Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti giovedì 11 novembre 2021

Non cadrà più la neve

Arriva in sala il nuovo antologico affresco di Wes Anderson (The French Dispatch). Kasia Smutniak in cerca di identità nel nuovo film di Silvio Soldini (3/19). “Chi è senza peccato”: noir australiano alla luce del sole. Per gli amanti del calcio il biopic dedicato a Zlatan Ibrahimović. E, infine, l’enigmatico “Non cadrà più la neve” e un documentario (Logos Zanzotto) per i cent'anni dalla nascita del poeta trevigiano

NON CADRA’ PIU’ LA NEVE

Regia di Malgorzata Szumowska e Michal Englert

Con Alec Utgoff

Durata: 113’

Zhenia, un massaggiatore ucraino – arriva da un luogo di morte come Chernobyl – irrompe nella vita di una inaccessibile comunità di ricchi personaggi che, nonostante il loro benessere sono tristi e pieni di desiderio. Con le sue mani, il misterioso nuovo arrivato li guarisce, i suoi occhi sembrano penetrare nelle loro anime e il suo accento russo suona come una canzone del passato, un ricordo della loro infanzia, apparentemente, più sicura. Zhenia, questo è il suo nome, di fatto cambia le loro vite, ma come lo straniero in “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, il suo arrivo produrrà effetti devastanti, o forse no.

E mentre in “Teorema” il contatto sessuale era esplicito, traversale e senza remore, in “Non cadrà più la neve” è evitato, sottinteso o addirittura negato. Ma i risultati intellettuali e sociali sono gli stessi: il massaggiatore forestiero scatena una rivoluzione affettiva in tutte/i le/i clienti. E intanto, a riprova della rivoluzione epocale in arrivo, il cambiamento climatico rinvia l’arrivo dell’inverno e della neve. Film oscuro, se non enigmatico e spesso silenzioso, “Non cadrà più la neve” diventa mistico quando il fisioterapista diventa quasi un guaritore, un eroe, un santone.

Realtà e finzione, immaginazione e storia si confondono in continuazione, come nell’opera pop appesa al muro di una delle case. “Questione di prospettive” dice una donna. Certo, perché il film offre più interpretazioni, più sfumature, più soluzioni, ma tutte orientate a mostrare la fine di un mondo di credenze che non trova vie d’uscita alla gente, ma fa in modo che siano le stesse persone a sganciarsi, uscendo al momento giusto. Presentato alla 77a Mostra del Cinema, nel 2020, destò attenzione, ma senza riportare a casa premi.

Voto: 6,5

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THE FRENCH DISPATCH

Regia di Wes Anderson

Con Benicio Del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Bill Murray.

Durata: 108’

The French dispatch

Nel mondo iperrealistico cui Wes Anderson ci ha abituati, il paesino immaginario di Ennui-sur-Blasé (in realtà Angoulême) confina da vicino con “Grand Budapest Hotel” e “L’isola dei cani”, per restare agli ultimi film. Un paese dove non sembra accadere nulla come testimonia il nome (una sorta di “Noia per sfinimento”) se non le classiche storie paradossali, con un humour sotteso finemente, che Anderson ripete ormai da dieci film e da più di vent’anni. “The French dispatch” si connota come una "lettera d'amore al giornalismo e ai giornalisti". Racconta, infatti, vicende e personaggi legati alla redazione parigina del quotidiano “French Dispatch”, edizione europea dell'americano “Evening Sun” di Liberty, Kansas.

La storia segue tre distinte linee narrative che danno vita a una raccolta di racconti, pubblicata dal magazine, nel corso di alcuni decenni del XX secolo e che vengono rievocate dai suoi giornalisti, in occasione della morte del loro direttore, per un'edizione commemorativa composta dai migliori articoli pubblicati dal French Dispatch nel corso degli anni: tra questi, la ricostruzione del rapimento di uno chef al servizio della polizia locale, la storia di un ergastolano per duplice omicidio che diventa artista facendo posare la sua guardiana e musa e un reportage delle rivolte studentesche del Sessantotto, visti attraverso la contrapposizione generazionale e quella sociale popolo/borghesia.

Gli estimatori di Anderson, che sono abbastanza da crederci, troveranno tutti i colori flou che conosciamo, dal malva al rosa antico, dal blu elettrico al rosa, alternati qui al Bianco&Nero d’antan. E anche tutti quei movimenti della macchina da presa, perfettamente esagerati, che assieme a un’enormità di elementi ridondanti e stucchevoli – i personaggi principali sono mix di altri, tratti dalla vita reale - appesantiscono il film rendendolo a tratti insopportabile. O senza interesse: una maggior coerenza narrativa potrebbe giovargli molto, ma non si può chiedere a Michelangelo di contenersi (mi.go.).

Voto: 4,5

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LOGOS ZANZOTTO

Regia di Denis Brotto

Con Andrea Zanzotto, Massimo Cacciari, Giorgio Tinazzi, Marzio Breda, Paolo Cattelan, Gian Mario Villalta, Emanuele Zinato e altri

Durata: 75’

Logos Zanzotto

In occasione del centenario della nascita di Andrea Zanzotto e a dieci anni dalla sua scomparsa (1921-2011), il regista e studioso Dennis Brotto ha reso omaggio al poeta di Pieve di Soligo con un documentario che va al di là dell’occasione celebrativa. “Logos Zanzotto” scava nell’origine artistica e nelle vicende familiari di Zanzotto, attraverso immagini di repertorio e interviste al poeta, agli amici e collaboratori di sempre.

A emergere è soprattutto il rapporto col paesaggio che Zanzotto aveva, sia dal punto di vista naturalistico che estetico, zone di risorgive che alimentano la vena fluida della sua poesia, della sua lingua, che ha sempre posto come superamento di barriere, geografiche e mentali, in un momento in cui l’attività degli ambientalisti e le attenzioni per il mondo erano ancora molto blande. Per realizzare “Logos Zanzotto” ci sono voluti molti anni.

Tutto ha avuto inizio da uno studio su Andrea Zanzotto, sulla sua poesia e sulle connessioni tra questa e le immagini. Un ambito di grande interesse quando ci si avvicina alla poesia di Zanzotto. In seguito, questa idea ha preso una forma più ampia e complessa, ovvero quella di un documentario sul grande poeta, attraverso cui capire come il cinema possa rivelarne la poesia.

«È un atto di indagine, di approfondimento e di condivisione del percorso poetico di Zanzotto, in cui proviamo a dar conto delle tante influenze presenti nella sua opera. Il suo del resto è stato un percorso sviluppatosi in decenni attraverso saperi e linguaggi diversi, attraverso una visione del senso del linguaggio che è andato modificandosi e intensificandosi nel corso del tempo», dice il regista. Il tentativo di Brotto è finalizzato a ricreare la forza della poesia attraverso le immagini. La sfida era quella di provare a filmare qualcosa di invisibile. «Insomma, provare a far sentire anche ciò che, per sua natura, non si vede». Il risultato è di una indubbia forza evocativa, sia per le lunghe riflessioni di Zanzotto e degli altri, quanto soprattutto per l’incidenza del paesaggio, vera dinamica poetica del poeta di Pieve di Soligo (mi.go.).

Voto: 7

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CHI È SENZA PECCATO – THE DRY

Regia: Robert Connolly

Cast: Eric Bana, Genevieve O’Reilly, Keir O’Donnell, John Polson, Julia Blake

Durata: 117’

Chi è senza peccato - The Dry

A Kiewarra, nel deserto australiano, non piove da quasi un anno. La siccità prosciuga tutto. Anche la verità. Vent’anni dopo la tragica morte di Ellie, una ragazza il cui assassinio è rimasto irrisolto, la piccola comunità viene nuovamente sconvolta da un terribile omicidio/suicidio: secondo la versione ufficiale, Luke Hadler avrebbe massacrato moglie e figlio, risparmiando solo la sua neonata, prima di togliersi la vita. Aaron Falk (Eric Bana), che ora fa il poliziotto, torna in città per scoprire cosa sia successo: lui che, un tempo, aveva condiviso la giovinezza proprio con Luke e Ellie. Presente e passato si rincorrono, tra sensi di colpa, sospetti e quella verità rimasta per troppo tempo impigliata tra gli arbusti del bush australiano.

