Destra a trazione sovranista inadatta a guidare il Paese

Lo stanco rito dei vertici in villa non risolve i problemi della destra, sconfitta in maniera pesante nelle recenti amministrative, almeno nella sin qui dominante ala sovranista. Gli intricati nodi che hanno determinato un simile risultato non potevano certo essere sciolti dal fugace incontro: a generare l’assai chiaro responso delle urne sono state, infatti, le diverse strategie e istanze dei partiti che compongono un’alleanza che, solo poco tempo fa, pareva avere il vento in poppa.

La destra è stata punita per non aver saputo sintonizzarsi con gli umori dominanti della società italiana. Il clamoroso errore di Salvini, uno dei tanti dopo la suicida estate del ’19, è stato non comprendere che la gestione della pandemia, e la volontà di uscirne rapidamente, azzerava ogni altra istanza, finendo per penalizzare le posizioni, come quella della Lega, che mostravano ambiguità sul tema nel tentativo di incassare il sostegno di minoranze, tanto rumorose quanto marginali elettoralmente, nell’intento di ottenere anche un solo voto in più della tenace competitor Meloni. Quest’ultima, impegnata a prendere le distanze dall’alleato “imprigionato” nel sostegno all’esecutivo Draghi, ha pagato un’opposizione, quella al governo di necessità tecnonazionale, che l’elettorato non ha compreso.


Divergenze, quelle nella destra, non certo componibili dalla photo-opportunity di Villa Grande. E destinate a riprodursi non appena il cancello della sfarzosa magione si è richiuso alle spalle dei poco convinti ospiti. Perché sono, in primo luogo, le strategie dei due partiti sovranisti a cozzare. Difficile far coesistere, senza pericolose fibrillazioni, formazioni di più o meno pari peso, che si dicono alleate, ambiscono a occupare il medesimo spazio politico, ma si collocano in schieramenti diversi a livello nazionale e a livello locale. Partiti che, dopo aver cannibalizzato Forza Italia, possono crescere, ormai, solo a spese dell’altro. Dal turno amministrativo gli azzurri sono usciti, politicamente meglio degli alleati ma, nonostante il ritrovato ruolo di anfitrione dei vertici, Berlusconi, al quale Salvini e Meloni lasciano, illusoriamente, balenare, il miraggio di poter salire al Colle, non può più dare le carte. Il suo immobilizzato partito personale è, oggi, troppo piccolo e diviso per farlo. La mancanza di un federatore in grado di tenere in forma l’alleanza alimenta le dinamiche centrifughe che hanno sconcertato gli elettori di destra, molti dei quali, pur non transitati nel campo opposto, hanno disertato le urne. Sconfitta aggravata dal fatto di non aver intercettato i molti delusi dal M5S e quelli che alimentano l’enorme bacino dell’astensionismo. Il vero dato politico della consultazione, significativamente espresso da milioni di cittadini, è la percezione che una destra a trazione sovranista sia inadatta a guidare non solo le grandi città ma un paese che, sempre più, dipende dall’Europa. —

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