Se l’Italia è sempre piú povera, in Veneto va pure peggio

Quasi un milione di persone in Veneto vive sotto la soglia di “povertà relativa”. Neppure chi lavora è protetto con i salari al palo erosi da un’inflazione mai vista da trent’anni

Alla canna del gas, letteralmente; e non finisce qui. I vistosi rincari sul costo dell’energia sono soltanto una parte della stangata che si sta abbattendo sulle famiglie, causa una crescita dell’inflazione che non toccava simili livelli da oltre trent’anni: il 7 per cento, con il Veneto nelle prime quattro posizioni a livello nazionale.

L’impatto è devastante. Oggi la povertà assoluta (non potersi concedere beni essenziali come cibo, casa, vestiti, medicine) in Italia tocca 5 milioni e mezzo di persone, oltre un quarto delle quali minori; la povertà relativa (stare sotto una soglia di spesa mensile di 1.048 euro per una famiglia di due persone) investe 8 milioni di individui. In Veneto, le due cifre diventano rispettivamente di 250 mila e 900 mila soggetti, insieme oltre un cittadino su cinque.

Sono dati destinati a peggiorare a breve: ponendo le premesse per un autentico tsunami di esclusione sociale che può innescare allarmanti derive a più livelli, inclusi quelli legati all’ordine pubblico. Anche perché è accompagnato da un venefico fenomeno: l’allargamento della forbice tra i pochi che hanno sempre di più, e i tanti che hanno sempre di meno. A testimoniarlo, il rapporto tra il 10 per cento più ricco e il 10 più povero, passato in pochi anni da 8 a 1 a 11 a 1. La foto più eloquente della crisi viene dalla Caritas, il principale soggetto sul piano del contrasto al disagio (6.800 sportelli nel territorio, 100 mila volontari): dei 2 milioni di persone assistite nel 2020, oltre quattro su dieci si riferisce a nuovi poveri. Cifre di per sé eloquenti, ma che purtroppo continuano a crescere. E se chi nasce in miseria in qualche modo ci si adatta, per chi ci piomba dopo una vita di relativa tranquillità il trauma, non solo economico, è devastante.

È una situazione legata a fattori diversi, ultimi Covid e Ucraina. Ma che ha anche una componente strutturale, e si riferisce alle buste-paga. Già di suo, il nostro è il Paese che si caratterizza per lo scarto tra costo medio del lavoro (49 mila euro) e salario (37 mila): conseguenza di una tassazione tra le più elevate, pari al 29 per cento, a fronte di una media Ocse del 25. Ossigeno puro per lo Stato, che su 300 miliardi di salari lordi nel privato ne incassa 100 come contributi previdenziali, e altri 80 alla voce Irpef; in tutto, 180 miliardi a carico di datori di lavoro e lavoratori. E nonostante questo, presenta un debito pubblico tra i più alti al mondo, in continua crescita: quasi 2.800 miliardi di euro ad aprile, per giunta con un aumento delle entrate tributarie in questa prima fase dell’anno, pari a oltre il 7 per cento sul 2021.

Oggi, il salario medio lordo annuo italiano nel privato è di 29 mila euro, che in Veneto si riducono a 21 mila. Lungi dall’adeguarsi ai rincari, le buste-paga dimagriscono: tra il 1990 e il 2020, segnala l’Ocse, siamo il solo Paese dove le retribuzioni sono diminuite (di quasi il 3 per cento), mentre sono salite del 15 per cento in Olanda, del 31 in Francia, del 34 in Germania. Gli effetti si vedono e si toccano: secondo il recente rapporto sulla povertà lavorativa, il 12 per cento degli occupati italiani (quindi di chi ha comunque un reddito) è povero, a fronte di una media europea del 2.

Tradotto: il costo della crisi viene scaricato sui più deboli. Profughi della vita, in casa loro.

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