Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti giovedì 7 aprile

"Tra due mondi" di Emmanuel Carrère

I conflitti nella società francese in due film dal titolo quasi speculare: “Un altro mondo” di Stéphan Brizé con un magnifico Vincent Lindon e “Tra due mondi” dello scrittore-regista Emmanuel Carrère con Juliette Binoche. Dopo “Joker”, Joaquin Phoenix torna protagonista di un intimo film in bianco e nero: “C’mon C’mon” diretto da Mike Mills. Dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante arriva finalmente in sala “La figlia oscura” di Maggie Gyllenhaal (miglior sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia 2021). In sala  anche "Un altro mondo" che non è un film spettacolare o di grandi star, ma un film francese sul mondo del lavoro, con un grandissimo interprete come Vincent Lindon. Per finire “La figlia oscura”, tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante

TRA DUE MONDI

Regia: Emmanuel Carrère

Cast: Juliette Binoche, Héléne Lambert, Léa Carne, Emily Madeleine

Durata: 106’

Marianne (Juliette Binoche) si è trasferita da poco a Ouistreham, sulla sponda francese del canale della Manica. Cerca un impiego, offrendosi di fare le pulizie al salario minimo e finendo per accettare condizioni di lavoro disumane sui traghetti in partenza: sveglia all’alba, turni massacranti, 230 letti da rifare in 90 minuti. Con lei altre compagne in difficoltà economica, come Christèle, mamma sola di tre bambini, e la giovanissima Marilou.

Marianne, però, di quel lavoro ha bisogno per altre ragioni perché, in realtà, appartiene a un altro mondo che vuole comprendere dall’interno e sul campo cosa sia effettivamente il precariato. Con quelle compagne condivide solo un pezzo di strada ma la loro sorte non potrà mai essere la stessa.

Lo scrittore Emmanuel Carrère torna dietro la macchina da presa, lasciandosi ispirare dal romanzo-inchiesta della giornalista Florence Aubenas. “Tra due mondi” è un altro esempio di come, attualmente, il cinema francese sia forse l’unico capace di raccontare l’oggi e, in particolare, le contraddizioni economiche che alimentano la frattura sociale.

Che la prospettiva sia quella del datore di lavoro (come nell’ultimo film di Stephane Brizè, “Un altro mondo”) o della madre single che lotta tutti i giorni per non perdere il proprio posto di lavoro (come in “Full Time – Al cento per cento”), lo scollamento della società sembra ormai insanabile.

Nel film di Carrère questo divario si colora di sfumature solidaristiche all’insegna di una umanità che non chiede nulla in cambio e che si accontenterebbe anche solo di quella “angel share” (la parte del whisky che evapora dalle botti, ma anche un inaspettato flute di champagne) descritta da Ken Loach.

Resta, però, uno iato di fondo, incolmabile, tra il mondo di Marianne e quello delle sue amiche che offre al regista lo spunto per riflettere su un’altra contraddizione, ovvero quella di un processo creativo (la scrittura di un libro ma anche la realizzazione di un film) che per essere autentico pretende di collocarsi sullo stesso piano del proprio oggetto di analisi, ma sconta alcuni effetti collaterali in termini di dubbi morali e menzogne di classe.

Come i traghetti del film, c’è chi li usa come mezzi di trasporto e chi, come mezzi di sostentamento, senza che gli uni e gli altri se ne avvedano (emblematica la sequenza delle addette alla pulizia che devono restare invisibili ai passeggeri e scomparire prima della loro salita a bordo). Due mondi, appunto, che ogni tanto si sfiorano ma restano distanti. (m.c.)

Voto: 7

***

C’MON C’MON

Regia: Mike Mills

Cast: Joaquin Phoenix, Gaby Hoffmann; Woody Norman, Molly Webster

Durata: 108’

C' Mom C' Mon di Mike Mills 

Johnny (Joaquin Phoenix) gira gli Stati Uniti con il suo registratore per intervistare bambini e ragazzi americani, chiedendo loro di immaginare il futuro. Pur immerso, per lavoro, nella dimensione della preadolescenza, Johnny non ha alcuna pratica di quel piccolo mondo che non immagina così complesso.

L’occasione per conoscerlo e frequentarlo davvero gli arriva dalla sorella Viv (Gaby Hoffmann) che, impegnata ad accudire il marito emotivamente instabile, chiede a Johnny di occuparsi per qualche giorno di Jesse (Woody Norman), il figlio di 8 anni, perspicace e intelligente ma anche irrequieto e problematico.

Zio e nipote intraprendono così un viaggio (anche fisico attraverso tre luoghi simbolo dell’America come Los Angeles, New York e New Orleans) di conoscenza reciproca, tra paure e incomprensioni, momenti di felicità e germogli di consapevolezza che cambia le loro vite.

“C’mon C’mon” di Mike Mills si dibatte tra la dolcezza di un percorso sulla genitorialità e sulla dignità dello sguardo ad altezza bambino (con il coro delle autentiche voci di altri preadolescenti americani) e una programmaticità, anche autoriale (soprattutto nell’uso di un bianco e nero da cinema indie e nelle citazioni letterarie), che, qualche volta, si trasforma in una estenuante seduta psicanalitica, sempre alla ricerca del dialogo, delle esternazioni dei sentimenti, quasi ostile al silenzio e alla riflessione.

