Covid: il vaccino ci salverà?

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Quanto durano gli anticorpi? Quanto sono al sicuro gli ex malati? Quali sono le reazioni del nostro sistema immunitario di fronte al coronavirus. Domande essenziali per capire quando finirà l'incubo. Ecco le risposte possibili
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SU OLTRE 60 MILIONI DI INFEZIONI accertate, i casi di re-infezione certificati sono stati, a oggi, 24. Da una grande popolazione di malati, studiata a fondo, è emerso che la produzione di anticorpi contro Sars-CoV 2 persiste per almeno 4-5 mesi. Da un altro studio, che ha riguardato un centinaio di persone, si è poi capito che alcuni, tra gli infettati, sono particolarmente resistenti, e che i loro anticorpi non accennano a calare nel tempo.
Queste, insieme a molte altre ricerche, stanno aiutando immunologi e virologi a farsi un’idea più chiara della risposta dell’organismo all’attacco del virus: informazioni che, per quanto ancora incomplete, sono fondamentali per prevedere le evoluzioni della pandemia, e per la messa a punto di vaccini e terapie.

La prima indagine

Alcune delle risposte sono giunte dalla grande indagine condotta dai ricercatori della Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York, pubblicata su "Science". Lo scopo era acquisire più dettagli possibili sul plasma dei guariti, al fine di ottimizzare la terapia che si basa su di esso. I ricercatori avevano iniziato a raccogliere campioni in marzo, e in breve tempo ne avevano collezionati oltre 30 mila. Su questi, oltre alla positività, avevano quantificato anche il titolo anticorpale, il parametro cruciale che definisce la quantità di anticorpi presenti e, quindi, la loro reale capacità di difenderci: maggiore è il titolo, più potente la risposta.

Il risultato ha delineato il quadro generale: quasi il 40% aveva un titolo molto alto, un altro 30% abbastanza alto e poi via via sempre più basso. Inoltre, coloro che avevano prodotto più anticorpi, li avevano tutti effettivamente capaci di bloccare il virus, mentre quelli che ne avevano sviluppati di meno avevano anticorpi neutralizzanti per metà. Tutto ciò significa che in quasi sette persone su dieci la reazione suscitata dal virus è potente, e in grado di sconfiggerlo: un dato che conferma quanto si vede in clinica, e cioè che il 95% delle persone infette non va incontro a una malattia grave.

Ma i ricercatori di New York hanno cercato anche un’altra risposta: quella sulla durata. Hanno richiamato 120 persone e hanno dosato i loro anticorpi a 3 e 5 mesi dal primo test, trovando che anche se c’è un lieve calo, questi sono ancora misurabili dopo 5 mesi, analogamente a quanto accade per altri virus: delle epatiti A e B, dell’influenza, del morbillo.

Il secondo studio

Una conferma indiretta è giunta poi da un altro studio, effettuato dai colleghi del Brigham and Women’s Hospital di Boston, e pubblicato su "Cell". In questo caso sono stati studiati nel dettaglio poco meno di cento malati, e si è scoperto che mentre per la maggior parte di essi la produzione di anticorpi inizia a declinare dopo 3-4 mesi, per uno su cinque resiste e non accenna a diminuire. Costoro sono anche i pazienti che hanno i sintomi più lievi e che hanno popolazioni di cellule del sistema immunitario come i linfociti T – le cosiddette cellule della memoria, cruciali per l’immunità a lungo termine – diverse da quelle degli altri, più efficienti e numerose.

