Strukul presenta il suo ultimo romanzo: «Il mio Canaletto investigatore suo malgrado in una Venezia che amo: decadente ma viva»

Lo scrittore Matteo Strukul

E’ in libreria il nuovo  thriller dello scrittore padovano che parte dal quadro “Rio dei mendicanti”. Dopo i successi di “I medici”, “Dante enigma” e “Inquisizione Michelangelo”, il traguardo del milione di copie vendute è dietro l’angolo 

PADOVA. Chissà se con “Il cimitero di Venezia” (Newton Compton, p. 310, 9, 90 euro), il suo nuovo romanzo, da martedì in libreria, Matteo Strukul raggiungerà il primo milione di copie vendute. Successi come “I medici”, “Dante enigma”, “Inquisizione Michelangelo” lo hanno fatto avvicinare a una soglia invidiabile per qualsiasi scrittore e potrebbe essere questa nuova storia, incentrata su Canaletto, a far tagliare allo scrittore padovano questo traguardo. All’origine del libro c’è un quadro famoso, “Rio dei mendicanti”, dipinto da Canaletto tra il 1724 e il 1726. In quel quadro, sulla sinistra, sono visibili tre figure che parlano tra loro. Cosa si dicano, chi siano non lo sappiamo, ma proprio questo vuoto è il libero territorio su cui ha lavorato come scrittore Matteo Strukul.

Perché un romanzo su Canaletto?

«Canaletto è il pittore che più ha ritratto Venezia e anche quello che forse lo ha fatto meglio. Coi suoi quadri ha diffuso il mito di Venezia nel mondo, anche perché ha avuto molti committenti britannici. Era un protagonista perfetto per raccontare la Venezia del Settecento. Però avevo appena riletto “Il conte di Montecristo” di Dumas e “La figlia del Capitano” di Puskin e mi era venuta voglia di scrivere un romanzo con un po’ meno storia e un po’ più azione rispetto ai precedenti. Così ho dato al libro un taglio da thriller».

Trasformare il pittore in un detective?

«No, non avrebbe avuto senso. È più un personaggio come D’Artagnan, che suo malgrado si trova coinvolto in una vicenda intricata, in un complotto, solo perché ha dipinto ciò che non doveva dipingere».

Un quadro che nasconde un mistero. Un po’ come in “I misteri del giardino di Compton House” di Greenaway?

«È un film che amo e forse ha agito sotto traccia. Sono sempre stato un assiduo frequentatore di Ca’ Rezzonico. Quando da ragazzo ho cominciato a leggere romanzi ambientati nel Settecento, mio padre mi ha detto che se volevo capire quel secolo dovevo per forza vedere Ca’ Rezzonico e da allora ho continuato ad andarci perché rappresenta un viaggio nel tempo. Lì ci sono gli unici due Canaletto rimasti a Venezia e nel Veneto e quello dedicato al “Rio dei mendicanti” mi ha sempre affascinato per il chiaroscuro molto più marcato che nei quadri successivi».

Il video: Matteo Strukul presenta il suo ultimo romanzo sul Canaletto: "Il cimitero di Venezia"

Matteo Strukul presenta il suo ultimo romanzo sul Canaletto: "Il cimitero di Venezia"

In questo romanzo c’è molta attenzione al lato artistico.

«Nei miei libri ho sempre dato spazio all’arte, ma questo è, assieme al libro su Michelangelo, quello in cui mi sono soffermato maggiormente sulle tecniche realizzative, perché il modo in cui Canaletto costruiva le sue vedute è complesso. Noi immaginiamo che lui si mettesse lì con la sua camera ottica e poi ricalcasse. In realtà invece, dipingeva lo stesso scorcio da diverse prospettive e poi le combinava insieme. Tanto è vero che se osserviamo bene le corrispondenze non sono mai perfette».

Ci sono personaggi realmente esistiti e altri inventati. Anche eventi reali come l’epidemia di vaiolo.

«Volevo introdurre alcuni aspetti centrali della civiltà veneziana del Settecento. Così ho dato spazio a un medico ebreo che si fa portavoce delle nuove idee mediche sulla prevenzione del vaiolo che venivano elaborate all’epoca all’Università di Padova. E in qualche modo ho anche voluto rendere omaggio alla tradizione del vetro attraverso un personaggio che richiama le invenzioni di Marietta Barovier».

E quanto c’è di storico nella psicologia di Canaletto?

«Non ne sappiamo molto. Sappiamo che era basso di statura (e quindi da Canal a Canaletto), che non si è mai sposato, che era un uomo determinato. Io lo ho immaginato come un artista che vive tutto dentro il suo lavoro, anche se il coinvolgimento in un delitto lo porta suo malgrado a confrontarsi col mondo».

È una Venezia crepuscolare quella del libro. Come quella di oggi?

«Il Settecento è per Venezia un secolo di decadenza, ma la decadenza coincide anche con lo splendore: nascono decine di personaggi eccezionali, da Goldoni a Vivaldi, da Benedetto Marcello a Tiepolo. E anche oggi io non vedo solo decadenza, vedo anche una rinascita possibile. Questi giorni con la Biennale, la mostra Kiefer lo stanno a dimostrare. Si criticano sempre Venezia e il Veneto, io sento invece il bisogno di esaltarne la cultura». Nicolò Menniti-Ippolito

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