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Morte di Guerra, sentenza ribaltata Condannato il carabiniere che sparò

In Corte d’Appello, il maresciallo Pegoraro ritenuto responsabile, ai soli fini civilistici, di eccesso colposo di legittima difesa

Roberta De Rossi
2 minuti di lettura

/ venezia

Per la Corte d’Appello di Venezia, non fu legittima difesa.

I giudici hanno, infatti, ieri rovesciato la sentenza di assoluzione di primo grado e ritenuto responsabile di eccesso colposo di legittima difesa il maresciallo dei carabinieri Marco Pegoraro, che il 29 luglio del 2015 sparò e uccise Mauro Guerra, al culmine di una giornata convulsa.

Una giornata che era iniziata con la convocazione in caserma del 32enne di Sant’Urbano, in seguito ad alcune segnalazioni per presunti suoi comportamenti aggressivi. Per verificarne la pericolosità sociale, i carabinieri avevano attivato il protocollo del caso, avvisando anche l’autorità sanitaria. Non ancora un “trattamento sanitario obbligatorio” psichiatrico – che va firmato dal sindaco – ma Guerra si era forse sentito imprigionato. Ed era scappato. Prima a casa (dove per tenere lontani i militari aveva afferrato uno dei bilancieri che usava nei suoi allenamenti di body building, lui che era un “gigante” di muscoli), poi la fuga tra i campi – a petto nudo e piedi scalzi – sempre inseguito dai carabinieri. Ne era nata una colluttazione con uno dei militari, che l’aveva raggiunto e ammanettato a un polso: Guerra si era divincolato e il carabiniere era rimasto ferito alla testa. Il giovane si era quindi rialzato per allontanarsi, venendo colpito al fianco dal proiettile esploso dall’arma del comandante, che ha sempre sostenuto di aver sparato per difendere il collega.

Assolto in primo grado dal Tribunale di Rovigo su richiesta della stessa Procura, il maresciallo è stato ieri – invece – ritenuto responsabile in Appello di eccesso colposo di legittima difesa. Una condanna ai soli fini civilistici e senza conseguenza penali: non è stata, infatti, la Procura generale a presentare il ricorso (anzi, ieri ha chiesto nuovamente di mandare libero da ogni accusa il militare), ma è stata la parte civile – con gli avvocati Berardi e Pinelli, in rappresentanza della famiglia Guerra – a chiedere un nuovo processo, che in questo caso non accerta quindi responsabilità penali, ma decide sul risarcimento civile.

La Corte, presieduta dalla giudice Elisa Mariani, prima ha respinto la richiesta delle parti civili di riaprire l’istruttoria, per acquisire la testimonianza di un carabiniere che in una recente intervista aveva sostenuto che a dare l’ordine di inseguire Guerra fosse stato proprio il comandante Pegoraro. Poi – al temine di una camera di consiglio durata un’ora – ha sovvertito la sentenza di primo grado e ritenuto il maresciallo responsabile dell’accusa «ai fini civilistici». Pur demandando al Tribunale civile il compito di definire l’ammontare del risarcimento ai familiari della giovane vittima, la Corte ha però condannato il carabiniere al pagamento di una provvisionale immediata di 80 mila euro a testa per i genitori di Mauro Guerra e di 50 mila euro (a testa) per la sorella e il fratello dell’uomo.

Rispettando la sentenza, il maresciallo – come pure aveva fatto dopo l’assoluzione in primo grado – si è allontanato senza rilasciare alcun commento. «La verità processuale, pur se sgradita, va accettata e il maresciallo Pegoraro ha sempre accettato silenziosamente le decisioni e la volontà dei giudici, qualsiasi essa sia», ha commentato brevemente l’avvocato difensore Stefano Fratucello.

«Siamo soddisfatti perché la Corte ha ritenuto evidentemente la responsabilità dell’imputato, seppur ai fini civilistici», il commento dell’avvocato Fabio Pinelli, legale di parte civile per la famiglia Guerra, con il professor Alberto Berardi. «Non significa che la condanna sia all’Arma dei carabinieri, ma che in questo specifico episodio, c’è stato un comportamento illegale. Ci prepariamo ad un eventuale ricorso in Cassazione della difesa».

Per conoscere il perché delle decisioni della Corte d’Appello, bisognerà attendere il termine di 90 giorni, termine per il deposito delle motivazioni della sentenza. —

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