Che invidia quelle foto “perfette”: sogno irrealizzabile di tutti i cronisti

A Padova il festival di fotogiornalismo. Ecco il nostro viaggio fra i reportage di Imp: in ogni scatto una storia e tanti nomi

PADOVA. Arrivare primo, saper cogliere il senso più profondo di una notizia, riuscire a raccontarla con efficacia organizzando i fatti in modo chiaro, rapidamente, con la giusta sintesi.

Tutto questo vorremmo saper fare noi cronisti. Ma se potessimo scegliere di avere un superpotere, uno solo, io credo che davanti a un fatto, a una storia, la maggior parte di noi sceglierebbe di poter fotografare con un battito di ciglia certi momenti che durano esattamente un secondo.

Sono quelli dell’immagine perfetta, quella che vale più di cinquanta righe e che appare e scompare nel tempo esatto in cui si realizza che - eccola - ci è già sfuggita.

È lo sguardo di un protagonista, il gesto di una comparsa imprevista, il fulmine durante il temporale, il bicchiere che si rompe, le mani tra i capelli, una lacrima o un sorriso che danno del tutto il riassunto più preciso, completando con un’emozione indelebile un racconto che invece, probabilmente, evaporerà.

Intendiamoci, nei nostri giornali abbiamo fotografi molto bravi, capaci di cogliere immagini potenti e bellissime, le vedete ogni giorno. Ma un cronista è spesso da solo e lo scatto perfetto è quasi sempre un rimpianto.

La storia si può ricostruire, un dettaglio si recupera, quell’immagine no. Resta ai margini degli appunti, con un punto esclamativo accanto. Si può provare a descriverla con le parole e a volte ci si riesce. Ma quella foto non c’è.

LE FOTO PERFETTE

Pensavo queste cose di fronte alla sequenza di Urban Cave, il fotoreportage della settantenne americana Andrea Star Reese esposto nella Cattedrale dell’ex Macello. Racconta la vita sepolta degli homeless che hanno ricavato alloggi di fortuna nelle gallerie della metropolitana di New York, lungo il Riverside Park.

È una delle venticinque mostre di cui si compone Imp, il festival internazionale di fotogiornalismo che per un mese - fino al 26 giugno - offre il privilegio di osservare in poche ore il lavoro di quaranta autori che hanno qualcosa di simile a quel superpotere. Come Star Reese, appunto, i cui scatti – che mi hanno rapito per quasi un’ora – sembrano una sequenza di foto perfette.

Uno anche più degli altri: è quello che ritrae Jamaica e Zoe, due degli homeless, in un momento di intimità, in una casa che non c’è, un rifugio che d’incanto – illuminato dal riflesso di quell’abbraccio – diventa una reggia. Per essere sincero, ho fatto un esercizio prima di guardare le foto.

Ho letto la storia di quel lavoro e ho provato a immaginare quello che avrei visto, le facce delle persone, la desolazione dei luoghi. Così, di fronte alla potenza narrativa di quelle fotografie mi sono sorpreso due volte: per la bellezza e per i limiti della mia immaginazione.

I NOMI

Tutte le mostre di Imp hanno una straordinaria potenza narrativa e descriverle non rende loro giustizia. Poi c’è qualcosa in più, che non ha che fare con il prodotto finito ma con la sua lavorazione. Sono i nomi delle persone. Sono le didascalie che aggiungono qualcosa al racconto. I cronisti sanno che un nome non è soltanto un’informazione anagrafica, un’annotazione dovuta.

È la prova di un contatto, spesso di un dialogo, in qualche caso di una confidenza che certifica la profondità del lavoro di raccolta delle informazioni. Ed è quello che fa la differenza.

Alla Loggia della Gran Guardia – fidatevi, non perdetela – c’è “Of suffering and time”, lavoro di Darcy Padilla che ritrae gli ospiti dell’Ambassador hotel di San Francisco dove nei primi anni Novanta, con gli ospedali saturi, si offriva ai più poveri una stanza dove morire di Aids.

Darcy Padilla ogni settimana girava per quelle stanze insieme a un medico. E fotografava gli ospiti, dopo averne ascoltato le storie. Di Daniel, Mark, Jane, Victoria, Dean, Stephen e tutti gli altri ci ha consegnato un’istantanea che va oltre lo scatto.

Nei dettagli di quelle immagini, c’è tanto di quello che si potrebbe dire di loro. Bisogna soltanto fermarsi a osservare, è quasi un atto dovuto, rispettando il punto di vista, le dimensioni, le distanze. Tutto, evidentemente, ha un senso compiuto.

È UN VIAGGIO

Non saprei indicare – né mi è stato chiesto di farlo – le mostre più belle fra le venticinque del festival. Non dimenticherò quelle di Marco Gualazzini sulla crisi umanitaria intorno al lago Chad (Galleria Cavour): paesaggi spettrali, la sofferenza scolpite sui volti delle donne, nessuno che sorride e un uomo che giace disteso sotto un albero, con la flebo appesa a un tronco.

E mi porto dentro anche quelle di Exodus, il fotoreportage di Nicolò Filippo Rossi (sempre in Galleria Cavour) sul viaggio di migranti e rifugiati dall’America Latina verso il Messico e gli Stati Uniti, passando per altre conquiste, che riclassificano immediatamente le priorità: l’acqua, il cibo, un dono inatteso, un costume di Halloween offerto a una bimba che con quello se ne va in giro a chiedere l’elemosina.

Sembra un altro mondo e invece è il nostro. E quei racconti ci parlano di luoghi, di storie e di volti che non riusciamo a immaginare. Era il nostro mondo anche la Jugoslavia, prima di disintegrarsi e di riportare la guerra in Europa.

Balkanica, che raccoglie gli scatti di Massimo Sciacca, ci riporta alla memoria quegli anni, che il bianco e nero fa sembrare lontani. E invece sono appena dietro di noi, a qualche ora da casa.

Ma il nostro mondo è anche quello che tende la mano all’Africa, è la bellezza della cura di Emergency (Palazzo Angeli, Prato della Valle), la poesia dell’immagine di una donna che fiera resiste al dolore, quella di un medico stravolto dalla fatica. Ma vederle, davvero, è molto meglio che sentirsele raccontare.

Qui tutte le informazioni.

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