Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti il 13 gennaio

Federica Pellegrini in  “Underwater”

I fratelli D’Innocenzo sondano l’animo umano nel misterioso “America Latina” con un inquietante Elio Germano. Si parla di eutanasia nel nuovo film di Ozon (con una strepitosa Sophie Marceau). Will Smith (fresco vincitore del Golden Globe) nei panni dell’artefice del successo delle tenniste Venus e Serena Williams (Una famiglia vincente). Infine, il documentario sulla “Divina” Federica Pellegrini”.

UNDERWATER

Regia: Sara Ristori

Casta: Federica Pellegrini

Durata: 93’

C’è tutta Federica Pellegrini, in questo “Underwater” di Sara Ristori, che ripercorre tutta la carriera della Divina, ma soprattutto gli ultimi due anni dell’atleta veneziana. Un racconto intimo in cui la campionessa italiana più seguita e celebrata di sempre decide di mostrare le proprie fragilità, molte delle quali già note, altre meno conosciute e più segrete, dal rapporto e l'amore con il coach Matteo Giunta al legame indissolubile e profondo con i genitori, le gioie domestiche e i ricordi dolorosi, come la morte di Alberto Castagnetti, l'allenatore che l'ha fatta entrare nella leggenda, e la bulimia attraversata durante l'adolescenza. Passato e presente s'intrecciano senza soluzione di continuità disegnando un ritratto dal vero che mostra il backstage di un'impresa ventennale e di una carriera fuori dal comune: Federica Pellegrini, dopo aver preso parte a cinque Olimpiadi e conquistato diverse medaglie ai giochi olimpici e ai mondiali nel corso della sua carriera sportiva, da Atene 2004 al novembre 2021, quando si è ritirata dopo i campionati italiani invernali.

Il film è stato fortemente voluto da “Fede”, che ne è stata anche produttrice esecutiva, e prodotto da Elisabetta Stellato per Fremantle (la stessa dello show tv Italia's Got Talent, a cui Pellegrini ha partecipato. Il documentario non ha spunti di particolare interesse artistico o sportivo, ma puntando all’aspetto più individuale e soggettivo, porta a galla un diario intimo fatto di registrazioni e autointerviste, di Pellegrini e di Giunta, che si snodano almeno da Rio 2016 per arrivare al Covid – preso nella primavera 2020 – e al rinvio di Tokio 2020, che ha messo in serio pericolo la quinta Olimpiade di Federica. Lineare e genuino, pur tra qualche ripetitività, “Underwater” alterna in un montaggio pulito, immagini sportive e personali, ridando a Pellegrini l’immagine di sé che cercava da tempo e che il ritorno alla vita borghese dovrà e potrà confermare, dando anche dignità all’esordio della regista Sara Ristori. (mi.go.)

VOTO: 6,5

***

AMERICA LATINA

Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo

Cast: Elio Germano

Durata: 90’

Elio Germano in "America Latina"

Dove può arrivare la perdita d'identità successiva alla ricerca di un modello vincente, performante, lo spiega bene "America Latina", già in concorso a Venezia 78, che i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo firmano dopo il successo di "Favolacce". Ancora una famiglia sullo sfondo, ma questa volta il protagonista è un uomo: Elio Germano, infatti, veste i panni di Massimo Sisti, titolare di uno studio dentistico affermato, a Latina. Gentile e pacato, ha tutto ciò̀ che desidera, da una villa molto kitsch alla sua bella famiglia, la moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia, sino a che questo equilibrio è interrotto da una scoperta in cantina, una ragazza messa lì chissà da chi, chissà perché. Da questo momento, in Massimo parte una ricerca di identità che implode progressivamente nonostante l'amore della moglie. «Quando si nasconde troppo a lungo la polvere sotto il tappeto, prima o poi viene fuori», hanno detto i fratelli registi. «E se qualcuno, che non ha i requisiti del maschio alfa, ci inciampa, emergono tutte le debolezze, tutte le distanze tra la sincerità e il dover essere quel modello atteso», aggiungeva Elio Germano.

Siamo a Latina, terra di bonifiche e di acque nascoste sotto il terreno - chiave di lettura del film - ma forte è il richiamo del mito, quell'America egualmente evocata dal titolo. Se "Favolacce" era una sorta di puzzle a una dimensione, frammentario nel disegnare tante storie parallele, "America Latina" ne è il suo contrappunto rendendo evidente il dramma di un unico personaggio: tuttavia, portando all’estremo la ricerca formale, il film si avvita su se stessa. La musica dei Verdena contribuisce ad amplificare lo straniamento del protagonista, che i rossi delle pareti e la scenografia di Roberto De Angelis rendono più soffocante. I fratelli D'Innocenzo inquadrano Elio Germano e le sue donne (Astrid Casali, Carlotta Gamba, Federica Pala e la tredicenne Sara Ciocca) in primissimi piani che scavano negli occhi, nel viso, nella bocca, come il trapano del dentista. Ma questa pseudo-esistenza che Massimo si è costruito, lascia un vuoto affettivo enorme, impossibile da colmare. I fratelli D'Innocenzo destrutturano i generi, passano dal romanzo interiore al thriller, ma prediligono troppo la forma sulla sostanza e alla fine il film resta sospeso in un dualismo tra realtà e mito, tra verità e narrazione, come il suo protagonista (mi.go.)

