L’editoriale/ Impostare il navigatore

L’immigrazione è una questione divisiva e politicamente sensibile. E sollecitando, anzi, stressando questa sensibilità, nell’assenza di impostazioni affidabili, una certa destra ha condotto, e pure vinto, intere campagne elettorali. La mia sensazione, oggi, è che l’Italia possa essere matura per affrontare queste riflessioni partendo da altri presupposti, con più maturità

In tutta sincerità non avevo previsto che il tema dell’immigrazione si sarebbe preso la scena, e con tale forza, sul chilometrico palco del Gran Teatro Geox di Padova, all’assemblea degli industriali Veneto Centro. Dirò anche che avevo scambiato qualche idea con il presidente Leopoldo Destro, qualche giorno prima dell’evento, sotto i portici del centro storico di Padova: certo si era parlato anche di quello, ma erano emersi spunti vari. Centrare una singola priorità in un bersaglio ampio come quello che viviamo era difficile. Ma questa priorità è emersa, netta.

Del resto, ventiquattro ore prima dell’assemblea, nel Top 100 del nostro Nordest Economia al Vega di Mestre, il presidente regionale degli industriali Enrico Carraro aveva parlato in termini analoghi, individuando nel calo demografico un ostacolo di enorme serietà per mantenere concretamente ogni promessa di ripresa. Forse più di altre dinamiche altrettanto vere: l’aumento del costo delle materie prime, la necessità di formazione, l’aggancio tecnico con il Pnrr, gli assetti di sostenibilità e di innovazione.

Destro ha ricordato che dal punto di vista demografico l’Italia è in recessione da un decennio. Il saldo nati-deceduti è negativo da tempo. «Ogni anno, in questo senso, perdiamo una città come Padova». Per lui, se nell’articolazione pubblico-privato non si centreranno le giuste contromisure, «siamo condannati a un futuro di decrescita, alla insostenibilità del sistema di welfare e del debito pubblico».

C’è poi una rappresentazione nazionale del Veneto come terra poco permeabile, se non respingente, ma non è così, lo dimostra la storia delle migrazioni che hanno visto i veneti protagonisti di flussi in uscita e in entrata, con esiti che hanno segnato la loro storia negli ultimi secoli.

L’immigrazione è una questione divisiva e politicamente sensibile. E sollecitando, anzi, stressando questa sensibilità, nell’assenza di impostazioni affidabili, una certa destra ha condotto, e pure vinto, intere campagne elettorali. La mia sensazione, oggi, è che l’Italia possa essere matura per affrontare queste riflessioni partendo da altri presupposti, con più maturità. Sono troppo ottimista? Accetto la critica. Ma tengo il punto: c’è una visione mutata e il mondo delle imprese, almeno nella parte pulita di esso, sembra sottoporci un approccio più razionale e aperto rispetto al passato. Come sempre, le dinamiche del lavoro incidono in modo risolutivo su quelle sociali.

Al Geox mi era stato assegnato il posto P-zerouno, a un’estremità della platea. All’ingresso mi hanno fatto pure un regalo, come a tutti: un flacone di gel igienizzante, perché anche i gadget hanno perso l’edonismo (e meno male). Destro era emozionato, all’inizio aveva la voce incrinata. È un sensore, c’è coinvolgimento, si avverte il passaggio cruciale. Alla sua segnalazione statistica, quella sul deficit nascite-decessi, aggiungerei un’annotazione coerente: il tasso di fecondità (il numero medio di figli per donna in età feconda) in Italia è ai minimi termini, penultimo in Europa (peggio di noi solo la Spagna). Siamo a 1,3: consideriamo che per i parametri ufficiali, il tasso che assicura ad una popolazione la possibilità di riprodursi mantenendo costante la propria struttura è pari a 2,1 figli. Siamo distanti da quello standard. Siamo pochi. Per le nostre imprese rappresenteremo una quota di mercato progressivamente più bassa, negli anni. Rischiamo di diventare irrilevanti.

Per costruire risposte le imprese hanno esigenza di manodopera e dovrà essere un apporto qualificato; non stiamo parlando di soli soldati semplici. Luca Zaia, ascoltato sul medesimo palco poco dopo Destro, definisce certi processi migratori come irreversibili, «e non è un problema». Il Veneto, dice il presidente della Regione, «ha dato prospettiva a seicentomila persone, esistono già terze generazioni, progressivamente saranno nostri concittadini, nostri compagni di lavoro, faranno parte delle nostre famiglie». Sullo schermo scorreva un video significativo: un parallelo tra i lavoratori immigrati di oggi in Veneto e le immagini in bianco e nero delle migrazioni venete oltre l’Atlantico, ma anche ad Arborea in Sardegna dove si sono scritte pagine di storia, di sacrificio e anche di integrazione.

Sono sostanzialmente d’accordo con queste analisi. Ma non possiamo fermarci a una logica di domanda e offerta, di esigenza e soluzione. Imperativi morali, assoluti, impongono di impostare il navigatore su una destinazione immediata: la tutela dei diritti di chi lavora. Sarà un banco di prova dirimente. Per essere inclusivi, sostenibili, innovativi e tutti questi meravigliosi aggettivi, servono il rispetto, l’investimento umano, un’accoglienza professionale e sociale che non stabilisca categorie. Le imprese giustamente si rivolgono al mondo delle università, per molti aspetti. Dialoghino con costanza e lungimiranza anche con un altro mondo, quello del volontariato. Non da sponsor ma da partner. Chiedano aiuto a quel mondo, che conosce i valori e le dinamiche del rapporto con chi arriva da lontano. Ascoltino. Si ispirino.

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