In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Caso Vazzoler, colpo di scena L’accusa “riduce” il riciclaggio. L’attico foderato di soldi

Il procuratore generale rifà i conti dell’attività del faccendiere e la ridimensiona. Non dimostrata la provenienza delittuosa dei soldi. Revocato l’obbligo di firma. A Jesolo il super appartamento con piscina era letteralmente pieno di contanti: la compagna ha bruciato 40 mila euro nel forno per sbaglio

Cristina Genesin
3 minuti di lettura

VENEZIA. Caso Vazzoler, si rifanno i conti davanti alla Corte d’appello di Venezia. Ieri è stato discusso il processo di secondo grado a carico del dentista-faccendiere veneziano, originario di Musile di Piave ma padovano d’adozione, Alberto Vazzoler, 61enne, nullatenente e disoccupato in Italia, eppure con doppio attico a Padova in piazza dei Frutti e a Jesolo nella torre Mizar in piazza Drago.

Cambiano le cifre

La grande fabbrica del riciclaggio con un fatturato da 117 milioni di euro da lui fondata e orchestrata – almeno secondo la sentenza del tribunale di Padova che lo aveva condannato a 11 anni e otto mesi – potrebbe diventare una modesta aziendina, o una premiata ditta, da poco più di un milione e mezzo di euro di giro d’affari.

Il risultato? Se la sentenza di primo grado, oltre alla pena detentiva, aveva stabilito a carico di Vazzoler il sequestro di beni per un valore di 5.835.019 euro pari al guadagno di quell’attività criminale, il procuratore generale Antonio De Lorenzi, in appello nella veste di pubblica accusa, ha deciso di rifare i conti, poco convinto che messaggi scambiati con il sistema delle bozze per evitare controlli nelle mail, intercettazioni telefoniche e ambientali, documenti contabili e passaggi di soldi da una società o coop all’altra, sia in Italia che all’estero, possano dimostrare la “provenienza delittuosa” di quei fiumi milionari di soldi.

Fiumi di soldi che – aveva sostenuto il pm Roberto D’Angelo supportato dal lavoro del Nucleo di Polizia economico e finanziaria della Guardia di Finanza diretta dal tenente colonnello Vittorio Palmese – dimostravano l’attività “professionale” di Vazzoler, quella di un riciclatore attivo in più Paesi del mondo per fornire un servizio agli evasori: movimentare danaro sconosciuto al fisco tra l’Italia e i Paradisi fiscali, in particolare facendo rientrare nel nostro Paese capitali al riparo dalla voluntary disclosure (lo scudo fiscale) pagando una provvigione del 5%.

Provvigione che calcolata su un business da 117 milioni dà come profitto oltre 5 milioni di euro, quantificata su 1.529.194,54 euro si traduce in un guadagno di 76.459,727 euro. Insomma il procuratore ha ritenuto provato con certezza il riciclaggio di oltre un milione di euro a favore dell’imprenditore Dario Riggi, di 203 mila euro a vantaggio di due legali rappresentanti della scarl Assistance (Ciprian Alin Stefanescu e Giovanni Luca Butticè) e di 264 mila euro a favore dell’imprenditore siciliano Antonio Zito, il tutto nell’ambito di una associazione a delinquere transnazionale. Non tutto il resto.

Il rebus competenza

Tuttavia che si arrivi a una sentenza veneziana di secondo grado, non è scontato. Il procuratore ha difeso la competenza padovana dell’inchiesta e del processo. Il motivo? Il reato di riciclaggio si è compiuto all’estero, all’epoca Vazzoler risiedeva nel Principato di Monaco, dunque è la dimora (Padova) che determina l’ambito territoriale dove va perseguito Vazzoler.

Ma quest’ultimo – presente con la compagna Silvia Moro coimputata in un filone derivato da quello principale – ha schierato una grande armée: dallo storico legale Maria Grazia Stocco al penalista Renzo Fogliata (il ricorso era stato redatto anche dal noto legale romano Nicola Madia). La difesa ha insistito, depositando un parere del penalista Emanuele Fragasso: il procedimento deve andare a Milano perché l’ultimo bonifico relativo a un trasferimento di soldi è stato fatto in un ufficio postale del capoluogo lombardo.

Non solo. I legali hanno denunciato: sono stati violati i diritti di Vazzoler che, in un paio di occasioni, non aveva potuto partecipare al processo per legittimo impedimento (stava male con la febbre).

Ancora: sono da annullare i decreti del gip che durante indagine hanno autorizzato intercettazioni e inserimento di spyware informatici. Il motivo? Il giudice ha fatto un “copia e incolla” della richiesta del pm. Nessun cenno ai rinvii del processo a causa del tourbillon di avvocati succedutisi (salvo l’avvocato Stocco) tra i difensori di Vazzoler, che non avrà un euro nei conti italiani, tuttavia non ha problemi ad assoldare (e pagare chissà come) i migliori professionisti. «Tutto si è basato su qualche frase presa qua e là» ha concluso Fogliata.

L’attico

Nel processo ha cercato di inserisi il costruttore Domenico Finotti, legale rappresentante della società Mare Calmo, la cui proprietà, formalmente, è riconducibile a lui per il 5% delle quote, alla società Emma srl di cui fanno parte la moglie e i figli e per una piccola quota alla Sci Fondazione Vazzoler (società dell’imputato).

Alberto Vazzoler con la compagna trevigiana Silvia Moro 

Difeso dall’avvocato Fabio Pinelli (in aula a sostituirlo il collega Alberto Berardi), l’obiettivo di Finotti era di entrare nel processo: da tempo cerca di recuperare la lussuosa abitazione jesolana che sostiene essere di Mare Calmo, mentre finora la società è stata considerata uno “schermo” dell’imputato.

Niente da fare: istanza bocciata. L’attico di 274 metri quadrati con piscina, dove viveva la coppia Vazzoler-Moro, era foderato di soldi. Tanto che un giorno (intercettata) la compagna si era lamentata di aver bruciato nel forno 40 mila euro cucinando un dolce. Lo sfogo era stato via whatsapp con la sorella: «Mio Dio, volevo fare lo strudel, l’ho messo in forno e ho acceso il fuoco. Mi ero dimenticata che Alberto ci aveva nascosto 40 mila euro... tutti bruciati».

Di nuovo libero

In tarda serata discussione conclusa. E la Corte (presidente il giudice Carlo Citterio affiancato dai colleghi Vincenzo Sgubbi e Paola De Franceschi) ha dato appuntamento per la decisione al prossimo 2 novembre. Intanto Vazzoler, che vive a Jesolo, ha portato a casa un risultato: è stata revocata la misura cautelare dell’obbligo di firma tre volte alla settimana nella caserma dei carabinieri. Ora è un libero cittadino.

I commenti dei lettori