Gioco d'azzardo: si cura con il linguaggio

Uno studio scopre nel lessico dei giocatori compulsivi i marcatori linguistici del disagio emotivo e cognitivo. Sono le chiavi per costruire una  terapia narrativa capace di riabilitarli. Mentre crescono i casi nell’era Covid
 
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MI sono sempre sentito come risucchiato in un imbuto. Non dall’idea di vincere soldi, perché chi è giocatore da tanto tempo non pensa più a questo. Gioca e basta, perché ormai è diventato un automatismo». E ancora: «Non era un vero e proprio desiderio o un’emozione particolare: quando andavo a giocare avevo la mente completamente annebbiata. Quello che succedeva intorno a me non importava e anche se fosse caduto il mondo, sarei rimasto lì».

AUTOMATISMO. ANNEBBIAMENTO

Ci sono parole particolari, come queste, che ricorrono nei racconti nelle persone dipendenti dal gioco d’azzardo. In cui troviamo anche associazioni peculiari che esprimono sensazioni contraddittorie: rabbia-euforia, piacere-tristezza, ansia-ottimismo. E manca quasi sempre la declinazione dei verbi al futuro: caratteristica che è probabilmente indice e causa, allo stesso tempo, della difficoltà di pensare agli effetti sul domani dei comportamenti impulsivi. C’è, insomma, un lessico delle dipendenze. A individuare per la prima volta dei “marcatori linguistici” delle problematiche emotive e cognitive dei giocatori d’azzardo è stato un gruppo di ricercatori della Sissa di Trieste e dell’Università di Roma Tre, guidati da Stefano Canali e Francesco Ferretti, che hanno pubblicato i risultati del loro studio su Addictive disorders and their treatment.

Questi studi non sono fini a se stesse, ma possono portare a strumenti innovativi per trattare le dipendenze. Immaginiamo, per esempio, una App che proponga un test (di quelli validati, molto precisi e da pochi minuti) per valutare lo stato affettivo ed emotivo in un momento qualsiasi della giornata. L’App potrebbe anche analizzare i testi scritti sui social o nelle mail, per poi incrociare tutti i risultati (ovviamente ci muoviamo all’interno di un programma di riabilitazione, dove i partecipanti hanno prestato il loro consenso). «Un simile strumento potrebbe individuare lo stato emotivo del paziente e le sue condizioni ambientali associati alla dipendenza – cosa sta facendo, dove, con chi – e potrebbe fornire indicazioni per aiutarlo ad affrontare il momento acuto, per esempio proponendo esercizi cognitivi e comportamentali mirati ad attenuare il senso di craving, desiderio insaziabile, che sale quando lo stato emotivo negativo cresce», spiega Canali. Il grande vantaggio di un simile strumento sarebbe anche quello di fornire un profilo del paziente e del suo ambiente emotivo nella quotidianità: «Sarebbe possibile avere informazioni su situazioni di vita reale, molto diverse da quella in cui il terapeuta incontra il paziente nel proprio studio o al Sert  – continua il ricercatore – e potrebbe aiutare a capire quali elementi siano cruciali tra giocare e non giocare. Informazioni che i clinici non possono conoscere se non in forma mediata, cioè raccontata dai pazienti che spesso, quando si parla di dipendenze, si autoingannano».

TERAPIA NARRATIVA 

Lo scenario aperto da questo tipo di studi è, in realtà, ben più ampio e sta portando allo sviluppo di una vera e propria terapia narrativa: «I racconti – dice Canali – ci aiutano a ordinare le nostre esperienze e contribuiscono alle capacità di regolare le emozioni, di dirigere in modo volontario i nostri comportamenti, di agire in vista di obiettivi futuri desiderati: sono tra i principali strumenti attraverso cui noi modelliamo le nostre identità personali. Decidere se compiere o meno un’azione rischiosa dipende da come ci proiettiamo nel futuro».

Gli studiosi hanno osservato che saper fare delle narrazioni di sé con una buona coerenza narrativa – con nessi causali, temporalità e precisione – è più difficile nelle persone con dipendenze e depressione, indipendentemente dal livello di istruzione. E hanno osservato che il deficit narrativo sembra migliorare con il percorso terapeutico. Da qui l’idea di mettere a punto dei protocolli – cioè esercizi narrativi e di scrittura– per migliorare la coerenza narrativa e la capacità di proiettarsi mentalmente nel futuro, con l’obiettivo finale di migliorare anche l’autocontrollo. Tali esercizi hanno il vantaggio di aggirare il nucleo del problema, cioè la dipendenza, che crea sofferenza.

Per testare la possibile applicazione di questi esercizi narrativi e di scrittura, i ricercatori del gruppo di Canali alla Sissa di Trieste stanno per lanciare un nuovo studio pilota che coinvolgerà i servizi delle dipendenze a livello nazionale. Nessuno prima d’ora ha utilizzato questi modelli come strategie complementari nei percorsi di cura delle dipendenze, e bisogna testarne le potenzialità. «Le parole che un individuo usa quando racconta un fatto o si descrive riflettono i suoi stati psicologici, i tratti di personalità e anche gli eventuali sintomi di disturbi psicologici di cui può soffrire.  Per queste ragioni – conclude Canali – il racconto di sé rappresenta anche un’importante via di accesso ai processi emotivi e cognitivi da utilizzare sia nella ricerca sia a scopo terapeutico».