Covid-19 : la verità sulla vitamina D

Dall'inizio della pandemia c'è stata la corsa all'integratore, ma gli scienziati frenano: "Sono solo ipotesi"
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DALL'inizio della pandemia Covid-19 le vendite di vitamina D sono schizzate alle stelle. Alla base di questo comportamento vi sono alcuni studi che affermano che una sua carenza esponga maggiormente al rischio di contrarre il virus e, in particolare, forme gravi di Covid-19. Un atteggiamento, quello della corsa all’integratore, non suffragato però in maniera univoca dall'evidenza scientifica. Complice il passare del tempo, sono molti gli studi che hanno indagato il presunto legame tra severità del virus e livelli di vitamina D. Studi che però non hanno portato ad un risultato chiaro. Pensare infatti che la severità della malattia dipenda dai livelli di vitamina nel sangue è riduttivo. Covid-19, in questi mesi, ha dimostrato essere una malattia enigmatica. Attenzione però a pensare che gli integratori di vitamina D siano del tutto inutili in generale: la supplementazione, indipendentemente da Covid-19, assume un reale senso solamente quando la persona ha evidenti carenze.

Che cos’è e a cosa serve la vitamina D?
"Un nome, 5 diversi componenti. La vitamina D non è affatto un’unica entità. Tra le 5 differenti tipologie, quelle più importanti per la nostra salute sono l’ergocalciferolo, che viene assunto con il cibo, e il colecalciferolo, che viene sintetizzato dall'organismo. A dispetto del nome, la vitamina D è un vero e proprio ormone. Una delle principali sue funzioni è di fissare il calcio all’interno delle ossa.Senza di essa, il prezioso minerale non può accumularsi e la calcificazione delle ossa viene meno. Una sua carenza dunque espone maggiormente al rischio osteoporosi e fratture"


Come la si ottiene?
"A differenza di molte altre vitamine, la cui assunzione avviene per mezzo dell’alimentazione, la maggior parte della vitamina D necessaria viene prodotta dal corpo stesso a partire da un precursore. Per trasformarlo in vitamina D occorre però la luce del sole. Solo attraverso l’esposizione della pelle ai raggi solari - in particolare gli UVB - avviene la trasformazione di un precursore simile al colesterolo in vitamina D. Ecco perché basta stare alla luce del sole in media 15-20 minuti con la pelle scoperta di viso, braccia e gambe, per almeno tre volte alla settimana per “assumerne” la quantità minima. La restante quota di vitamina D necessaria è possibile assumerla anche attraverso la dieta: oltre agli alimenti “arricchiti a livello industriale”, i cibi in cui se ne trova di più sono i pesci grassi come il salmone, sgombro e aringa), il tuorlo dell'uovo e il fegato".

Covid-19 e vitamina D: a che punto siamo?
"Perché mai allora, vista la sua funzione di protezione delle ossa, la vitamina D dovrebbe giocare un importante ruolo nel contrasto a Covid-19? Le ragioni sono essenzialmente due: da un lato sempre più numerosi studi indicano che la vitamina D sia una componente importante nel guidare la risposta immunitaria, dall’altro un’ampia metanalisi pubblicata sul British Medical Journal nel 2017 ha dimostrato che in persone con carenza cronica di vitamina D, una supplementazione portava ad una riduzione significativa nel rischio di contrarre infezioni respiratorie. Ecco perché, partendo da queste considerazioni, gli scienziati hanno cominciato ad indagare il possibile legame tra carenza di vitamina e rischio Covid-19. Recentemente, uno studio pubblicato sulla rivista JAMA ha mostrato che su 27 mila persone con adeguati livelli di vitamina D, solo l’8% era risultata positiva al virus, contro il 12,5% (ottenuto su 39 mila individui) in persone con carenza di vitamina D. Un risultato importante, ma potenzialmente influenzato - secondo degli autor i- dal fatto che non si è valutata la reale concentrazione della vitamina al momento dell’infezione. Ecco perché, nonostante il risultato, risulta difficile stabilire il legame causa-effetto. Risultati analoghi, ottenuti su un campione molto ridotto, sono stati pubblicati in un altro studio su Plos One, ma sempre con grandi limiti. Ecco perché, alla luce di questi ed altre indagini, stabilire che modificare i livelli di vitamina D sia utile nel contrasto a Covid-19 non trova un parere univoco. Al boom di vendite di supplementi, non è affatto associata una prova concreta di significativa efficacia".

Quando si rende necessario assumere un integratore?
"Al di là del problema Covid-19, su cui occorrerà continuare ad indagare, la posizione della scienza circa la supplementazione di vitamina D è chiara: l’assunzione di un integratore si puòr endere necessaria nei neonati nel primo anno di vita, nelle donne dopo la menopausa, negli anziani dopo una certa età - la pelle riduce la sua capacità di sintesi -, e ai pazienti con osteomalacia o osteoporosi in cui la carenza è documentata attraverso un dosaggio nel sangue. Il valore soglia entro il quale vi è una carenza è pari a 20 ng/ml."

Un comportamento, quello dell’assumere integratori, sempre più di moda del nostro Paese: l’Italia è infatti la prima nazione per consumi in Europa. Eppure, assumere integratori in assenza di una documentata carenza, non trova alcun riscontro scientifico: un recente studio pubblicato dalla rivista Annals of Internal Medicine ha mostrato come i più assidui consumatori di vitamine e minerali hanno segnalato uno stato di salute migliore rispetto al resto della popolazione. Benefici non supportati però da una reale differenza nell’incidenza e nel decorso di più malattie come cancro, ipertensione, malattie coronariche, Bpco, asma, diabete, artrite, epatite e insufficienza renale o altre condizioni quali allergie cutanee o alimentari, reflusso gastroesofageo, raffreddore, rinite allergica, gola infiammata, nausea e vomito, problemi neurologici, distorsioni, mal di testa ricorrenti e dolore cronico.