L’esperta che studia il cuore di Carlo Alberto: «Difetti congeniti sono causa delle morti improvvise»

La professoressa Cristina Basso, patologa al Dipartimento di Scienze Cardiologiche studierà il cuore di Carlo Alberto Conte, morto a 12 anni. «La ricerca salva quasi il 90% dei pazienti, negli ultimi anni individuate numerose malattie». I sintomi da non sottovalutare

PADOVA. Carlo Alberto non aveva mai avuto problemi di salute. Non aveva nessuna patologia. Aveva già fatto sport come tanti ragazzini della sua età. Eppure il suo giovane cuore è andato in cortocircuito e non c’è stato niente da fare. Le morti improvvise nei giovani e giovanissimi sportivi sono un dramma che la medicina combatte con determinazione e i risultati sono importanti.

Ne parliamo con la professoressa Cristina Basso, docente ordinaria di anatomia patologica dell’Università di Padova, tra le massime esperte a livello mondiale di cardiopatologie e morti improvvise.

«Nel corso degli ultimi decenni abbiamo individuato numerose malattie di questo genere», spiega la professoressa, «sapere che non si può tornare indietro è molto doloroso, ma dobbiamo concentrarci sugli approfondimenti perché capire le cause di questi episodi può aiutare gli altri. A cominciare dalla famiglia del soggetto perché fino al 40% sono casi che hanno base genetica ed ereditaria».

Accade proprio negli sportivi, considerati il ritratto della salute: «Si tratta di difetti congeniti: il cuore nasce con un difetto di costruzione – continua la professoressa Basso – Non si muore subito perché non sempre sono difetti che portano alla morte. Spesso ad essere fatale è la combinazione tra il difetto – di cui la persona non è consapevole – e uno stimolo esterno, che può essere un’intensa emozione o uno sforzo importante.

Oppure ci possiamo trovare di fronte a delle situazioni genetiche: c’è un gene malato che, ad un certo punto, diventa una malattia. Può succedere che l’anno prima, o qualche mese prima, non c’erano avvisaglie e, qualche mese dopo, può comparire la malattia». Ed ecco il cortocircuito elettrico: «Si spegne improvvisamente la luce – spiega  – il cuore non riesce più a pompare il sangue, non ha più un ritmo – sopraggiunge la fibrillazione – e il primo organo che ne risente irreversibilmente è il cervello, che non riceve più sangue».

Il drammatico paradosso può essere che il cuore riparta, ma il cervello non può: «Le cause sono tante, le dividiamo per scomparti. La medicina non è una scienza perfetta», sottolinea la professoressa, «abbiamo imparato a conoscere molte malattie e altre le conosceremo, ma esiste uno zoccolo duro che sfugge: non è tutto bianco o tutto nero.

La tragicità di questi episodi getta nello sconforto, ci fa sentire del tutto impotenti, invece dobbiamo ricordare che lo siamo – imponenti – per una frazione di malattie». Ci sono delle avvisaglie che possano suggerire ai genitori il pericolo?

«Non bisogna sottovalutare nessun sintomo – scandisce Basso – Il cuore che batte forte, un ragazzo che si sente svenire, la mancanza di respiro, un dolore al torace, la perdita di conoscenza. E poi la prevenzione.

In Veneto c’è la migliore medicina dello sport d’Italia, dunque non facciamoci prendere dalla fretta: mai avere fretta per un certificato». Dagli anni Ottanta il nostro sistema sanitario ha introdotto la visita sportiva per i bambini e i ragazzi: «dalla storia clinica del soggetto, all’elettrocardiogramma, fino al test da sforzo. Sulla base di questi risultati sifanno gli approfondimenti. Siamo un passo avanti rispetto ad altri paesi europei e all’America.

Basti pensare che questo sistema di prevenzione ha ridotto – dagli anni Ottanta ad oggi – dell’89% l’incidenza annuale del fenomeno negli sportivi. Bisognerebbe fare più prevenzione, ad esempio nel resto dei giovani che non pratica sport e dunque non si sottopone a screening annuale, in questo caso la mortalità è rimasta uguale»

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