Svolta nella terapia del tumore della prostata

Due studi presentati al congresso Asco dimostrano che aggiungere abiterone alla terapia di deprivazione ormonale migliora la sopravvivenza senza effetti collaterali importanti. Risultati che promettono di cambiare la gestione della malattia SPECIALE ASCO 2017

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La terapia tradizionale non ha ancora esaurito la sua spinta propulsiva nella cura dei tumori e anzi, conquista la platea dell’ASCO riunita in assemblea plenaria con gli ultimi, sorprendenti risultati ottenuti da alcuni gruppi europei e non sul carcinoma prostatico. Saranno infatti annunciati oggi i dati preliminari dello studio LATITUDE, che ricalcano come carta carbone quelli di un altro studio parimenti reso noto oggi sul New England Journal of Medicine, oltreché a Chicago, lo STAMPEDE. Le due sperimentazioni avevano uno scopo comune: verificare se l’abiraterone, un farmaco oggi consigliato dopo che le altre terapie, compresa quella ormonale, hanno fallito, potesse o meno essere efficace se dato molto prima, in malati mai trattati farmacologicamente, nel primo caso con un tumore già metastatico, nel secondo con una malattia meno avanzata, ma comunque ad alto rischio.

Agire precocemente. Il presupposto razionale di un’efficacia più precoce c’è tutto, perché il farmaco ha un meccanismo d’azione diverso dagli altri esistenti. Blocca infatti la sintesi di testosterone a monte, inibendo un enzima fondamentale della sua catena metabolica, ed elimina così l’ormone in circolo, mentre le terapie ormonali classiche agiscono a valle, bloccando i recettori, in modo che il testosterone esistente non possa agire. E poiché il tumore della prostata ha bisogno del testosterone per crescere, è logico aspettarsi che lo stop alla sua sintesi funzioni meglio del blocco alla sua azione.
E così sembra essere.

Gli studi. Nelle due sperimentazioni sono stati arruolati rispettivamente 1.200 e 2.000 pazienti, metà dei quali trattati con la terapia standard, e cioè la deprivazione ormonale (con placebo o da sola), e metà con la stessa più l’abiraterone; in entrambi i casi si è avuto un miglioramento della sopravvivenza di poco inferiore al 40% (38% in LATITUDE, 37% in STAMPEDE), e una netta riduzione del rischio di progressione della malattia (rispettivamente del 53 e del 70%, ma i malati di LATITUDE avevano in partenza una malattia metastatica, più grave rispetto a quelli di STAMPEDE), evenienza che si è verificata molto più tardi nei trattati rispetto al gruppo di controllo (in media di 18,2 mesi in LATITUDE).

Notevole anche il profilo della tollerabilità: l’abiraterone, già usato anche in Italia, e quindi conosciuto anche nei suoi effetti collaterali, si conferma essere molto ben tollerato, in alcuni casi quasi non percepito dai malati, oltreché comodo da utilizzare in quanto orale, a differenza di molti farmaci della terapia ormonale, che comportano pesanti effetti quali impotenza, vampate, crescita delle mammelle e altro.

Svolta epocale. Secondo diversi commentatori, che si sono sbilanciati parlando di svolta epocale e di effetti mai visti in un’intera vita di sperimentazioni, probabilmente sta per cambiare tutto, nella terapia del tumore della prostata: fermo restano il ruolo importante della chirurgia e della radioterapia, quando necessarie, la cura farmacologica potrebbe infatti molto presto basarsi proprio sull’abiraterone e sugli altri che – c’è da scommetterlo – arriveranno dopo di lui, first in class.

Il futuro. Quanto ai due studi, entrambi proseguono, anche se nel caso di LATITUDE gli stessi oncologi che lo stanno coordinando, dell’Ospedale Villejuif di Parigi, hanno consigliato ai malati del gruppo di controllo di passare quanto prima a quello dei trattati, mentre per STAMPEDE i coordinatori, oncologi dell’Università di Birmingham, in Gran Bretagna, stanno procedendo alle valutazioni secondarie, che aiuteranno a chiarire ogni singolo aspetto di quanto osservato.
Uno dei passaggi successivi sarà poi quello di confrontare l’abiraterone con il docetaxel, chemioterapico introdotto nel 2015 nella cura del carcinoma della prostata, efficace ma accompagnato da effetti collaterali molto più gravi rispetto all’anti-testosterone e, in seguito, quello di verificare se l’unione dei due possa o meno offrire un ulteriore vantaggio senza essere eccessivamente tossica.