potrebbe non palesarsi mai, perché è oberata. Trascorsi i 14 giorni si può anche tornare a scuola, senza certificato e senza tampone. E nessuno saprà mai se qualche alunno è un positivo asintomatico e porterà a spasso il virus in una catena senza fine.

Capire quando finisce il periodo di isolamento non è affatto semplice, specie da quando circolano numerose varianti. Uno studio condotto ad Harvard ha osservato che con la variante inglese si resta malati più a lungo e si è anche contagiosi più a lungo.
Nel frattempo, prima che il Ministero della Salute Italiano si esprima con più precisione, non è chiaro quanto si debba rimanere in isolamento in questo caso particolare. C’è chi dice 14 giorni, chi suggerisce 21. Nel nostra caso, la regia è affidata all’Ats, ma le informazioni fornite sono contraddittorie: ogni operatore dice una cosa diversa. Ad ogni modo, se hai bisogno di prenotare il tampone, non ti resta che aspettare la loro chiamata. Tu non puoi richiamare. E allora ti porti il cellulare anche in bagno: metti che siano loro. Ti chiamano per un figlio, ma per l’altro ti deve contattare un operatore diverso. "Signora, un po’ di pazienza". E tu aspetti. E speri. Perché capita anche che prenotino i test in luoghi diversi. Uno per ogni membro della famiglia. Nel frattempo tu ti candidi a scrivere il tripadvisor dei tamponi.


Poi arriva il giorno, e mentre ti avvicini al luogo dell’appuntamento, ti ripeti: "speriamo di essere negativo, speriamo di essere negativo". Lo pensi per altruismo, per non infettare anche altri. Ma anche perché altrimenti resti impigliato di nuovo nella ragnatela. Quanti giorni dopo puoi riprovare il tampone? E tua sorella ti porterà ancora la spesa… E le caramelle?

*Questo racconto è la testimonianza personale di una collaboratrice di Salute e non ha alcuna pretesa statistica