Le aule di scuola sono la banca del tempo di una comunità vivente

C’è uno spazio, tra gli scrutini di fine anno e l’esame di stato, dove si collocano le cene che chiudono un ciclo scolastico. Una sorta di terzo tempo mutuato dal rugby. Un momento rituale, tra i tanti riti della scuola italiana.

C’è uno spazio, tra gli scrutini di fine anno e l’esame di stato, dove si collocano le cene che chiudono un ciclo scolastico. Una sorta di terzo tempo mutuato dal rugby. Un momento rituale, tra i tanti riti della scuola italiana.

Molte cene sono tavolate con pizza e dintorni, qualche chiacchiera, qualche ricordo, le foto che rimarranno nei telefonini dei ragazzi o finiranno a comporre una galleria in qualche album di un docente nostalgico, prove tangibili di un onorato servizio e, allo stesso tempo, sequenze di volti che testimoniano i cambiamenti dei caratteri, delle capacità, di quelle piccole comunità che sono le classi.

Meno frequentemente, le cene di classe sono l’occasione, non formale, per fare il bilancio di una professione e dei suoi risultati più duraturi. Perché a quei tavoli non ci sono figure qualsiasi, ma formatori e formati, soggetti pagati per in-segnare, cioè lasciare un segno e soggetti che devono in-parare, procurarsi delle informazioni.

E allora un po’ si quietano tutti i nodi della scuola: gli inciampi dei due anni di pandemia che lasciano e lasceranno strascichi; l’amarezza del personale docente che si vede sempre più soffocato da rigidità burocratiche e da condizioni contrattuali miserabili; l’invecchiamento dei docenti con parte (non piccola) dell’equipaggio che abbandona la nave, per rigenerarsi da pensionati.

Si diluiscono anche le molecole d’incertezza che i giovani stanno respirando: le preoccupazioni per l’esito dell’esame, quali scelte nel proseguire gli studi, cosa farò da grande in un quadro economico che muta velocemente e ridisegna le professioni mettendo a dura prova le attitudini individuali.

Ci si siede, assieme.

Quasi fossimo davvero viandanti lungo una strada sacra, un cammino di Compostela tra le aule. Perché cinque anni di scuola formano le gambe e il cervello, plasmano la donna e l’uomo che saranno i cittadini del futuro.

Se qualcosa abbiamo compreso, del ruolo di docenti, è quanto sia vitale contribuire a formare il futuro: vivremo meglio anche noi, quando saremo più fragili.

E, naturalmente, sarebbe più efficace l’intera società se la scuola, ogni scuola, riuscisse non solo a licenziare i suoi studenti con un diploma, ma se quell’attestato di maturità esprimesse proprio il significato della parola: ti ho accompagnato ad allenare il tuo fisico, ti ho fornito strumenti di osservazione e analisi, ho cercato di aiutarti a lavorare sul tuo carattere, sulle tue emozioni, ti ho tenuto all’interno di una rete di relazioni perché è questo l’humus che fa stare bene, una buona rete di comunità.

E intravedi la meta, Santiago, proprio quando ti siedi a tavola, quando osservi i tuoi studenti apparecchiare, offrire il cibo che molti hanno preparato; quando li ascolti e senti l’autentico tono delle voci e i mille gesti che rivelano cosa possiedono, in profondità, le persone.

È lì che comprendi, leggendo quel formicolio di azioni (anche se noi docenti dovremmo averlo stampato nell’animo), che la scuola rimane il luogo con il più alto tasso di vita in movimento, una enorme banca del tempo e di emozioni, e che solo degli incompetenti (o degli stolti) possono credere che farla funzionare bene non sia poi così rilevante.

Che la scuola, in fin dei conti, altro non sia che una somma di banchi, un campanello di entrata e uscita, un campionato di provincia per superficiali e non quello che dovrebbe essere: la rete sanguigna e nervosa di una comunità vivente.

Poi brindiamo tutti: ad maiora…

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