Robert Connolly firma, partendo dalle pagine dell'omonimo bestseller di Jane Harper (The Dry), un dignitoso noir a cielo aperto senza particolari invenzioni: i misteri di una piccola comunità - dove, nonostante la luce abbacinante, insistono ancora oscure zone d'ombra e relazioni sotterranee - vengono svelati a poco a poco fino al doppio finale dall'esito piuttosto scontato. Ne esce un thriller che, più che concentrarsi sugli snodi narrativi, cerca una propria strada nella compenetrazione tra l'aridità del paesaggio e la condizione esistenziale dei suoi protagonisti. Ma la metafora ha il fiato corto e la siccità del titolo finisce per seccare anche il resto (m.c.)

Voto: 5,5

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3/19

Regia: Silvio Soldini

Cast: Kasia Smutniak, Francesco Colella, Caterina Forza, Paolo Mazzarelli

Durata: 120’

3/19


Camilla Corti (Kasia Smutniak) è un legale di successo. Parla la lingua dei contratti, si muove dentro spazi geometrici e glaciali, fatti di vetro e lontani dalla vita vera. La sua è una Milano di sale riunioni, di appartamenti in affitto dove consumare una relazione senza prospettive dopo la separazione dal marito, di case perfette con figlie imperfette perché diverse da lei. Una notte di pioggia, attraversando la strada, Camilla causa un incidente in cui perde la vita un giovane immigrato di cui nessuno reclama la salma. Il senso di colpa e l'ossessione di dare un nome a un corpo squadernano la sua vita e la privano di quelle certezze che pensava di aver raggiunto.

In “3/19” (il titolo rimanda al numero di cadaveri non riconosciuti in città in quel particolare anno) Silvio Soldini affronta una storia di ricerca di identità: quella (materiale) di un immigrato attraverso cui veicolare una riflessione sull’emarginazione in una società che accetta, senza ormai più alcuna indignazione, “illacrimate sepolture” di uomini ridotti a numero; ma, soprattutto, quella simbolica di una donna che, inconsapevolmente, finisce sulle tracce di sé stessa.

Votandosi a una missione di pietas e trovando inattese bolle di calore umano in uno stropicciato direttore dell’obitorio (Francesco Colella) o in un diario del passato che la aiuta a decifrare il presente ma anche il futuro (il proprio e quello di una figlia irrequieta). Pur con qualche eccesso di scrittura e una seconda parte di film meno credibile sul piano narrativo, Soldini aggiorna all’oggi il tema quasi omerico del culto dei morti che rivela molto dei vivi, mantenendo un registro di algida sospensione, ma non per questo distaccato, in cui la solidarietà si scava lentamente una strada. E il gesto finale suggella l'unico patto possibile per sopravvivere, ritrovando un contatto e, insieme, il senso stesso dell'essere umano. (m.c.)

Voto: 6,5

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ZLATAN

Regia: Jens Sjögren

Cast: Granit Rushiti, Dominic Andersson Bajraktati, Cedomir Glisovic

Durata: 100’

Zlatan

Infanzia, adolescenza e primi anni di carriera professionistica di Zlatan Ibrahimović. Il biopic dedicato al campione svedese, figlio di immigrati jugoslavi, sfida l'innata anti-spettacolarità del calcio al cinema. Per questo il regista Jens Sjögren evita di fare un film sportivo per concentrarsi sul giovane Zlatan, ragazzino problematico sempre un passo fuori dal gruppo, cresciuto nei sobborghi di Malmö, tra difficoltà economiche, genitori assenti e colpi di testa (non solo sul campo di calcio).

Sembra un po’ tutto già visto e, al cospetto di un personaggio così discusso e vulcanico, troppo piatto per emozionare e con qualche deriva macchiettistica (il procuratore Mino Raiola e l'ex dirigente della Juventus Luciano Moggi) al limite del grottesco. (m.c.)

Voto: 5

2

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