Lo zen e l’arte del pasticcino, la meditazione aiuta la dieta

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Una pratica che accende la mente su quello che mangiamo. Per guidarci contro gli eccessi. Grazie alla consapevolezza del piacere e dei bisogni
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SI PUÒ MEDITARE anche masticando un chicco di uva passa o uno spicchio di mandarino: è uno degli esercizi proposti nei corsi di mindful eating, una tecnica ispirata alla meditazione mindfulness che permette di costruire un rapporto più sano ed equilibrato con il cibo. Un obiettivo, soprattutto oggi che Covid ci costringe a rimanere in casa cucinando golosità e mangiando troppo per superare la frustrazione."Alimentarsi è una necessità sul piano biologico, ma anche su quello emotivo", ricorda Franco Cucchio, formatore mindfulness e responsabile del centro Motus Mundi, associato alla Brown University di Providence: "La pratica di mindful eating ci aiuta a distinguere tra questi due elementi, permettendoci di autoregolarci e di riequilibrare l’alimentazione".

Non si parla di alimenti giusti o sbagliati, e neanche di bilance. "Praticare mindful eating significa esplorare l’interazione tra il corpo, il cibo e la nostra mente", spiega Cinzia Pezzolesi, psicoterapeuta e insegnante di mindful eating, che aggiunge "l’idea è di mangiare con consapevolezza per rispettare e apprezzare il nostro corpo".

Una pratica di consapevolezza, quindi, non una dieta, anzi il contrario di una dieta. Non si tratta, infatti, di controllare alimenti o contare calorie, proteine, grassi e zuccheri, ma l’idea è recuperare un rapporto naturale col cibo ascoltando i segnali che arrivano dal nostro organismo: soprattutto la fame, l’avvertimento che il corpo è pronto a ricevere altro cibo.
"Dobbiamo lasciar andare la tendenza a controllare a livello cognitivo quello che mangiamo", prosegue Pezzolesi. Il problema è che i segnali che ci indurrebbero a regolarci sono plasmati dalle abitudini. E, ancor più, conta il fatto che quello che mangiamo – o almeno qualche alimento – agisce sul nostro sistema nervoso come una droga. "Quando mettiamo in bocca qualcosa che ci piace, il nostro cervello produce dopamina", spiega Pezzolesi. "Questo ci porta a generalizzare il ricordo positivo del cibo e a utilizzarlo nelle situazioni in cui non siamo felici, fino a creare l’abitudine di associare il consumo di cibo alle emozioni forti". Accade soprattutto con la tristezza, ma anche con la gioia: quando siamo felici tendiamo a mangiare senza controllarci troppo.

Tuttavia, è soprattutto il cattivo umore che ci fa allungare la mano verso i cioccolatini o la vaschetta del gelato. "Così, quando ci sentiamo giù, mangiamo", prosegue la psicoterapeuta. "È normale che il cibo aiuti a gestire le emozioni, ma il meccanismo diventa un problema se mangiare è l’unico modo che abbiamo per far fronte a ciò che proviamo". Ci sono momenti, invece, in cui non abbiamo bisogno di un piatto di pasta, ma di un bagno caldo, di ascoltare musica o di una chiacchierata con una voce amica. Lo scopo della mindfulness è aiutarci a recuperare la fiducia nel nostro corpo, ad ascoltare quei segnali fisiologici che ci indurrebbero a regolarci ma sono coperti dalle nostre abitudini (quante volte ci mettiamo a tavola solo perché è ora di pranzo?) o dalle nostre emozioni.

"Durante le sessioni di mindful eating si impara a distinguere tra pienezza e sazietà", prosegue Pezzolesi. Per capire che lo stomaco è pieno ci vuole una ventina di minuti: dobbiamo aspettare che l’organismo cominci ad assimilare quanto ingerito "ma spesso ce ne accorgiamo troppo tardi e continuiamo a mangiare fino a sentirci scoppiare", prosegue la psicologa. La sazietà, invece, è un meccanismo che si è sviluppato nel corso dell’evoluzione per indurci a variare la dieta: se si mangia ripetutamente uno stesso alimento, a un certo punto le papille gustative diventano insensibili e il piacere svanisce. Ma se non prestiamo attenzione a questo segnale, in particolare quando mangiamo qualcosa che ci piace molto, continuiamo a farlo senza renderci conto che il cibo non ci dà più lo stesso piacere.
" È la presenza mentale che ci permette di incrinare questo meccanismo", spiega Pezzolesi. "Non si tratta di rinunciare a qualcosa, piuttosto di recuperare la capacità di decidere, una saggezza interna coordinata dai segnali che ci dà il nostro organismo".  

La pratica della mindful eating consiste in un ciclo di incontri, individuali o di gruppo, organizzati on line o in presenza a seconda delle circostanze: " Io propongo otto incontri seguiti da gruppi aperti, ma a volte si organizzano anche corsi all’interno delle aziende. A seguirli sono soprattutto donne, anche se gli uomini sono in aumento, specie in Inghilterra, così come i giovanissimi".

A seguire i corsi sono persone stanche di preoccuparsi del loro corpo e di quello che mangiano. "Chi arriva qui ha controllato il proprio peso per tutta la vita, ha fatto diete su diete tornando ogni volta al punto di partenza, oppure ha perso la fiducia nel proprio corpo», prosegue Pezzolesi. Quello che i terapeuti di mindful eating propongono non è un percorso punitivo. L’obiettivo è riscoprire il piacere del mangiare, anche se può richiedere qualche sforzo a chi ha una relazione difficile col cibo dal punto di vista emotivo: "Guardarsi dentro richiede coraggio, perché può succedere di vedere cose che non ci piacciono", avverte la psicoterapeuta.

Per fare pace col cibo si impara a riscoprirlo, ad apprezzarlo con tutti i sensi. Così, un evento banale come mangiare  un chicco di uva passa (secondo  un classico esercizio creato da Jon Kabat Zinn) diventa un’esperienza straordinaria . "Io faccio questo stesso esercizio con i mandarini – spiega Pezzolesi – e mi capita spesso di sentirmi dire da chi l’ha provato che quello era il mandarino migliore che avesse mai mangiato".
A fare la differenza è l’attenzione, che amplifica l’esperienza e aumenta la soddisfazione. Perché uno dei problemi è la tendenza a distrarsi durante i pasti: mangiamo spesso in modo automatico leggendo, lavorando o guardando la televisione.

Obiettivo del mindful eating è dunque portarci a vivere questa esperienza con consapevolezza, rallentando, trovando un ritmo che ci permette di essere presenti a quello che stiamo facendo. Ovviamente non si può fare sempre: "ci sono momenti, come un pranzo tra amici, in cui distrarsi e ricadere negli automatismi è legittimo, non dobbiamo aspettarci di essere perfetti" osserva Pezzolesi. "Una certa dose di frustrazione è comunque inevitabile. In fondo, anche le esperienze negative ci insegnano qualcosa".