"Siamo di fronte a un virus che non ha mai infettato l’uomo prima d’ora, per certi aspetti sorprendente, e colpevolmente conoscevamo molto poco anche dei suoi parenti stretti che ci avevano già avvisato, la Sars e la Mers", spiega Luca Guidotti, ordinario di Patologia generale, virologo e immunologo del San Raffaele di Milano, dove ha attrezzato un laboratorio ad alta biosicurezza di livello P3 – l’unico in Italia – in cui lavorare con i modelli animali di Covid. "Per esempio, a oggi non sappiamo neppure se questo sia un virus che uccide la cellula infettata oppure no. E questa è un’informazione essenziale, perché in genere i virus che lo fanno innescano una reazione più anticorpale, mentre gli altri attivano di più quella .mediata dai linfociti T. Al momento sembra che nei pazienti ci siano entrambe, e che il quadro sia piuttosto complicato".

Nonostante ciò, Guidotti concorda sul fatto che si stia delineando un andamento medio della risposta immunitaria. "Chi è infettato produce una reazione proporzionale ai sintomi, che dipende da diversi parametri: quanti anticorpi si hanno, di quanti tipi e di quale durata. Tutto ciò, a sua volta, è influenzato dal patrimonio genetico, dalle condizioni di salute, dall’età e naturalmente dal virus".

A questa visione del mosaico mancano, però, numerose tessere, che non è facile identificare e mettere al posto giusto. Spiega, infatti, il professore: "Studiare le popolazioni di linfociti o di anticorpi e il loro andamento è complicato, perché abbiamo accesso solo al sangue dei pazienti, mentre ci servirebbe studiare che cosa accade sia negli organi dove inizia la sintesi dei diversi elementi del sistema immunitario come il midollo osseo, i linfonodi o la milza, sia nei tessuti infettati. Le autopsie, oltretutto rare, non ci aiutano molto. Per questo abbiamo lavorato per mesi per avere i giusti modelli animali, e stiamo iniziando a effettuare test che ci aiuteranno a capire meglio che cosa accade in un organismo infettato da Sars-CoV 2 o dalle sue varianti geniche; quali reazioni induce una vaccinazione nel tempo o un farmaco antivirale; come cambia la risposta con l’età; come si comporta e si trasmette il virus; quali danni fa e perché; e molto altro".

Non ci sono scorciatoie anche perché, per quanto possa sembrare strano, l’immunologia è una scienza ancora giovane e per certi aspetti acerba. Le risposte più importanti richiedono molto denaro, perché lavorare in strutture come i laboratori P3 è enormemente dispendioso. E richiedono tempo: il virus dell’epatite C è stato scoperto alla fine degli anni ottanta, ma ci sono voluti quasi trent’anni per arrivare ai farmaci, e il vaccino non c’è ancora. Solo da questo tipo di studi, tuttavia, arrivano le informazioni alla base dei vaccini, dei farmaci, del comportamento del virus e dell’ospite.

Gli altri vaccini aiutano?

Una serie di indizi, che forse costituiscono una prova, fanno pensare che le vaccinazioni contro malattie diverse da Covid esercitino un effetto protettivo contro l’infezione da Sars-CoV 2.

1) I bambini
I piccoli, italiani, coreani del sud e cinesi, si infettano di meno, pur essendo spesso più esposti e meno scrupolosi nel mantenere le distanze. Indizio che le recenti vaccinazioni contro le altre malattie proteggano da Sars-CoV 2. Eppure, in Italia gli scettici o contrari alle vaccinazioni sono circa il 30%. In Gran Bretagna il governo sta lavorando a un progetto che aumenti la fiducia nei vaccini.

2) I geni
 Secondo uno studio pubblicato su "Frontiers in Molecular Bioscience", i virus di morbillo e rosolia avrebbero una sequenza di 30 aminoacidi molto simile a una zona della proteina spike di Sars-CoV 2 e questo, oltre a una  benefica attivazione del sistema immunitario, spiegherebbe perché difese già allenate a riconoscere questi virus reagiscano immediatamente contro il coronavirus.

