Lo stress per il Covid fa male al cuore

L'ansia e la paura "frustano" il cuore, che non ce la fa e rischia l'infarto. Soprattutto nelle donne dopo la menopausa. Una specie di crepacuore indotto da emozioni: lo racconta uno studio su Jama
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Covid-19, l’infezione da virus Sars-CoV-2, “azzanna” il cuore. E non solo alterando per la reazione infiammatoria i meccanismi della coagulazione, con conseguente aumentato rischio d’infarto, e neppure infettando direttamente le cellule del miocardio. A volte, infatti, la semplice “presenza” della pandemia, con i timori che induce e la tensione che provocano le informazioni a ripetizione,  spesso contraddittorie, unite alla necessità di isolamento per frenare i contagi si riflette sul cuore. Come? Con uno stress intenso, che non si arresta. E può arrivare al punto che la scarica di catecolamine agisce come una vera e propria “frustata” ripetuta che si dà sulla schiena di un cavallo, facendo contrarre fino allo sfinimento le cellule del miocardio, che ne rimangono tramortite.

La cardiomiopatia da stress

Per molte persone, soprattutto donne, questo si traduce nei sintomi dell’infarto, nella corsa al pronto soccorso, negli esami che poi scoprono come le arterie coronariche non abbiano alcun limite al flusso di sangue. Insomma, si verifica il quadro della cardiomiopatia da stress, meglio definita come sindrome di tako-tsubo. A segnalare un’impennata di forme di questo tipo, seppure se in due soli centri dell’Ohio, è una ricerca recentemente pubblicata su Jama Network Open, coordinata da Ahmad Jabri della Cleveland Clinic. Lo studio ha messo a confronto l’incidenza di quadri di tako-tsubo durante la pandemia con la sua incidenza in date simili nel passato, considerando esclusivamente soggetti che non avevano contratto l’infezione da virus Sars-CoV-2.

 

I dati, relativi a poco meno di 2000 pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta (quindi con i classici segni e sintomi dell’infarto), sono stati tratti da soggetti ammessi nei mesi che precedevano immediatamente l’inizio della pandemia e nelle prime settimane della stessa, mettendo a confronto i numeri con quelli osservati negli stessi periodi degli anni precedenti. Durante il periodo pandemico, i due ospedali hanno registrato un numero significativamente maggiore di casi (siamo nell’ordine delle quattro volte) di tako-tsubo rispetto ai periodi pre-Covid: la mortalità non si è modificata, ma le degenze sono state più lunghe durante il periodo pandemico. Stando a quanto riportano gli autori della ricerca, questo aumento d’incidenza sarebbe da far risalire unicamente allo stress indiretto, psicologico, sociale ed economico, correlato alla pandemia.

Dallo stress alla tako-tsubo

“Nella sindrome di tako-tsubo la tempesta di catecolamine che si mantiene nel tempo porta ad un aumento prolungato di richiesta di ossigeno da parte delle cellule miocardiche, che alla fine portano il muscolo a “sedersi”, come accade ad esempio ad un maratoneta, spremuto fino all’ultima goccia di energia, che cade dopo il traguardo – spiega Claudio Cuccia, direttore del Dipartimento Cardiovascolare della Fondazione Poliambulanza di Brescia - adrenalina e noradrenalina prodotte dalle ghiandole surrenali in risposta allo stress portano danno al miocardio non per la formazione di occlusioni lungo le arterie coronariche, che in questa forma rimangono pervie, ma per una richiesta abnorme di energia da parte delle cellule miocardiche stesse. Questo meccanismo, oltre che da stress economici sociali ed emotivi, può essere legato a un lutto e si manifesta nei giorni immediatamente successivi alla perdita. Sul Giornale Italiano di Cardiologia  è stato recentemente pubblicato il caso di una donna, Covid positiva, che aveva vissuto il decesso del marito proprio a causa di Covid-19 e dopo poco tempo lei stessa ha sviluppato un tako-tusbo”.

 

Insomma: a prescindere dalla causa scatenante, diversi elementi concorrono a determinare l’intensa reazione di stress che si mantiene nel tempo ed è alimentata da una condizione di insicurezza e paura come quella legata alla pandemia, il fenomeno finale diventa una sorta di “crepacuore” indotto da stimoli emotivi, tali da determinare sintomi del tutto simili a quelli dell’infarto come dolore al petto o al braccio. La sindrome ha preso il nome orientale di tako-tsubo e colpirebbe quasi due persone su cento, soprattutto donne dopo la menopausa che hanno subito un grave stress recente (scippi, furti in casa, lutti improvvisi), ovviamente tra quante sono ricoverate per sospetto infarto. Il quadro provoca forti dolori al petto e addirittura alterazioni dell'elettrocardiogramma tipiche dell’infarto, con un ventricolo sinistro che assume un aspetto tipico, quello di un vaso panciuto e a collo stretto, da cui il nome tako-tsubo. In chi soffre della crisi anginosa, per fortuna, spesso  non rimangono danni perché la fatica della contrazione esagerata è sì sufficientemente grave da togliere energia al cuore, ma non abbastanza grave da determinare la morte delle cellule cardiache come avviene in un infarto ‘tradizionale’.

 

Non solo tako-tsubo, così lo stress attacca il cuore

“In termini generali, una forte tensione emotiva porta ad un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, due meccanismi che tendono a rendere meno stabile la placca aterosclerotica presente in una o più arterie coronariche – continua Cuccia - in questi casi si può andare incontro ad un infarto legato per esempio alla grande tensione che si accumula durante una partita di calcio, come ben spiegato in una ricerca condotta in una coorte tedesca in occasione della fase finale dei mondiali del 2006. Lo studio dimostra come un match molto combattuto e teso, soprattutto se in campo c’è la squadra del cuore, possa portare a triplicare il rischio di eventi cardiovascolari acuti nei novanta minuti, tra gli spettatori”.

 

A volte, infine, lo stress può portare addirittura alla “dissezione” della parete interna di un’arteria coronarica, che si “sfibra” per l’incremento di pressione improvviso ed acutissimo. Capita ad esempio per una ‘debolezza’ congenita della parete dell’arteria oppure dopo un abuso di cocaina, e di nuovo, in situazioni di particolare stress, come un lutto improvviso e grave: in quest’ultima popolazione, stando agli studi epidemiologici, l’infarto si manifesta sino a venti volte di più, sempre però nei pazienti a rischio cardiovascolare e nei primissimi giorni dopo l’evento scatenante.