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Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti il 6 ottobre

"Everything everywhere"

 

Arriva in sala “Everything Everywhere All At Once” diretto dai “Daniels” sulle infinite possibilità del multiverso. Dal carcere in Iran, dove è attualmente recluso, si alza lo sguardo di Jafar Panahi con il suo “Gli orsi non esistono”, Premio Speciale della Giuria all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. La solitudine del Papa nel nuovo documentario di Gianfranco Rosi, “In viaggio”. E, infine, l’amore per la danza di Cédric Klapisch nell’ultimo “La vita è una danza”

Marco Contino e Michele Gottardi
Aggiornato alle 5 minuti di lettura

EVERYTHING EVERYWHERE ALLA AT ONCE | IN VIAGGIO | GLI ORSI NON ESISTONO |LA VITA E’ UNA DANZA

Ecco le nostre recensioni dei film al cinema da giovedì 6 ottobre.

EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE

Regia: Dan Kwan, Daniel Scheinert

Cast: Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis

Durata: 139’

"Everything everywhere"

 

Siamo unici oppure infiniti? Quante versioni di noi sono astrattamente possibili? La fascinazione per il multiverso è, ormai, tema ricorrente nel cinema. E se la declinazione più immediata e fracassona è quella targata Marvel (in particolare con l’ultimo “Doctor Strange”), la coppia di registi Dan Kwan e Daniel Scheinert sperimenta una strada indipendente e, in parte, inedita, soprattutto sul piano estetico (senza abdicare, però, dai contenuti). “Everything Everywhere Alla At Once” racconta la storia di Evelyn (l’intramontabile Michelle Yeoh) che dopo aver lasciato la Cina per gli Stati Uniti, è rimasta “frullata” dentro una vita che non sembra darle tregua: la lavanderia a gettoni che gestisce insieme al marito, il mite Waymond (Ke Huy Quan: i più fisionomisti lo ricorderanno, bambino, in “Indiana Jones e il tempio maledetto” ma, soprattutto nei “Goonies”), è una fonte di problemi continua; il rapporto con la figlia Joy (Stephanie Hsu) è sempre più problematico ora che la ragazza ha una relazione omosessuale da tenere nascosta al nonno Gong Gong (James Hong, l’iconico “Lo Pan” di “Grosso guaio a Chinatown”).

E una spietata ispettrice delle tasse (Jamie Lee Curtis) minaccia la sopravvivenza dell’esercizio. Ma Evelyn non sa che quella vita è solo una delle tante e che la sua “io” di un altro universo ha una missione più grande e più importante da realizzare.

Gli incredibili salti da una realtà parallela all’altra sono solo l’inizio di una avventura epica. “Everything Everywhere Alla At Once”, distribuito da I Wonder, imbocca tante strade per riparare, alla fine, nell’elogio della gentilezza, la vera arma per affrontare ogni realtà le cui infinite sfaccettature offrono ai registi il destro per combinare insieme l’estetica wuxia pian di Hong Kong, le derive visionarie di un Michel Gondry (come nell’universo divergente delle dita enormi a forma di wurstel) e persino l’irriverenza di un Quentin Dupieux (la sequenza dei sassi è favolosa), con un gusto “analogico” e tenacemente anni ’80 (la provenienza dei protagonisti è lì a certificarlo) che affranca il film dalla facile identificazione con un Marvel qualsiasi.

