Cinema al 100 per cento, le recensioni del film usciti in sala venerdì 27 maggio

Torna Tom Cruise nei panni di Pete “Maverick” Mitchell in “Top Gun: Maverick” a quasi quarant’anni dall’originale di Tony Scott. Ma arriva in sala anche il bellissimo “Alcarràs” di Carla Simón, Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino

ALCARRÀS

Regia: Carla Simón

Cast: Josep Abad, Jordi Pujol Dolcet, Anna Otín, Xènia Roset, Albert Bosch

Durata: 120’

“Alcarràs” sembra uno di quei film in cui “non succede niente”. E, invece, succede. Lo chiamano cinema del reale ma, in fondo, è la realtà che si fa cinema. Senza troppi sforzi. Senza inutili artifici. E non solo perché la regista Carla Simón passeggia tra i frutteti dei propri ricordi ma, soprattutto, perché la realtà sullo schermo fluisce naturalmente attraverso i suoi protagonisti (tutti attori non professionisti) e attraverso la terra che, poi, è l’autentico ventre di questa storia di memoria e di identità.

Il titolo geolocalizza un piccolo paese della Catalogna: qui la famiglia Solè vive da molti anni raccogliendo le pesche e dedicandosi alla campagna. Quelle terre sono il frutto di una stretta di mano tra l’allora capostipite della famiglia di latifondisti e il nonno Solè, a sancire un patto di usufrutto che sarebbe dovuto durare per sempre.

Ma quando l’intreccio di mani si scioglie e gli anni passano, restano solo le parole: nessuna traccia di inchiostro, nessun contratto. E ora la nuova generazione di proprietari vuole riconvertire i fr

utteti in enormi siti per pannelli fotovoltaici: sarà l’ultima estate di lavoro per coloro che quelle terre le hanno più che accudite. Nonni, figli, nipoti e bisnipoti (un irresistibile quartetto di bambini che vive la campagna come una dolcissima avventura che ha il sapore di un’infanzia soleggiata trascorsa a mangiare cocomero e a rincorrersi senza tregua) assistono, inermi, allo sfregio della modernità (paradossalmente in nome di una energia pulita) che si insinua sotto forma di enormi gru che “portano via”.

L’unico approccio possibile per i Solè è continuare a fare ciò che hanno sempre fatto. Fino all’ultimo. “Alcarràs” non è semplicemente un film contemplativo. Sì, ci sono i gesti ripetitivi, la ciclicità del lavoro, i secchi che si riempiono e si svuotano di pesche, le incombenze di tutti i giorni che si adeguano ai ritmi della natura.

È un’opera che, senza cedere al ricatto della memoria personale o a una rappresentazione manichea dei buoni e dei cattivi (anche se, non c’è dubbio, che la modernità abbia spesso una connotazione negativa tra usurpazione e sfruttamento economico), mostra qualcosa che il cinema non sempre è in grado di catturare. Il tempo e l’identità.

Tra questi due poli si aprono sequenze di grande umanità che gocciola di generazione in generazione con lo stesso affetto per la terra. Il nonno che accarezza gli alberi. Il figlio Quimet, rude ma dedito, anche a spese delle proprie vertebre, alla fatica del raccolto, i nipoti che, pur distratti anche dal “fuori”, vivono quei luoghi “disconnessi” senza mostrare insofferenza.

E i bambini per i quali, semplicemente, quella campagna è tutto, principio e fine del loro mondo. Mentre le donne di casa, pur silenziose, mantengono gli equilibri con forza insospettabile. Le meraviglie (non quelle di Alice Rohrwacher che ha uno sguardo più magico e meno materico) di quella realtà sembrano, alla fine, le stesse che racconta, pur nel relativismo del confronto, il Richard Linklater di “Boyhood”: con un film che non simula la vita, ma è vita. (m.c.)

Voto: 8

***

TOP GUN - MAVERICK

Regia: Joseph Kosinski

Cast: Tom Cruise, Miles Teller, Jennifer Connelly, Jon Hamm, Glen Powell

Durata: 131’

Mach come la misura della velocità del suono. Macho come Tom. Tom Cruise. È lui il protagonista assoluto di “Top Gun – Maverick”, alfiere di un tempo che non c’è più, flessibile come un elastico che avvicina e allontana in una sola inquadratura passato e presente, quei 36 anni che separano l’originale di Tony Scott a questa nuova versione vintage e nostalgica diretta da Joseph Kosinski.

Gli occhiali Ray-Ban a goccia, il giubbino in pelle, la moto (l’esonero dal portare il casco se lo è conquistato sul campo), il sorriso canaglia e l’istinto prima di tutto.

Pete “Maverick” Mitchell è rimasto uguale e fedele a se stesso: pluridecorato ma senza gradi (“a questo punto dovresti già essere ammiraglio”, lo redarguisce Ed Harris scorrendo il suo curriculum), armeggia ancora con gli aerei per testarli a colpi di mach, ma per quanto possa volare veloce i ricordi della morte di Goose stanno lì, attaccati come le foto su un armadietto, aggrovigliati nella testa ancora di più ora che “Rooster” (Miles Teller), il figlio del suo ex compagno morto in addestramento è tra gli allievi che Maverick è chiamato a formare per una missione suicida.

Mentre iniezioni di “machismo” gonfiano la trama in un triangolo di allievi arroganti (come Hangman, specchio di quell’Iceman che torna, pure, lui, ma, al contrario di “Mav”, maltrattato dal tempo: ammiraglio sì, ma senza la voce strappata dalla malattia in una toccante sovrapposizione tra finzione e realtà, tra il Val Kilmer attore e uomo), partite di football a torso nudo sulla spiaggia e l’inevitabile incontro-scontro tra Rooster e Maverick, il nuovo “Top Gun” diventa sempre più un film sul tempo, sulla consapevolezza di Maverick/Cruise che, ora, è persino pronto a rimanere a terra.

Magari con l’amata Penny (Jennifer Connelly), alter ego di Kelly McGillis, a cui si presenta in divisa bianca candida come per suggellare la sua trasformazione da ufficiale a gentiluomo. Nella frenesia dei sequel/reboot (anche a distanza di decenni) dei blockbuster anni ’80 con alterne fortune - la nuova saga di “Guerre Stellari” benedetta dagli incassi e, in fondo riuscita nonostante l’edulcorazione Disney o, ancora, Indiana Jones/Harrison Ford nel regno del teschio di cristallo o, infine, ma con esiti quasi disastrosi, il rientro in scena dei “Ghostbusters” – “Top Gun – Maverick” lascia il segno, anzi una scia nel cielo proprio nel suo essere elastico temporale tra il cinema di allora e quello di oggi in cui gli F-14 sono diventati catorci e anche gli uomini, domani, saranno solo dei manovratori di droni.

“It’s time to let go” dice (anzi scrive) Iceman/Kilmer: è tempo di andare oltre, ma quanto bello è stato, in fondo, stare lì, in quella appendice degli anni ’80, ancora un pochino … (m.c.)

Voto: 7

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