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Covid, il cuore delle donne sta rischiando di più

Tanto attente alla prevenzione delle malattie femminili quanto impreparate con quelle cardiovascolari. E il conto che pagano è molto alto
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LE COSE cambiano e il coronavirus mena duro. Non solo per i danni che causa quando va all’attacco, ma anche per l’influenza nefasta che esercita in seconda battuta sull’universo femminile. Le donne oggi sono sorvegliate speciali. Sono numericamente di più, stanno meglio in salute e in gran parte dei casi sopravvivono ai maschi per molti anni. E con un codice genetico che sembrerebbe averle sempre protette. Altro che sesso forte degli uomini, il mondo è rosa. Finora almeno e secondo la narrazione dei dati scientifici che sottolineano la longevità femminile.

Ma adesso quella supremazia consolidata traballa, sia in termini anagrafici che di benessere. A minacciarla sono le patologie cardiovascolari che aggredirebbero proprio le donne in misura maggiore. Rispetto al passato e a confronto con l’altro sesso. Un’imprevedibile fragilità che si è già manifestata da qualche anno e che, negli ultimi mesi, in coincidenza con la pandemia targata Covid-19, sta diventando più marcata. Per gli esperti che si sono interrogati sul perché, la risposta è multifattoriale: il virus ha catalizzato l’attenzione di tutti, mentre il timore di infettarsi, da una parte fa da freno ai risultati raggiunti dalle nuove terapie per l’infarto e dall’altra manda all’aria le misure di prevenzione.

Lo studio

È la conclusione in sintesi di uno studio multicentrico realizzato in 54 ospedali a fine marzo scorso, durante il periodo più nero della prima ondata. E andando a ritroso della catena di responsabilità (ovviamente, in questo caso, ci si riferisce a una situazione che prescinde dal sesso), la prima ricade sulla riconversione delle Cardiologie in reparti Covid e nella riluttanza dei o delle pazienti sintomatiche a consultare lo specialista o a recarsi in pronto soccorso.

 
Non trascurare i sintomi
Adesso sono proprio i cardiologi (e non solo loro) a mettere in guardia sulla necessità di non allentare le misure di prevenzione e di non prendere sottogamba disturbi e sintomi di qualsiasi tipo. Massimo Romano, già coordinatore assistenza cardiologica Asl Roma C e oggi responsabile della Cardiologia del Gruppo American Hospital di Roma, insiste sul rischio per le donne. Lo fa ricordando come "per caratteristica di genere, le donne sono capaci di sopportare il dolore meglio degli uomini. E quindi, spesso lo sottovalutano anteponendo il benessere familiare alla loro salute". Ma la realtà non è mai uniforme e, accanto a donne dall’atteggiamento apparentemente superficiale, ci sono quelle che "somatizzano più degli uomini. Per esempio, sotto forma di tachicardia, una caratteristica che spesso si riscontra già dalla giovinezza. Ed è frequente che arrivino dal cardiologo con una percezione alterata del battito cardiaco". Fin qui, la storia. Poi c’è la menopausa e il quadro cambia.


 
Quando arriva la menopausa
Uno stravolgimento che riconosce la sua ragion d’essere nel venir meno, appena entrate in menopausa, della protezione estrogenica che caratterizza il sesso femminile: "E' un momento della vita in cui dovrebbero prendere coscienza del rischio che corrono e della genetica della loro famiglia – continua Romano - se mamma o/e papà erano o sono affetti da cardiopatia, le probabilità di averla ereditata sono maggiori". Ma stupisce, almeno leggendo i dati, l’atteggiamento diverso nei confronti della prevenzione: finora le donne si sono rivelate molto attente a indagare e preoccuparsi in tempo delle malattie collegate alla sfera  femminile, tumore di ovaio, utero e mammella per intenderci, ribadisce lo specialista "mentre, al contrario, si stanno dimostrando totalmente impreparate a prevenire l’insorgenza di patologie cardiovascolari, prima fra tutte ipertensione o delle coronarie o l’ictus cerebrale".


 Il più delle volte all’ambulatorio del cardiologo ci vanno quando già si sono instaurate situazioni complesse che si sarebbero evitate se identificate a tempo. Ma non sempre è così, sottolinea Romano, talvolta le donne accompagnano il marito e «io spesso mi ritrovo a curare loro, perché durante la visita si fanno coraggio e rivelano di avere un disturbo. E qui viene fuori la necessità dell’empatia, se manca questo  rapporto tra cardiologo e paziente, è impossibile ottenere la sua attenzione. Poi, se si instaura, tutto fila liscio e ogni paziente sarà brava e scrupolosa».