Certo, il gioco di scatole cinesi rischia più volte di diventare ripetitivo come anche l’insistenza sull’epilogo sentimentale, ma c’è qualcosa, nei costumi cangianti di questa saga familiare, nella fantasia dei trampolini multiverso, nello sberleffo delle arti marziali con improbabili nunchaku fallici e oggetti la cui ergonomia suggerisce da subito applicazioni endoscopiche, nella voracità creativa e cinefila (c’è, ovviamente, anche “Matrix” nell’uploading delle abilità dei protagonisti), da rendere irresistibile l’attrazione dentro a quel buco nero (anzi, quel “bagel” nero) che è l’intrattenimento. Finalmente libero. Finalmente sganciato dal semplice “potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci” che, oggi, non basta più. (marco contino)

Voto: 7

***

IN VIAGGIO

Regia: Gianfranco Rosi

Cast: Jorge Mario Bergoglio

Durata: 80’

Nel proprio percorso di osservazione Gianfranco Rosi ha, finora, scelto principalmente la dimensione collettiva: da “Below Sea Level” a “Sacro GRA”, da “Fuocoammare” a “Notturno” (con l’unica eccezione di “El Sicario – Room 164”). Nel suo nuovo lavoro - In viaggio - Rosi restringe il campo di indagine, soffermandosi sulla figura di Papa Francesco nel suo peregrinare in giro per il mondo a partire dal 2013 fino ai giorni nostri.

Come recita la didascalia iniziale del film, in nove anni di pontificato Papa Bergoglio ha compiuto 37 viaggi e ha visitato 53 Paesi, richiamando l’attenzione sui temi per lui più importanti: solidarietà, dignità, povertà, crisi migratoria e la condanna di tutte le guerre. Sullo schermo scorre il materiale d’archivio di questi viaggi insieme ad altre immagini del personale archivio di Rosi: la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un “semplice” documentario di montaggio, ad uno sforzo puntellato sulla paziente ricerca più che sulla creatività narrativa. Ad un’opera minore.

E, forse, nelle dimensioni lo è, anche se Rosi non rinuncia ad una messa in scena cinematografica, così sottile da confondersi con una sedimentazione delle immagini apparentemente neutra, quasi liturgica. Infatti, nel seguire i viaggi del Papa - dal primo a Lampedusa nel 2013 per poi arrivare in Brasile, a Cuba, in Cile, negli Stati Uniti, in Canada, in Turchia e in molti altri luoghi della Terra – si fa strada la sensazione di un uomo le cui parole di monito e di speranza (ricorrente, nei suoi discorsi, l’invito a sognare) vengono quasi immediatamente tradite da una realtà sempre più tragica, sempre meno “in ascolto”, sempre più lontana dai valori che il Papa prova tenacemente ad affermare “urbi et orbi”.

Non senza crepe, piccole disattenzioni che Rosi coglie non per depotenziare il messaggio del Papa (il “malinteso” sulle prove d’accusa contro un prete pedofilo, l’incidente politico sul genocidio armeno con la Turchia di Erdoğan) ma per mostrarne l’umanità, anche fallace, e la fatica di soppesare continuamente le parole e i gesti, ripresi continuamente da centinaia di telecamere, persino nella cabina di un aereo tra un volo e l’altro. Senza tregua, senza riposo. Uno sforzo che, negli anni – ed è senza dubbio questa la dimensione più tragica del film – sembra aver avuto solo effetti consolatori, come una semina su un campo troppo arido per far attecchire la speranza.

E questo scollamento diventa sempre più evidente alla luce di quello che sta succedendo oggi in Ucraina: l’attualità insieme al passo sempre più sofferente e incerto di Bergoglio in chiusura del documentario sembrano gettare un’ombra persino sulla fiducia del Papa in un mondo migliore come se quell’invito a sognare si stesse lentamente spegnendo. (marco contino)

Voto: 6,5

***

GLI ORSI NON ESISTONO

Regia: Jafar Panahi.

Cast: Jafar Panahi, Naser Hashemi, Vahid Mobasheri, Bakhtiyar Panjeei, Reza Heydari

Durata: 106’

"Gli orsi non esistono"

 

Premiato a Venezia con il premio speciale della Giuria, “Gli orsi non esistono” ha il merito di riproporre la questione della democrazia e della crescita di un paese, come l’Iran, dove la libertà non solo è a rischio, ma ha vari gradi di limitazioni, come le recenti manifestazioni delle donne dimostrano.