VOTO: 5

***

È ANDATO TUTTO BENE

Regia: François Ozon

Cast: Sophie Marceau, André Dussolier, Gèraldine Pailhas, Charlotte Rampling

Durata: 113’

Emmanuèle Bernheim (Sophie Marceau) è una scrittrice. È molto legata alla sorella Pascale (Gèraldine Pailhas) ed ha un rapporto di odio-amore con il padre André (André Dussolier), uomo burbero ma raffinato nei gusti. Colpito improvvisamente da un ictus, André non sopporta la propria condizione di malato non autosufficiente e, perduta la vitalità di un tempo, chiede ad Emmanuéle di aiutarlo a morire, lasciando che sia lei ad occuparsi di tutto, rischi legali compresi. Con “È andato tutto bene” François Ozon affronta un tema scivoloso e complesso come quello dell’eutanasia e, in generale, del diritto di scegliere come vivere la propria vita (nel film si intuisce come l’omosessualità di André sia rimasta sepolta per anni) e come, al limite, porvi fine. Lo fa con uno stile che, come spesso accade nel suo cinema, corre sottotraccia: carico di senso e di peso, eppure leggero, persino brillante nella cinica consapevolezza di André.

La sua caparbietà, che scolora in egoismo quando il fardello di possibili conseguenze legali viene caricato sulle spalle della figlia senza alcun ripensamento o rimorso, è la molla di una storia ispirata all’omonimo libro autobiografico scritto dall’autentica Emmanuèle Bernheim che proprio di Ozon è stata sceneggiatrice prima della sua prematura scomparsa nel 2017. E nonostante il possibile coinvolgimento emotivo (per tema e diretta conoscenza dei protagonisti), il regista resta sempre lontano dalla retorica e dal giudizio morale (e il titolo del film, così liquidatorio e lapidario, non può che esserne la traduzione a parole), scambiando il binario della tragedia con quello della commedia con un finale quasi rocambolesco. Forse Ozon si mantiene anche sin troppo distante optando per una messa in scena piuttosto classica, ma i suoi attori (soprattutto la Marceau) sono strepitosi nella loro difettosa umanità. In fondo, il suo cinema è così: esempio di understatement anche quando si parla di morte. (m.c.)

VOTO: 7

***

UNA FAMIGLIA VINCENTE – KING RICHARD

Regia: Reinaldo Marcus Green

Cast: Will Smith, Saniyya Sidney, Demi Singleton, Aunjanue Ellis, Tony Goldwyn

Durata: 144’

Storia di Venus e Serena Williams, due tra le tenniste più forti di sempre. Anzi no. Storia del loro padre Richard (Will Smith): demiurgo affettuoso ma anche inflessibile e testardo, ossessionato dall’idea di togliere dalla strada del ghetto le proprie figlie attraverso lo studio e lo sport, seguendo un rigido programma di carriera che non ammetteva deviazioni né consigli da parte di terzi. “Una famiglia vincente” racconta le dinamiche all’interno del clan Williams prima del successo, quando le due tenniste erano ancora ragazzine e si cimentavano nei campetti sgangherati di Compton, a Los Angeles, in un Paese attraversato dallo sdegno per gli episodi di violenza contro gli afroamericani (su tutti il pestaggio del tassista Rodney King). Cinema e sport non sono mai andati davvero d’accordo: difficile rendere sul grande schermo il gesto atletico e l’adrenalina del momento. A maggior ragione il tennis, disciplina dilatata e tecnica, mentale e strategica nella invisibile scacchiera del campo.

E, infatti, nel film di Reinaldo Marcus Green di tennis se ne vede pochissimo, giusto l’ultima mezz’ora quando Venus esordisce nel primo torneo professionistico di Oakland che le spalancherà le porte del successo (qualche anno dopo toccherà a Serena con risultati ancora più esaltanti). Il problema del film non è tanto l’assenza della componente sportiva se si prende per buona l’intenzione di voler, in realtà, raccontare dell’altro. Ma se quell’altro è solo l’ingombrante figura del padre, caratterizzata fino alla nausea nella sua identità attraversata da forze contrapposte (l’orgoglio ma anche la paura di “bruciare” la carriera delle figlie, il successo e i soldi ma anche il timore di svendere il simbolo di due afroamericane sul tetto del mondo), lasciando ai margini le pur brave giovani protagoniste, allora “Una famiglia vincente” si rivela un film estremamente squilibrato, tra una intransigenza e l’altra del padre padrone che, però, alla fine approda a una dimensione al limite dell’agiografia. Immancabile, alla fine, il repertorio di autentiche immagini e filmini d’archivio, a comprova di una ricostruzione fedele e della mimesi di Will Smith, in una interpretazione “acchiappa-Oscar” non così memorabile e sulla quale, probabilmente, avrà il suo peso la componente legata alla questione afroamericana. (m.c.)

VOTO: 5

Video del giorno

Padova, Collovati ai funerali di Di Marzio: "Ho perso un amico, un maestro di vita"

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi