Dal Veneto alle Frecce Tricolori, il regista della pattuglia: «In volo non c’è spazio per la paura»

Il veneziano Stefano Vit, 41 anni, è il comandante della Pattuglia acrobatica nazionale

VENEZIA. È un veneziano il “coreografo” degli aerei, che dipingono con il tricolore i cieli azzurri italiani. Quarantun anni, di Fossalta di Portogruaro, da dicembre 2021 il tenente colonnello Stefano Vit è il comandante delle Frecce Tricolori. Un percorso lungo, iniziato nel 2000, con l’arruolamento in Aeronautica, proseguito con la laurea in Scienze politiche, fino all’istruzione a volo. E infine le Frecce.

È la realizzazione di un sogno coltivato da bambino?

«Non proprio. Da bambino ero affascinato dalla figura del militare, che fosse un pilota oppure no. Crescendo, ho iniziato a informarmi sulla strada da percorrere e ho scoperto che c’era la possibilità di fare il militare e il pilota. Ho mirato a quella carriera: pilota militare, ma non necessariamente delle Frecce».

Non le interessava?

«Non è questo. Io le ammiravo da bambino, lo ricordo benissimo. Ma era un mondo talmente bello e, ai miei occhi, irraggiungibile, che nemmeno ci pensavo. Nella mia vita ho sempre raggiunto gli obiettivi un passo alla volta. Diventato pilota militare, ho puntato al passo successivo: pilota delle Frecce Tricolori».

E come si diventa pilota delle Frecce?
«Intanto, bisogna essere piloti dell’Aeronautica, nei reparti operativi. Avere almeno 750 ore di volo alle spalle, un’anzianità di servizio minima di 9-10 anni e la qualifica di combat-ready. Poi ci si può candidare. Ogni anno, entrano uno o due piloti. L’addestramento inizia tra fine ottobre e i primi di novembre. Mentre la stagione acrobatica comincia a maggio, con appuntamenti praticamente ogni fine settimana».

Qual è la sua giornata tipo?
«Arrivo al lavoro alle 8. Alle 8.15 c’è il breefing meteo. Un pilota espone l’emergenza del giorno, da risolvere in volo; l’ufficiale addetto alle pubbliche relazioni illustra gli impegni della giornata con coinvolgimenti esterni; il responsabile della manutenzione ci dice quanti aeroplani sono disponibili e quali limitazioni hanno; l’ufficiale pilota commenta il programma della giornata; infine c’è il discorso del comandante. Poi c’è una fondamentale pausa caffè di una decina di minuti, per guardarsi negli occhi e iniziare l’attività di volo. Breefing alle 8.50 e primo decollo alle 9.20. Ogni pilota vola un paio di volte al giorno: ci sono due slot al mattino e uno o due il pomeriggio. Si tratta di voli acrobatici di 35-40 minuti. Dopo il volo, guardiamo il filmato, mettendoci nei panni dello spettatore e analizzando la resa delle nostre manovre».

E lo spazio per l’attività sportiva?

«Diciamo che, per noi piloti, il principale allenamento è stare sull’aeroplano. Ma il volo ha molto in comune con l’attività sportiva. Per questo siamo tutti molto attenti alla nostra forma fisica, perché avere un corpo allenato ci aiuta nelle accelerazioni e nel sopportare la fatica. Di conseguenza siamo più resistenti agli infortuni. In volo, il nostro corpo subisce delle accelerazioni importanti, soprattutto il collo e la schiena ne escono molto affaticati».

C’è spazio per la novità o lo spettacolo delle Frecce rimane invariato ogni anno?

«Le Frecce hanno un programma acrobatico storico. Abbiamo scelto di mantenerne l’ossatura costante negli anni, puntando sul massimo che si possa fare con un aeroplano, anche dal punto di vista della difficoltà tecnica. L’aeroplano che utilizziamo è lo stesso da quarant’anni. Modificando il programma si corre il rischio di renderlo meno godibile per il pubblico, abbassando il ritmo tra le manovre».

Qual è il programma?

«Diciotto manovre acrobatiche: sono le più complicate, messe insieme nel modo più avvincente possibile e con un bel ritmo. Senza vuoti, il pubblico deve essere sempre impegnato a osservare qualcosa. È un programma che non ha pari al mondo: ci sono manovre che prevedono l’incrociarsi di formazioni di più aeroplani, a distanze contenute tra loro e dal pubblico».

La manovra iconica?
«La manovra della “bomba”: nove aerei che si separano e si rincontrano nello stesso punto. Sembra un’esplosione di aeroplani. La nostra è una formazione molto numerosa, una pattuglia acrobatica di dieci velivoli. In volo è difficile, ci vuole tanto addestramento».

C’è posto per la paura?

«Se c’è, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Non ci si improvvisa piloti delle Frecce. Ognuno di noi vola in media oltre 200 ore all’anno, per una quarantina di sortite. È un percorso lungo, graduale e metodico: abbiamo piena coscienza di fronte a ogni novità. C’è la giusta tensione sportiva, ma non paura».

E come si affrontano gli imprevisti?

«Buona parte dell’addestramento di un pilota consiste proprio nella preparazione agli imprevisti: gestione del brutto tempo, dell’avaria di un aeroplano. Tutte emergenze che possono capitare in volo e che si affrontano con grande preparazione e sangue freddo».

I luoghi più belli dove ha volato?

«Sorvolare le Alpi è sempre una grandissima emozione. E lo stesso vale per le grandi città come Roma o Venezia. Ma l’emozione più grande prescinde dal posto. Quando guardi giù e c’è tanta gente è una vittoria».

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