Chioggia, un giorno con i custodi dell’Adriatico. Ecco come funziona la “Wall street” della pesca

Viaggio nel mercato ittico. Tra riti antichi e telematica, offerte all’orecchio e catena di montaggio. A far suonare la sirena del via alle contrattazioni siamo stati noi giornalisti

CHIOGGIA. Mancano quindici minuti alle tre di pomeriggio quando i grossisti iniziano ad affollarsi fuori dai cancelli metallici del mercato ittico di Chioggia. Scalpitano. Mani in tasca, berretti di lana a riparare dall’umidità, mascherina che lascia scoperti solo gli occhi. Sguardo fisso, di chi sa già tutto: quanto intende spendere, quanto potrà incassare dalla rivendita.

Dall’altra parte dei cancelli, arroccati dietro pile di polistirolo scricchiolante e colmo di pesce fresco, la schiera di pescatori e commissionari pronti a vendere il frutto delle notti passate al freddo tra le onde dell’Adriatico. La sirena, classico suono da contraerea, è il segnale che tutti aspettano: domanda e offerta si incontrano, le contrattazioni possono avere inizio.

Eccola, la liturgia laica che, due volte al giorno, anima il mercato di Chioggia, città nella città. E per una volta, siamo noi a scandire il via a questo rito collettivo che - puntuale alle 3.45 di notte e alle 15 - si ripete da sessant’anni. Fabrizio Brancoli (direttore di La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso, Il Mattino di Padova, Corriere delle Alpi) ieri ha simbolicamente premuto la sirena delle 15 per l’inizio delle contrattazioni nello storico mercato chioggiotto, su invito del sindaco Mauro Armelao.

Al mercato ittico di Chioggia il rito della "sirena" affidato al nostro direttore Fabrizio Brancoli

Un gesto simbolico, che vuole testimoniare la vicinanza del nostro giornale ai “custodi dell’Adriatico”, e la ripresa del mercato alle prese con le difficoltà della pandemia. Un periodo difficile, in cui però gli oltre 800 operatori che ogni giorno gravitano intorno al mercato non hanno smesso - nemmeno un giorno - di rimboccarsi le maniche. E di continuare a dare vita alla tradizione del mare.

Come con le ciminiere delle fabbriche di inizio novecento, basta alzare lo sguardo al cielo per avvistare da lontano il mercato di via Poli, sull’isola dei Cantieri, tra il canale San Domenico e il Lusenzo.

Sono i gabbiani, a caccia perenne di scarti, a rivelarne l’esatta posizione. E a fare da navigatore. Come un enorme alveare, caotico ma dove tutti sanno alla perfezione cosa fare, il via vai di persone inizia ben prima del “gong” che dà il via alle danze.

Schiene curve, casse di polistirolo che viaggiano veloci da una mano all’altra dai pescherecci ormeggiati fino alle banchine. Qui muletti arrugginiti caricano a più non posso prima di essere inghiottiti dal capannone centrale. Scaricato il prodotto, pescatori e addetti al trasporto escono di nuovo all’aperto per ripetere l’operazione.

Eccola, la catena di montaggio che muove un mercato da 40 milioni di euro di fatturato l’anno su cui gravita la marineria più grande d’Italia, con una flotta di 250 pescherecci. I rumori metallici dei rimorchi e i clacson dei muletti a motore scompaiono non appena si varcano i cancelli della sala d’esposizione, cinquemila metri quadri che rappresentano il cuore pulsante del Mercato Ittico e della sua città di mare.

Il corridoio centrale divide le postazioni di vendita. L’inchiostro di seppia macchia di nero le scatole ammucchiate. Qualche canocchia e qualche cefalo sguazzano ancora. L’odore di pesce fresco, ancora vivo riempie le narici, mentre l’umidità perenne e la nebbia entrano nelle ossa. Si cammina perennemente sull’acqua, pochi millimetri di mare coprono il pavimento della sala.

Lunghi preparativi che aprono la strada all’asta all’orecchio, caratteristiche che distingue Chioggia dal resto d’Italia. Con il suono della sirena, infatti, prende il via la lunga processione. Commercianti e grossisti si aggirano tra le postazioni. Si controlla, si scambiano due parole, qualche battuta. Ma poi si fa sul serio.

La figura centrale è quella dell’astatore. Scandisce a voce tonante i nomi di chi è interessato, una sorta di appello prima del via alla trattativa. Chi c’è c’è. È intorno a lui che si riunisce un capannello di persone. Sguardo dritto negli occhi, l’acquirente interessato che si china in avanti e con la bocca sussurra all’orecchio dell’astatore il “suo” prezzo per quella quantità di prodotto (anguille, branzini, canocchie).

La serie di inchini dura fino a quando non si esauriscono le offerte. Ad aggiudicarsi quella quantità di pesce fresco, però, può essere uno e uno soltanto. Concluso l’affare, nessuno scambio di soldi in contanti. Tutto è tracciato, tutto è telematico, tutto è registrato.

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Le casse in polistirolo a quel punto vengono selezionate, pesate. Dita che battono su calcolatrici per misurarne l’esatta quantità, bollette di tracciamento che vengono inviate all’amministrazione per caricare la tariffa. E l’operazione è conclusa.

Passando dai grossisti a ristoratori, supermercati, principali mercati italiani, il pesce fresco venduto a Chioggia arriva ad essere servito nei piatti. Ultimo tassello di una tradizione marinara che muove una città intera.

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