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Mezzo miliardo investito in Veneto in bacini per arginare le piogge di tipo tropicale

L’invaso di Caldogno ha già dato prova della sua utilità, su altri c’è forte dibattito

SERGIO FRIGO
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Il bacino di laminazione di Caldogno costruito nel Vicentino per arginare le piene del torrente Timonchio 

E se accadesse nel Veneto quanto appena avvenuto in Emilia-Romagna, con piogge monsoniche, assolutamente imprevedibili e capaci di saturare in brevissimo tempo la normale portata dei fiumi e da inondare migliaia di ettari di territorio, con conseguenze devastanti, tutto nel bel mezzo di una siccità epocale?

Ecco la risposta: la Regione, tramite l’assessorato all’Ambiente e alla Protezione civile gestito da Gianpaolo Bottacin, sta investendo 510 milioni di euro per realizzare 23 enormi bacini anti-alluvioni, per un volume di 110 milioni di metri cubi di acqua (immaginate un’enorme cisterna cubica di mezzo chilometro di lato, altezza compresa, naturalmente). Al momento sono stati spesi quasi 155 milioni di euro, e sono stati appaltati lavori per altri 42,5 milioni, un risultato che l’assessorato espone con orgoglio.

Il piano varato 12 anni fa

Il piano di cui stiamo parlando è stato varato nel 2011, all’indomani dell’alluvione che nel novembre dell’anno prima aveva colpito in particolare il Vicentino.

Accanto ai bacini di espansione il piano prevede investimenti per altri 2,5 miliardi di euro in opere per la mitigazione del rischio idrogeologico, compreso il rafforzamento (per 400 milioni di spesa) di svariati chilometri di argini, messi a dura prova dalle piene.

Alcuni di questi bacini al momento sono però sommersi, più che dalle acque, dalle critiche: alle comunità locali in genere non piace impegnare migliaia di ettari del proprio suolo agricolo per il beneficio di territori più a valle, magari lontani, ma le polemiche arrivano soprattutto dagli ambientalisti, dai comitati dei residenti e anche da alcuni studiosi (Andrea Goltara, del Centro italiano per la riqualificazione fluviale, Francesco Vallerani, della Cattedra Unesco per l’acqua di Venezia, Eriberto Ulisse, del Centro Internazionale dell’Acqua di Scorzè, direttore della Rete mondiale dei musei dell’acqua), che non condividono lo “spirito” stesso di queste opere, improntate «a un’artificializzazione dei terreni limitrofi ai corsi d’acqua che ignora le soluzioni naturali proposte dall’Agenda Water Action delle Nazioni Unite».

A ribattere alle accuse ci sono gli esperti di idraulica che hanno ispirato il piano dei bacini (i professori dell’Università di Padova Andrea D’Alpaos e Luca Carniello), e naturalmente l’assessore Bottacin, che sta portando avanti il piano (e che di D’Alpaos è stato allievo all’università).

«Realizzare un bacino di laminazione non comporta la deturpazione dell’ambiente» sostiene D’Alpaos «I critici vadano a vedere a Caldogno se quella parte di territorio è migliorata o peggiorata col bacino: prima il parroco quando pioveva dava l’allarme suonando le campane, ora invita la gente a vedere l’opera».

Lo stato dei bacini

Realizzato per drenare l’eventuale acqua in eccesso del modesto ma infido Timonchio, che alimenta il Bacchiglione che di volta in volta accarezza o minaccia Vicenza, il bacino si presenza in realtà come un’enorme distesa di campi coltivati, con due invasi da 4,6 milioni di metri cubi, circondati da un argine erboso lungo 4,5 chilometri percorso da ciclisti, runner e signore con cagnolini al seguito, con tre massicce barriere di paratoie per la gestione in entrata e in uscita dell’acqua del torrente.

Più complessa la questione del bacino di espansione alle Grave di Ciano, sul Piave, ancora in fase di progettazione ma già capace di catalizzare la battaglia di Comitati locali e ambientalisti, che paventano «la distruzione di oltre 550 ettari di un territorio di grande valore ambientale» e reclamano piuttosto «la realizzazione di un progetto di ripristino funzionale idromorfologico di tutta l’area del Medio Piave», fino alle Grave di Papadopoli e di Negrisia.

«Non ci sarà alcuna cementificazione» spiega il professor Carniello «anzi si sta facendo di tutto per mantenere la naturalità di una zona che è un’area di espansione del fiume quando supera i 1000 metri cubi di portata al secondo».

Ma spiegano i due docenti che negli ultimi decenni la zona è andata via via deteriorandosi, con escavazioni massicce, scarico di materiali di ogni tipo, depositi di ghiaia e l’invasione di vegetazione, e soprattutto il pesante depauperamento delle acque del Piave, che come tutti gli altri fiumi ha visto ridurre drasticamente la sua portata a causa di una politica dissennata di concessioni (per l’irrigazione o l’idroelettrico), che non può non avere gravi ripercussioni sul suo regime: «Si pensi che la portata media del fiume a Segusino è di 118 metri cubi al secondo, e ci sono concessioni per il prelievo per ben 98 metri cubi.

Se invece si lasciasse più acqua nei fiumi, soprattutto quando serve meno, come d’inverno, non ci sarebbero i problemi che ci sono, anche se piove meno: la media delle precipitazioni nella nostra regione è di 1100-1200 millimetri l’anno, che sono un’enormità; lo scorso anno abbiamo avuto 770 millimetri, ma se andiamo a vedere nel passato ci sono stati anni con 600 millimetri, e non è stata proprio una tragedia».

Il futuro e la siccità

Ma i nuovi bacini potrebbero essere usati anche per alimentare le falde, o per trattenere l’acqua per uso irriguo nei periodi di siccità? Qui la risposta non è univoca, ma quello che è chiaro è che non nascono con questo scopo, salvo quello in fase di progettazione sull’Astico, a Meda, nell’alto Vicentino.

«Sono concepiti per essere svuotati appena passata la piena», dice D’Alpaos, ma Carniello aggiunge che «in teoria – se non c’è il rischio di ulteriori piene – l’acqua può rimanere più a lungo e incentivare l’infiltrazione, perché il fondo non è impermeabile»

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