Depressione: quando mette a rischio il cuore

I più recenti studi internazionali sul collegamento fra "male oscuro" e pericoli per circolazione sanguigna e cuore
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PESO elevato, pressione, colesterolo alto, diabete, fumo, scarsa attività fisica. A questi classici ed acclarati fattori di rischio cardiovascolari, forse, in futuro si potranno aggiungere altri segnali che debbono essere indagati dal medico.

Qualche esempio? Le energie che mancano, il riposo che diventa una chimera anche se si arriva a dormire troppo (ma più spesso troppo poco), concentrazione e memoria che fanno cilecca, nervosismo a mille. Sono alcuni dei tanti volti che può assumere l’umore cupo, pur senza arrivare alla diagnosi chiara di depressione.

Ora la scienza dice che anche questi fastidi, nel tempo, potrebbero correlarsi ad un maggior rischio per la salute del cuore e delle arterie, sia in termini di malattia coronarica e quindi infarto sia sul fronte dei vasi che irrorano il cervello, con conseguente minaccia di ictus.

Lo studio del "male oscuro"

Ad aggiungere un ulteriore tassello nell’arcipelago dei rapporti esistenti tra depressione vera e propria e rischio cardiovascolare, che hanno portato l’American Heart Association e la Società Europea di Cardiologia a considerare questa condizione un fattore prognostico aggiuntivo, arriva ora un originale studio coordinato da Eric L. Harshfield, dell’Università di Cambridge, che ha coinvolto diversi ricercatori negli USA e in Europa ed è stato pubblicato su Jama.

L’originalità della ricerca sta nel fatto che non si è partiti da una diagnosi vera e propria di “male oscuro”, quanto piuttosto soltanto da segnali indicativi del malessere. L’indagine, che ha raccolto i dati di due grandi banche dati, ha preso in considerazione i sintomi depressivi autoriferiti, ed ha dimostrato che la loro presenza, apparentemente poco significativa, pur senza definire un classico quadro di depressione appare associata con un maggior rischio di incidenza di malattie cardiovascolari.

Sintomi depressivi e pericoli per la salute

La ricerca, che va a colmare le incertezze legate al rapporto tra sintomi depressivi e pericoli per cuore e vasi, parte dall’analisi delle informazioni derivanti da due grandi database, la Emerging Risk Factors Collaboration o Erfc (oltre 160.000 soggetti censiti) e le più di 400.000 persone della UK Biobank, per un totale di 22 coorti di popolazione, con una più ampia componente femminile.

Per far parte dell’analisi occorreva un quadro clinico suggestivo per sintomi depressivi e l’assenza di patologie cardiovascolari al momento della prima valutazione. Il quadro psicologico è stato valutato con scale di valutazione diverse per le due popolazione studiate che in ogni caso hanno portato a definire la gravità dei problemi psicologici riportati. I soggetti considerati nel database Erfc sono stati seguiti mediamente per nove anni e mezzo, periodo nel quale sono stati osservati 9010 casi di infarto o ictus e oltre 23.500 decessi, legati a queste patologie in poco meno di 5000 casi. Il monitoraggio dei soggetti valutati nelle coorti della UK Biobank è invece proseguito per poco più di otto anni, con 7860 infarti o ictus registrati e poco di 4600 decessi legati a patologie cardiovascolari. Sia per il gruppo dello studio Erfc sia per quello di Uk Biobank è chiaramente emersa un leggero aumento del rischio di infarto ed ictus nelle persone che presentavano segnali di malessere psicologico rispetto alla popolazione di controllo.

Ciò che più conta, questa tendenza si è rivelata indipendente dalla presenza di altri fattori di rischio cardiovascolare, come età, fumo o diabete. Lo stesso Harshfield commenta lo studio ricordando che “le associazioni sono rimaste anche dopo l'aggiustamento per diversi fattori di rischio cardiovascolare”.

Insomma, pur se con un livello di associazione sicuramente non particolarmente significativo, pare proprio che anche il solo presentare segnali di sofferenza psicologica pur senza avere caratteristiche tali da far parlare di disturbo depressivo vero e proprio possa aumentare il rischio cardiovascolare.