È il limite di un film che, come lo strumento d lavoro di Johnny, sembra avere il microfono puntato sullo spettatore, generando solo a tratti una reale empatia. Ma è anche il modo, forse l’unico efficace, per restituire la fatica dell’essere genitore, la necessità di essere sempre “in ascolto” (lo sfogo della madre di Jesse è, per certi versi, inedito e, per questo, anche così vero) delle esigenze di un individuo che fa domande, vuole conoscere, pretende autonomia ma anche protezione.

Un peso sulle spalle gravoso che Johnny prova (letteralmente) per qualche giorno e che ogni madre conosce, ama e odia, spesso senza poterlo dire. (m.c.)

Voto: 6,5

***

"Un altro mondo"

Regia: Stéphan Brizé

Cast: Vincent Lindon, Sandrine Kiberlain

Durata: 96’

Copyright:JEAN-CLAUDE LOTHER

"Un altro mondo" non è un film spettacolare o di grandi star, ma un film francese sul mondo del lavoro, con un grandissimo interprete come Vincent Lindon e un regista come Stéphan Brizé che ci ha abituati ad analisi spietate sul mondo del lavoro contemporaneo. Ma a differenza dei precedenti "La legge del mercato" e "In guerra", "Un altro mondo" non dirige il focus sulla classe operaia o sugli emarginati, ma punta la macchina da presa su quadri e dirigenti, soggetti allo stesso disagio di fondo che subisce il dipendente. Come dire che anche i manager soffrono, non è un problema solo di lotta di classe, ma dell'intero sistema. «Il capitalismo uccide tutto, non solo il mondo del lavoro, ma la famiglia e i rapporti umani che appartengono anche alla classe borghese», ha detto Brizé. Così accade anche a Philippe Lemesle (Lindon), giunto alla fine del rapporto coniugale con la moglie Sandrine Kiberlain, un amore danneggiato dalla pressione del lavoro. Dirigente di successo in un gruppo industriale, Philippe non sa più̀ come rispondere agli ordini incoerenti dei suoi superiori, che vogliono che lui sia sempre più un esecutore e meno un leader. E di fronte alla nuova trattativa, all'ennesima riduzione di organico, Philippe entra in crisi. Il film continua sicuramente il discorso precedente anche se non si può dire costituisca il completamento di una trilogia, perché c’è discontinuità coi precedenti.

«Qui c'è una sfera privata più ampia, un dramma interiore prima che sociale, alla quale Philippe reagisce con una scelta coraggiosa», ha detto il regista. Brizé usa tre mdp contemporaneamente, per dare allo spettatore un maggior senso di spaesamento verso Phiippe. Inquadrarlo da tre punti di vista in successione significa accerchiare il protagonista, nella mancanza di uno sguardo univoco, il suo, ma anche quello degli altri verso di lui, inafferrabile dai suoi collaboratori oltre che dalla direzione. Brizé non fa propaganda, non ricorre al cinema militante più esplicito, ma eleva una vicenda personale a dramma sociale. Non è cinema militante in senso stretto, ma senza dubbio impegnato (mi.go.).

Voto: 7,5

***

“La figlia oscura”

Regia: Maggie Gyllenhaal

Cast: Olivia Colman, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard,

Durata: 121’

© 2021 Netflix, Inc.

In un’isola greca arriva Leda Caruso, professoressa universitaria americana di mezza età, per una vacanza solitaria. Ma il contatto con una famiglia numerosa e dozzinale innesca in lei un meccanismo di affioramento della propria maternità. È, in sintesi, la storia de “La figlia oscura”, tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, opera d’esordio di Maggie Gyllenhaal, sorella di Jake e attrice di fama lei stessa.

Per la regista il libro è stato un vero colpo di fulmine, facendo emergere una parte nascosta della propria esperienza di madre e di donna, sino ad allora negata e che invece Gyllenhaal si trova a condividere, scegliendo due piani paralleli di narrazione, quello della Leda adulta, piena di fisime e qualche pazzia, impeccabilmente interpretata da Olivia Colman, e quello della giovane madre (Jessie Buckley) che lascia figlie e marito per un collega. Il raffronto continuo col personaggio di Dakota Johnson, la mamma della spiaggia, è per Leda un continuo rispecchiarsi in una vita passata, fatta di fughe e di ritorni, di affetti negati e ribaditi, fino a farle compiere anche qualche pazzia. Leda emerge così come un personaggio lacerato, che a suo tempo ha scelto egoisticamente se stessa, con molti ripensamenti: situazioni condivise da chi si divide tra figlie e lavoro, sullo schermo e nella vita quotidiana. Davanti a questi temi, il rischio per un’esordiente, è di fare un film a tesi, per un pubblico femminile e “la figlia oscura” presta effettivamente il fianco a qualche ingenuità, con un eccesso di primissimi piani che evidenziano il disorientamento della donna, e qualche circolarità narrativa di troppo (mi.go.)

Voto: 6

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Strage di ragazzi a Godega: il luogo dell'incidente in cui sono morti i quattro giovani

Focaccia con filetti di tonno, cipolla rossa e olive

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi