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Farinetti: «Il Prosecco è un un vino di successo. Assurda la battaglia contro il Prosek»

Il patron di Eataly replica con ironia al senatore leghista Vallardi: «Il prodotto della Dalmazia è dolce, da dessert, diverso dal vostro»

TREVISO. «Non mi ha chiamato nessun produttore trevigiano di Prosecco per lamentarsi di ciò che ho detto». Oscar Farinetti, gran patron di Eataly, risponde così al senatore leghista Gianpaolo Vallardi, scandalizzatosi per le ultime affermazioni in televisione dell’imprenditore, che ha giudicato inutile la battaglia contro il Prosek croato. «Ci provi Farinetti», ha replicato Vallardi, «a vendere nei suoi negozi solamente larve o Prosek, vedremo come gli andranno gli affari».

Farinetti, possono coesistere i due prodotti, Prosek e Prosecco?

«Credo semplicemente che il problema non esista. Il Prosek è un prodotto fatto da secoli, completamente diverso dal Prosecco. È dolce e anche costoso, visto che viene affinato per 5 anni, da qualche decina di piccoli produttori che mi risulta siano disponibilissimi a scriverci sopra, grande come una casa, “Dalmata”. Lo producono da centinaia di anni con questo nome, non capisco perché dovrebbero smettere di farlo».

Il senatore Gianpaolo Vallardi, presidente della commissione agricoltura, l’ha accusata di stare con il Prosek a discapito dei prodotti italiani.

«Forse non ha sentito che ho esordito dicendo viva il Prosecco. Quel signore che si becca 15 mila euro al mese, forse è meglio che si occupi di problemi più importanti. Per me è perdonatissimo, gli avranno sicuramente riportato male ciò che ho detto. Ma lo invito a usare un linguaggio più morbido. Ha detto che devo molto al Made in Italy. Ha ragione. Ma credo anche di essermi sdebitato un po’, aprendo 42 negozi in 17 paesi dove il Made in Italy è celebrato alla grande. Pensi che l’altro giorno ero a Londra con 60 produttori di Prosecco. E nessuno mi ha chiamato oggi per lamentarsi delle mie parole».

Ma allora perché questa battaglia?

«Non lo so, non faccio un processo alle intenzioni. Ma è una battaglia di un esercito formato da 800 mila soldati, contro uno di tremila. Mi fanno una certa tenerezza i produttori di Prosek: non vogliono imitare nessuno, vogliono solo continuare a produrre il loro vino come fanno da centinaia di anni con quel nome. Sono altre le battaglie da fare, ben più importanti, come rendere l’agricoltura più sostenibile e raddoppiare le esportazioni. E lo si fa solo lavorando, non stando a convegni e nelle commissioni».

Il Prosecco ha bisogno di essere difeso?

«Il Prosecco è già vincente, è il più grande successo del vino italiano. Chapeau ai veneti che sono riusciti in un’impresa mondiale. Il Prosecco ha solo il problema di aumentare un po’ il prezzo medio per pagare meglio tutta la filiera, produrre sempre in modo migliore e fare più biologico».

Zaia ha presentato come una pistola fumante i documenti che attestano che a Trieste nel 1300 si produceva Prosecco. Ma vista la contiguità geografica con la Croazia, il rischio non è di dimostrare l’opposto?

«Venezia era proprietaria di tanti territori, fino alla Dalmazia. In quel periodo chiamavano Prosecco o Prosek un vino completamente diverso da quello attuale, e piuttosto dolce. Solo nell’ 800 i francesi hanno portato a Venezia il metodo Charmat, e hanno insegnato come fare un vino secco».

Come si contrasta invece l’Italian sounding?

«Siamo la nazione più imitata al mondo, non solo nel cibo. E questo avviene normalmente per chi è leader. Eschilo diceva “Non è felice l’uomo che nessuno invidia e nessuno imita”. Quindi io spero che continuino ad imitarci. Detto questo l’unico sistema per contrastarlo, senza fare tragedie dove non ce n’è il bisogno, è alzare il sederino dalla sedia e andare nel mondo a narrare la meraviglia dei nostri prodotti. Ma per farlo non si usa il messaggio nazionalista, che afferma che il nostro prodotto è il migliore del mondo e gli altri sono terribili. Bisogna essere simpatici al mondo, ben educati, non montarsi la testa e avere grande rispetto per le minoranze».

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