Ecco in anteprima il Padiglione Italia della Biennale Arte 2022 di Venezia

Il padiglione iItalia, dell’artista Gian Maria Tosatti, curato da Eugenio Viola foto interpress

Nella notte consumata del miracolo italiano tornano (forse) le lucciole. Il padiglione è stato trasformato in ambienti industriali d’antan con pilastri di cemento e pareti inscurite dalle polveri; con macchinari, gabbie di ferro, scale, pulegge, rotaie, motori

VENEZIA. Una graziosa hostess all’ingresso del padiglione Italia chiede di far silenzio nel corso della visita. Si entra in uno scenario di fabbriche abbandonate, primo capitolo di una riflessione che appare impietosa e poetica allo stesso tempo.

Il titolo per intero è “Storia della notte e destino delle comete” , l’artista Gian Maria Tosatti, il curatore Eugenio Viola e il commissario Onofrio Cutaia della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. La stessa che ha accompagnato l’artista, a dicembre del 2021, nella tappa profetica di Odessa, stazione del progetto pluriennale “Il mio cuore è vuoto come uno specchio” : racconti visivi registrati ai confini della civiltà.

La notte è la sordità ottusa, scura e sudicia delle fabbriche degli anni Sessanta, l’altra faccia del boom economico, delle code per le spiagge alla domenica che ogni tanto emergono dalle teche Rai.

Il padiglione è stato trasformato in ambienti industriali d’antan con pilastri di cemento e pareti inscurite dalle polveri; con macchinari, gabbie di ferro, scale, pulegge, rotaie, motori.

Fermi, abbandonati, inutili, perché la funzione per cui erano nati è stata sepolta e dimenticata. C’è anche un ambiente manifatturiero con una distesa di macchine per cucire, meno scuro ma non per questo meno alienante: la trovata è l’appartamento che dà su questa sala. Piccolo, tetro quel tanto che basta a far rimpiangere gli squallidi motel dei film americani.

Il lampadario a gocce si vede attraverso la finestra dalla sala macchine, non c’è la bambola di celluloide sopra il letto perché non c’è il letto, ma solo le reti. Una teatralità neo-neorealista allestisce una pluralità di linguaggi su base letteraria, soprattutto “La dismissione” di Ermanno Rea e molto Pasolini. L’effetto riesce, ci si sente addosso tutto il peso delle storture del sogno industriale, l’infelice epilogo del consumismo che prometteva ben altro. Dunque la notte fotografa la disfatta del sogno del Bel Paese ma, più in generale, del progresso.

Poi compare l’acqua che sta per il mare e dunque per la natura che reclama i suoi diritti calpestati e compare la notte vera, cioè il buio senza rovine industriali. L’acqua è mossa, il visitatore s’inoltra su un pontile nel suo mezzo e in fondo vede qualche piccola luce che s’accende e si spegne. Sono le lucciole; forse qualcuno non più giovane si ricorda delle lucciole.

«Pasolini » dice il curatore Viola «ha scritto: darei l’intera Montedison per una lucciola, ora che la Montedison se n’è andata potremo riavere quella singola lucciola?» e cita il libro di Huberman “Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza” che ribalta in chiave possibilista il pessimismo oracolare dell’ultimo Pasolini.

Il curatore aggiunge che nel miracolo della ricomparsa delle lucciole «la visione malinconica che presiede all’attraversamento della notte, si ribalta nella visione eclatante, potente della promessa che quelle piccole creature della luce rimangano in vita. L’ottimismo è una necessità etica, un’obbligazione morale in questi tempi incerti. Le lucciole hanno un ecosistema fragilissimo, possono scomparire immediatamente».

A ben guardare però sembrano poche: «Forse sono solo le prime» suggerisce Tosatti «forse altre ne arriveranno, decideranno loro. Non possiamo prevederlo. Non si sa, accade come per il mare che non è costante».

Le metafore si rincorrono e l’accento trascorre dalla catastrofe agli spiragli di futuro: peggio di come è andata non potrà andare, arrivati sul fondo non si può che risalire. Anche questo fa sperare.

«Abbiamo voluto tracciare una parabola bruciante nella storia del pianeta, una parabola che può avere una fine prossima o lontana, l’incognita, la nostra domanda è proprio questa, quando finirà? Tuttavia noi non siamo indipendenti dal destino di questa parabola, forse la sua scrittura dipende dal modo in cui compiamo i nostri gesti, sapendo che ogni gesto determina una conseguenza. Questo è un elemento su cui dobbiamo riflettere che non riguarda tanto l’opera che in sé è come uno specchio dove ognuno vede quello che crede. Lo specchio è un produttore di domande dove ci si vede ogni volta uguali e diversi» . E le comete? «Le comete siamo noi».

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