Gli orsi del titolo sono i pregiudizi sociali e politici e quelli più striscianti, come le antiche superstizioni: in breve tutti gli ostacoli che minano la quotidianità dell’esistenza. Quelle che vengono evocate per impaurire e tenere soggiogato un popolo, diventando strumentali alle dinamiche del potere.

Nel film, profondo e leggero a un tempo, il protagonista è proprio il regista, come già nelle ultime opere di Panahi. In una città turca una donna esce da un ristorante e incontra un uomo che le consegna un passaporto falso. Si tratta di una coppia iraniana, che cerca un modo di arrivare in Europa, dopo una vita di persecuzioni

Ma è un set cinematografico, in cui un cineasta telecomanda una troupe via web da un villaggio vicino al confine con la Turchia, dove invece è allestito il set. La presenza di Panahi nel villaggio rurale scardina antichi equilibri. E come nei rapporti kafkiani col potere, pian piano emergono vessazioni sempre più grandi per metterlo in difficoltà e farlo sentire fuori posto. Il film mantiene magistralmente tre livelli narrativi paralleli.

Oltre alla vicenda del regista, vi sono anche due storie d'amore, una sul set e una in paese, complicate ancora dalla politica e dalla tradizione. Inizia così un gioco di sovrapposizioni che si complicano. Panahi a lungo invita i suoi protagonisti al dialogo, metafora evidente della richiesta di superare recenti censure e divieti antichi. Ma il colpo secco di freno a mano finale è un invito perentorio a porre fine a una situazione ormai insostenibile. (michele gottardi)

Voto: 7,5

***

LA VITA E’ UNA DANZA

Regia: Cédric Klapisch

Cast: Marion Barbeau, Hofesh Shechter, Denis Podalydès, Muriel Robin, Pio Marmaï

Durata: 117’

"La vita è una danza"

 

Il film diretto da Cédric Klapisch piacerà soprattutto agli amanti della danza classica e a coloro che amano vedere trasportati sullo schermi i drammi del teatro e soprattutto delle étoile e del balletto, ambiente con una notoria, spietata, concorrenza. La vita è una danza racconta la storia di Elise (Marion Barbeau, autentica étoile parigina), una promettente ballerina di danza classica di 26 anni che vive a Parigi con il suo fidanzato.

Questa sua vita perfetta e con un futuro che sembra già scritto, però, va in frantumi, quando scopre che il suo ragazzo la tradisce: forse distratta dal pensiero, alla prima davanti a un teatro gremito, Elise cade e subisce un terribile infortunio durante un'esibizione, la causa del quale le viene comunicato che non potrà mai più ballare.

Le cure per guarire fisicamente e soprattutto emotivamente la conducono in Bretagna, dove Elise capisce che può riprendersi grazie all'affetto dei suoi amici e a un nuovo amore. Nonostante il parere dei medici, la ragazza con molta determinazione cercherà ispirazione nella danza contemporanea, nella speranza di poter tornare ancora a muovere qualche passo, ma soprattutto liberandosi da antiche paure.

Film a tutta prima tradizionale, in cui rancori e tradimenti si alternano a passi di danza e volteggi acrobatici, La vita è una danza in realtà ha una fisicità continua e reiterata, non tanto o non solo per la massiccia presenza di numeri sul palcoscenico, a cominciare dalla lunghissima sequenza, oltre 10’, prima dei titoli di testa, in cui avviene l’antefatto drammatico. Mettere al centro del film il fisico significa per Klapish d’un lato andare oltre le consuete psicologie di rivalità artistiche, dall’altra dimostrare come tra danza classica e contemporanea vi sia un confine assai più sfumato di quanto non si creda. E oltre al consueto tema della caduta e della risalita, Klapish unisce virtuosismi (molti i ballerini autentici presenti nel cast) e sentimenti, oltre a coreografie eclatanti, come quella profonda e passionale di Hofesh Shechter, coreografo israeliano qui nei panni di se stesso. (michele gottardi)

Voto: 6,5

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