La musica, Visconti, il diploma da geometra e qualche rimpianto: Red Canzian compie 70 anni e si racconta

Martedì 30 novembre la festa in famiglia, a sorpresa ma non troppo: «La organizza mia moglie, non so chi ci sarà qui a Treviso con me»

«I miei anni sono quelli che ho vissuto e finché sarò in prima linea e avrò la libertà dei miei sogni, il loro numero non sarà condizionante per me». Red Canzian, quasi una vita intera il Pooh al basso - anche se la definizione è riduttiva - spegne 70 candeline il 30 novembre, su una torta che «il mio amico pasticciere Ernst Knam ha promesso di farmi avere come regalo», ha raccontato all’Ansa, e con una festa un po’ a sorpresa un po’ no. «La sta organizzando mia moglie, non so neanche chi ci sarà. Ma mi fido di lei e so che sarà una festa tra amici e parenti come piace a me, senza imbarazzi. Non amo le cose in grande, per quello ci sono i concerti e i fari da stadio, a me piace poter parlare, confrontarmi, vivere le emozioni con chi ho di fronte».

Il tempo che passa lo preoccupa fino a un certo punto anche perché le cifre tonde, spiega dalla sua Treviso, lasciano il tempo che trovano. «Ho un rapporto anomalo con i numeri, ho memoria ma poi non m'importa tenere il conto. Né dei soldi che servono, né degli anni che richiedono impegno. L'importante è avere coscienza di sé».

Sono gli altri a ricordargli che stavolta sono 70 (è nato il 30 novembre 1951 a Quinto di Treviso) e, nel bene o nel male, sono comunque da celebrare. «La mia vita è come un album da raccontare», è la sua sintesi divertita.

Del resto, è cresciuto a pane e sette note. «A 12 anni, con la chitarra acustica che mi aveva regalato mio padre, già sapevo di voler essere una rockstar, anzi ero convinto di esserlo: dovevo solo convincere anche gli altri». E non ci è voluto molto: a 20 anni - con in tasca un diploma da geometra per far contento il papà Giovanni - suona con i Capsicum Red (con i quali partecipa anche al Festivalbar) e pubblica i primi singoli e poi nel 1972 un disco progressive. L'anno dopo, nel 1973, i Pooh lo chiamano per sostituire Riccardo Fogli, uscito dal gruppo per inseguire la carriera solista. «È ciò che di meglio mi potesse capitare», ammette candidamente Red (Bruno, all'anagrafe).

E che sia parte integrante del Canzian professionista, da polistrumentista, cantante, autore, lo dimostra il fatto che parlando di sé e di ciò che è stato, spesso Red parli al plurale. «Avere rimpianti per una carriera come la nostra sarebbe irriconoscente nei confronti della vita». A guardarsi indietro, solo una cosa avrebbe oggi valutato in modo differente: «Con i Pooh, all'inizio degli anni Ottanta, abbiamo perso il treno dell'estero. Per provincialismo, per paura, per i figli che erano piccoli, abbiamo preferito il mercato italiano. Ma si sa, le strade sicure sono quelle già percorse».

Da sinistra Beatrice, moglie di Red Canzian, Red Canzian, Lorella Cuccarini e Chiara, la figlia di Red

Tutto, dice, si può fare meglio, «ma io ho sempre agito con cura, amore e attenzione nel rispetto di chi mi stava vicino». Sia a livello professionale che personale, tiene a precisare. Il musicista, racconta ancora, è la prima cosa che «mi è riuscita bene, ed ho continuato a farlo. Se non fosse stata questa la strada, so che avrei comunque fatto qualcosa di artistico: avrei dipinto o scritto. Di certo non avrei fatto il geometra. In qualche modo avrei comunicato, il logo dei Pooh l'ho disegnato io insieme a un amico, sarei stato in contatto con il pubblico, perché è la cosa che mi emoziona di più».

E svela come agli inizi Luchino Visconti lo avesse chiamato per un provino per Morte a Venezia. «C'era anche Ron e insieme parlammo tutto il tempo di musica, Visconti forse infastidito dal nostro atteggiamento scelse un altro».

I Pooh, nonostante si siano sciolti nel 2016, rimangono una pietra miliare nella storia della musica italiana. Ma nessun ripensamento e nessuna reunion all'orizzonte. «Soprattutto dopo la morte di Stefano D'Orazio, che mi ha devastato. Non era solo un amico ma un complice. Con la sua scomparsa si è chiuso definitivamente un capitolo. Quando ci chiedono di fare un concerto tributo o cose del genere, non ne capisco il senso e mi fa star male. A Stefano non fregherebbe niente di un live in suo onore, sicuramente è più contento dell'associazione che porta il suo nome.

I Pooh senza di lui sarebbero come un tavolo senza una gamba, non starebbe in piedi». E poi attacca: «Non mi è piaciuto per niente che i Rolling Stones siano andati in tour due minuti dopo la morte di Charlie Watts. Noi abbiamo anteposto sempre l'amicizia al lavoro e non il contrario». Niente Pooh nel futuro, ma progetti sì, e tanti. «Ho in mente un nuovo libro e un disco di inediti, collegati tra loro. Le idee si fanno strada da sole nella mia testa e si trasformano in progetti. Ma prima c'è da portare in scena Casanova Opera Pop».

Lo spettacolo al quale lavora - anche a causa del covid che ne ha ritardato la realizzazione - con tutta la famiglia (la moglie Bea, il figlio Philipp, la figlia Chiara) da 3 anni e che debutterà il 21 gennaio a Venezia, prima di andare in tour in Italia e poi all'estero. «Si farà, ne sono certo. L'Italia non può più permettersi di chiudere. E abbiamo bisogno di bellezza, di un nuovo Rinascimento. La pandemia ci ha lasciato tanto dolore e il dolore non rende migliori. Il bello salverà il mondo». 

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