3) Il morbillo
 Continuare a vaccinarsi sembra dunque la scelta giusta, e non solo per proteggersi da altre malattie. Eppure, paradossalmente, nell’ultimo anno lo si è fatto molto di meno. A causa della pandemia, come ha segnalato (di nuovo) nelle ultime settimane l’Oms, in un lavoro pubblicato su "Lancet", alla fine di ottobre mancavano all’appello, per la sola vaccinazione contro il morbillo, 94 milioni di bambini in 26 paesi. Già nel 2019 la situazione era in peggioramento, con 9,8 milioni di bambini persi dai programmi internazionali, e 207 mila morti in più rispetto al 2016. Ma nel 2021 il conto sarà ben più tragico, anche nei paesi sviluppati, dove molti programmi vaccinali hanno subito rallentamenti o vere e proprie interruzioni. Perché le strutture sanitarie erano e sono impegnate contro Covid.

4) I Paesi in via di sviluppo
Ci sono poi i dati dei paesi a un livello di sviluppo medio o basso – come l’India e numerosi stati africani – in molti dei quali ci si aspettavano tassi di incidenza catastrofici e, invece, la pandemia ha colpito meno duramente del previsto: in tutti sono attive campagne di vaccinazione.

5) Gli adulti
Alcuni studi mostrano che tra le persone vaccinate di recente, l’incidenza della malattia provocata da Sars-CoV 2 è più bassa e che chi si ammala ha forme non gravi. Una di queste ricerche è quella pubblicata su "Allergy" dai virologi dell’Ospedale Médica Sur di Città del Messico. Gli scienziati hanno controllato che cosa fosse successo in una popolazione di oltre 250 adulti (di età compresa tra i 25 e i 74 anni) vaccinati di recente contro il morbillo, la rosolia e la parotite, e hanno scoperto che coloro che si erano ammalati, 36 in tutto, avevano avuto un Covid asintomatico, o con sintomi lievi.  

Le malattie che lascia in eredità

Patologie autoimmuni come il lupus, l’artrite reumatoide o la miastenia. Che colpiscono dopo la guarigione. Colpa degli sconvolgimenti causati dal virus nel nostro sistema. Tra le eredità peggiori, ancora tutte da capire, del Covid, ci sarebbero alcune sindromi autoimmuni. La malattia, soprattutto nelle forme gravi, provoca uno sconvolgimento del sistema immunitario così profondo che, anche quando la persona colpita esce dalla fase acuta, può ritrovarsi con uno squilibrio immunologico cronico.


Nei mesi scorsi, per esempio, il "Journal of the American Medica Association", Jama, ha pubblicato uno studio su quasi 200 malati, la metà dei quali aveva diversi marcatori del lupus eritematoso sistemico – una seria malattia autoimmune – dal significato poco chiaro. Altri ricercatori, come i medici dell’Ospedale Garibaldi di Catania, hanno poi segnalato tre casi di miastenia grave – una forma autoimmune neuromuscolare – che non c’era prima che i pazienti si ammalassero di Covid; e altri hanno scoperto marcatori dell’artrite reumatoide. Secondo molti, poi, l’affaticamento fisico e la difficoltà di concentrazione che denunciano migliaia di ex malati in tutto il mondo, potrebbe avere un’origine autoimmune, le cui conseguenze ed evoluzioni sono tutte da capire.

I ricercatori ipotizzano che tra le cause possa esserci la distruzione, operata dal virus, dei centri vitali del sistema immunitario quali molti linfonodi. Così come potrebbe certamente esserci l’effetto tardivo dell’enorme stimolo e del conseguente grande rilascio di mediatori infiammatori tipico delle forme più gravi.

Gli immunologi sono al lavoro per fornire risposte e terapie anche a chi ha un tampone negativo, ma continua a non stare bene, e per monitorare l’andamento nel tempo di queste patologie atipiche.

Qualcuno di loro ha ricordato che dopo l’epidemia di Spagnola, di quasi un secolo fa, nel mondo ci furono, nei dieci anni successivi, due milioni di casi di encefalite letargica (mai vista né prima né dopo), le cui cause sono ancora oggi sconosciute.