Denaro più caro, dalla Fed un campanello d’allarme per l’Italia

Era un’altra era politico/monetaria quando l’allora presidente della Federal Reserve (FED) Paul Volcker nel 1979 diede avvio a una politica monetaria aggressiva. La FED rese più caro il costo del denaro (subito al 12% per giungere al 20,5 nel maggio 1981) e stroncò, pagando con recessione, l’inflazione. Poi questa sparì dai radar e le crisi seguenti, dalle Twin Tower del settembre 2001 a quella dei subprime del 2008, imposero “moneta facile” per evitare il collasso economico. Tuttavia d’inflazione ora si torna a parlare, seppure all’inizio esorcizzandola come temporanea; e si ragiona pure di aumenti possibili del costo del denaro. L’era dei tassi zero o negativi è agli sgoccioli? Possibile.

Il tema riguarda da vicino l’Italia perché a causa del suo debito elevato (simbolo della vera rinuncia alla sovranità da parte delle sue classi politiche) è sensibilissima all’andamento dei tassi d’interesse. A parlare di ciò è sempre più frequentemente l’attuale successore di Paul Volker, Jerome Powell. In audizione al Senato degli Stati Uniti in occasione del probabile rinnovo del suo mandato in FED, il Banchiere centrale statunitense ha sottolineato la necessità per la politica monetaria di superare le condizioni di emergenza e di normalizzare la situazione dei prezzi. Naturalmente Powell, come Volker, conosce il rischio recessivo di ciò e per questo parla di interventi circoscritti. I cui effetti, dato il peso del dollaro, presto potrebbero travalicare l’oceano, salvo che nuove ondate virali o la politica timorosa di recessione impongano a Powell di cambiare rotta.


Le novità che la FED annuncia accendono la spia rossa nel quadro di comando della “nave Italia”. Il dibattito sulla possibile condivisione del debito pubblico in sede UE indica che vi è attenzione, però insufficiente. Al momento gli acquisti di debito sovrano italiano da parte della BCE tamponano il rischio di mercato; ma scricchiolii già si sentono.

Difatti, le ragioni di Powell possono trovare ascolto in Nord Europa dove c’è la domanda politica di un regime monetario meno espansivo. La ragione è che questi elettorati patiscono che i loro investimenti in fondi sanitari, pensionistici e assicurativi, detenendo per ragioni prudenziali in portafoglio asset sicuri come i bund tedeschi a interesse negativo, a causa di questi ultimi rischiano quantomeno il taglio delle prestazioni. Vero, grazie al «faremo tutto il necessario» di Draghi l’Eurozona ha tenuto; ma per contrappasso ha creato per questi problemi di welfare orecchie favorevoli alle tesi del presidente della FED. Non a caso Joachim Nagel, il nuovo presidente della Bundesbank, ha ammonito contro l’inflazione mostrando la condivisione tedesca per le preoccupazioni di Powell. Il presidente della FED parla pure al Belpaese ricordandogli che, potendo iniziare una nuova “era monetaria”, è bene si prepari senza indulgere a nostalgie per la lira svalutata. —

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