Il rapporto medico-paziente

Sul fronte cardiologico, lo studio mette in luce l’importanza di un rapporto medico-paziente sempre più stretto, già in prevenzione primaria, per considerare anche le velature psicologiche del soggetto e definire più correttamente il profilo di rischio. “Oggi, in tempo di Covid-19, i quadri di depressione subclinica e non diagnosticata ufficialmente stanno aumentando moltissimo per cui anche segni sfumati di quadri depressivi vanno tenuti in considerazione sul fronte della prevenzione – fa sapere Pasquale Perrone Filardi, Ordinario di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli e Presidente eletto della Società Italiana di Cardiologia (SIC). Il problema va tenuto presente ad ogni età – basti pensare che al Congresso SIC viene presentata un’indagine che ha coinvolto gli specializzandi in cardiologia dimostrando l’impatto negativo della pandemia e di quanto sta avvenendo sul fronte psicologico – ma diventa di grande significato in particolare negli anziani. Una depressione anche in fase iniziale o comunque con sintomi sfumati è un parametro che va tenuto presente, per mettere a punto un approccio mirato per il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari anche e soprattutto in presenza di comorbilità, visto che proprio nella terza età, complice anche la solitudine, si stanno manifestando sempre più frequentemente segnali di quadri depressivi”.

Insomma: controllare con attenzione la psiche può aiutare a proteggere il cuore, anche se ci sono solo segnali di malessere psicologico spesso nascosti. Lo studio di Jama porta proprio questo messaggio, richiamando ad un più attento monitoraggio della condizione psichica a all’individuazione di segnali d’allarme che possono indirizzare verso un umore particolarmente cupo dei pazienti.

Depressione e rischi cardio-vascolari

Sul fronte della depressione vera e propria, peraltro, esistono già numerose evidenze cliniche che mostrano un rapporto con il maggior rischio cardiovascolare. Uno studio apparso su Bmc Psichiatry nel 2014, per fare un esempio, raccoglie i risultati di ben 39 ricerche che indicavano come end-point la malattia cardiovascolare e dimostra un aumento del rischio relativo nei pazienti affetti da depressione rispetto alla popolazione generale del 30 per cento. Un’altra ricerca, su oltre 145.000 adulti apparsa recentemente su Jama Psichiatry poche settimane fa e condotta dal tema di Scott Lear della Simon Fraser University in Canada, dimostra che in presenza di depressione i problemi per cuore e vasi aumenterebbero anche fino ad un quinto, con un progressivo peggioramento del trend in presenza di un quadro patologico più grave. a rischio, stando a questa indagine, sarebbero soprattutto gli uomini, in particolare nelle grandi aree metropolitane.

I consigli dell'esperto

Quali meccanismi possono essere chiamati in causa per spiegare lo stretto rapporto tra sintomi depressivi, depressione vera e propria e rischio cardiovascolare. “Dobbiamo imparare a considerare la depressione come una patologia che può investire l’intero organismo, aumentando il rischio di comorbilità, in particolare a carico dell’apparato cardiovascolare – spiega Mario Amore, direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova. Le prime osservazioni in questo senso risalgono ad uno studio pubblicato su Jama nel 1993 che, monitorando persone che avevano avuto un infarto, ha rilevato che chi sviluppava depressione maggiore aveva un tasso di mortalità superiore di almeno tre volte rispetto alla popolazione di controllo nei controlli a sei mesi, dipingendo la condizione psichiatrica come un vero e proprio fattore di rischio indipendente.

Oggi sappiamo che fattori immunologici, legati all’alterata produzione di neurotrasmettitori e allo stimolo di fattori neuroormonali (basti pensare ad esempio all’aumentata secrezione di cortisolo che in qualche modo riproduce una dinamica simile a quella dello stress cronico), possono aumentare il rischio cardiovascolare. Inoltre in chi presenta depressione si modifica la risposta infiammatoria: oggi sappiamo che l’infiammazione è una sorta di “carburante” che aumenta i rischi di patologie organiche. Infine, oltre ad agire ovviamente sugli stili di vita, la depressione avrebbe un impatto anche sui processi di coagulazione, agendo sulle piastrine, e addirittura sull’endotelio dei vasi, cioè lo strato più interno della parete dell’arteria".