Novembre 1951-2021, il Polesine ieri e oggi: dalla devastazione dell’alluvione è nato un mondo nuovo

A Palazzo Roncale di Rovigo foto d’epoca, video e plastici fissano la memoria dopo settant’anni ma guardano, soprattutto, alla rinascita

ROVIGO. Un’immagine: tre bare aperte, sistemate su un argine a Frassinelle, adagiate sulla paglia. La stessa paglia nasconde due corpi privi di vita, di cui si vedono appena le gambe e le scarpe. Sono passati diciotto giorni dalle prime rotte e ancora si trovano cadaveri.

Un video: un filmato dell’istituto Luce, girato nei giorni del disastro, mostra i volti dei bambini del Polesine rimasti orfani. Qualcuno sorride, qualcun altro è disorientato, altri ancora hanno impresso il terrore dei terribili momenti vissuti in quelle settimane.

Una riproduzione: un plastico in cui è segnata la linea d’acqua che ha ridisegnato confini e storia del Polesine il 14 novembre 1951. La vista è fortissima. Otto miliardi di metri cubi d’acqua, che in poco più di dieci giorni hanno invaso 100 mila ettari di territorio, due terzi del Polesine. Oltre cento morti (quelli ufficiali), 190 mila sfollati, ventimila aziende agricole distrutte, danni per 300 miliardi di lire.

PROSPETTIVA INEDITA

Sono tre delle numerose testimonianze che da oggi al 30 gennaio racconteranno i 70 anni dalla grande alluvione del Polesine: ad ospitarle è Palazzo Roncale di Rovigo, teatro della mostra “70 anni dopo.

La Grande Alluvione” curata da Francesco Jori e Sergio Campagnolo. Una mostra che, non tradisca la premessa, vuole ricordare ben oltre lo strazio di quei giorni. Racconta infatti – ed è questa la vera prospettiva inedita – la capacità di cambiamento che il Polesine ha intrapreso per affrancarsi dalle devastazioni dell’alluvione del 1951: sette decenni di paziente, tenace, laboriosa ricostruzione.

«Prima si era abituati a riparare e a ripartire sulla stessa strada» spiega il curatore Jori «mentre con la Grande Alluvione si sgancia il Polesine dalla totale vocazione agricola e lo si ricostruisce seguendo delle alternative, cultura e istruzione comprese».

Già, perché è bene ricordare una cosa: quando il primo argine cede – sono le 20 del 14 novembre e in poche ore si susseguono tre devastanti rotte a Vallice di Paviole e poi a Bosco e Malcantone di Occhiobello – in Polesine sei persone su dieci lavorano nel settore primario. La provincia di Rovigo è la più povera realtà del Nord Italia. In dieci giorni due terzi delle terre, quasi unica fonte di sostentamento, sono sommerse dall’acqua e migliaia e migliaia di aziende agricole vengono spazzate via dall’acqua.

RIPARTIRE E RINASCERE

L’allestimento di Rovigo, pur facendolo egregiamente con le straordinarie e toccanti immagini dell’epoca, vuole proprio andare oltre quel racconto: «Questa mostra intende soprattutto focalizzare come quella tragedia si ripercuota oggi nel tessuto fisico, sociale ed economico del Polesine» conferma Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che ha promosso l’evento «cercando di indagare “cosa”, oltre al ricordo, al dolore, alle tragedie personali e sociali, derivi oggi da quell’alluvione.

Che certamente “bloccò” un territorio, il quale però orgogliosamente ebbe la forza di riprendersi, pur restando estraneo all’esplosione industriale che ha partire dagli anni Sessanta mutò il volto di altre province del Veneto».

LE IMMAGINI E I PROTAGONISTI

La lunga rincorsa di riscatto del Polesine, a Palazzo Roncale, parte appunto dalle immagini del novembre 1951 (quella del fotoreporter immerso nell’acqua, con un cineoperatore alle spalle, vale da sola la visita alla mostra), passa per le testimonianze di personaggi come Lina Merlin e Toni Cibotto (la senatrice e il giornalista che resero l’alluvione un problema nazionale, ma che furono prima di tutto volontari sul posto), tocca i fotogrammi della ricostruzione (tanti gli scatti d’epoca delle colonne di mezzi di soccorso) e arriva fino alle istantanee di Marco Beck Peccoz, che raccontano un Polesine romantico e vitale, che mira ad andare ben oltre lo stereotipo della zanzare e della nebbia.

La stanza finale accoglie anche una coltura di insalata idroponica, capace di crescere senza terra e solo con l’apporto dell’acqua: è l’insalata di Lusia, orgoglio Igp del Polesine. Il messaggio è chiaro: l’acqua che oggi si vuole ricordare non è quella della distruzione, ma che quella capace di fare crescere.

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