 
Le patologie
In ambito cardiovascolare, due monopolizzano la scena: la cardiopatia ischemica e l’ipertensione. E qui la posta in gioco si fa alta, perché, sempre a detta dello specialista, se una donna rileva valori pressori elevati tende a giustificare i sintomi, anzi a non riconoscerli come tali. Ancora Romano: "D’altronde, poiché nella fase estrogenica sono per lo più ipotese, quando vanno in menopausa si instaura una fase di variabilità pressoria che le porta a soffrire di mal di testa, tachicardia e facile affaticamento, manifestazioni a cui non attribuiscono la corretta causa, andando invece alla ricerca di altre ragioni, patogenetiche e non. Per esempio, mettendo sotto accusa l’artrosi cervicale o più semplicemente l’ansia. E di sovente gli stessi medici assumono un atteggiamento che giustifica". In ballo ci sono i valori di pressione, minima e massima. Diversi per maschio e femmina, e per età. La domanda da porre a una donna: che valori aveva in epoca estrogenica? Se erano molto bassi e, successivamente, si sono elevati in menopausa, questi ultimi vanno ritenuti troppo alti per lei. È un po’ la teoria della relatività. Ma la sottovalutazione rischiosa investe spesso anche la sintomatologia specifica, come un dolore toracico che solo per l’uomo si trasforma subito nell’incubo della cardiopatia ischemica. L’infarto. "Ma così può venir meno la tempistica utile a intervenire – sottolinea il cardiologo - Le donne devono prendere  coscienza degli eventuali fattori di rischio: oggi loro fumano di più e per più tempo, anche fino a 70-80 anni. E spesso prendono peso dopo la menopausa con obesità addominale-viscerale, pericolosa in misura maggiore. In più, molte sono sedentarie nonostante valori di colesterolo e trigliceridi più elevati dopo la menopausa".
 


Al momento, ma già da mesi, Sars-Cov-2 tiene lontano chiunque da accertamenti e controlli, sia di routine per i cardiopatici e ancor di più di prevenzione. Ed è perciò che gli specialisti si sono accollati sulle spalle il ruolo di Cassandre: "Ci aspettiamo un incremento consistente di morbilità e mortalità". Ma dati preoccupanti ce ne sono già oggi, rivela Giulio Molon, direttore di Cardiologia all’Irccs Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar (Verona): "Non solo abbiamo registrato una notevole riduzione  degli accessi in pronto soccorso per patologie cardiache, ma sono anche diminuiti gli interventi di angioplastica. È evidente che l’invito a non venire in ospedale è stato mal interpretato: tante persone probabilmente sono morte con dolore toracico, mentre altri sono arrivati alla nostra osservazione in ritardo quando si era già instaurato un grave danno cardiaco. Ma un flusso particolarmente ridotto ha riguardato le donne: meno ricoveri in assoluto e in ritardo molti altri".

Se si confrontano i numeri dell’Irccs di Negrar di quest’anno con quelli dello stesso periodo del 2019 si comprende meglio la portata del fenomeno: nel bimestre marzo-aprile la riduzione globale di angioplastica è stata del 36 per cento. Da queste cifre si estrapolano le donne che hanno rappresentato nel 2020 il 30 per cento del totale (15 angioplastiche su 49), mentre nel 2019 erano il 33 per cento (23 su 70 pazienti). Altrettanto preoccupante il calo delle procedure interventistiche di Aritmologia: globalmente del 50 per cento, con le donne passate dal 38 per cento (28 nel 2019 su 74) al 28 (10 nel 2020 su 36). "Per fortuna, anche se la pandemia sta continuando il suo malefico percorso di guerra – osserva il professore – durante questa seconda ondata abbiamo una comunicazione più efficace, con messaggi che raggiungono e vengono meglio recepiti dalla popolazione femminile. Certo, i controlli sono limitati, ma almeno non c’è più quella minacciosa assenza di infarti. I pazienti si stanno rendendo conto che bisogna curarsi per qualsiasi patologia".
Altrettanto in discesa si rivelano gli accessi in ospedale di soggetti in scompenso cardiaco e per embolia polmonare: "Ma questi sono dati ancora in via di elaborazione. E i nostri sono numeri limitati, di una singola realtà, ma che comunque esprime il trend al ribasso. I disastri indiretti del Covid sono incalcolabili. Li vedremo a lungo termine, purtroppo. Con tante vittime che, forse, potevano essere risparmiate".