Trieste, in migliaia dicono no al pass Ma l’attività del porto non si blocca

Giornata di mobilitazione e tensione, nessuno scontro. «Non ci fermeremo», ma il coordinamento dei portuali è spaccato 

Gianpaolo Sarti / trieste

A fine giornata, ciò che resta è un tappeto di lattine di birra vuote e qualche centinaio di irriducibili davanti ai cancelli. «La gente come noi non molla mai», intonano allegri e un po’ alticci gli ultimi portuali rimasti, con quella loro inconfondibile casacca fluorescente. Si sono organizzati per la notte, con tende e sacchi a pelo. Il primo round del fronte del porto se ne va con l’annuncio del capo popolo Stefano Puzzer: «Non ci fermiamo – promette il portavoce del Coordinamento lavoratori portuali Trieste parlando ai giornalisti – andiamo avanti a oltranza fintanto che il governo non toglie il Green pass». E giù applausi, pacche sulle spalle e strette di mano.


Sarà un altro blocco soft, come quello visto oggi: presidio al varco 4 del Molo Settimo, senza ostacolare chi è intenzionato a entrare, e camion che passano liberamente a meno di un chilometro di distanza. A dar man forte, ieri, c’era la galassia dei No Green pass che si è presentata in migliaia ai cancelli dello scalo. E fin dal primo mattino: 8 mila, stando alle stime della Questura. Un numero che, tra chi andava e chi veniva, si è mantenuto grossomodo fino a metà pomeriggio per poi scemare progressivamente verso sera. Imprenditori, impiegati, infermieri, medici, intere famiglie, artigiani, operai, avvocati, tassisti, ferrovieri e una quindicina di vigili del fuoco.

Destra con la sinistra. Neo fascisti di Casa Pound e di Forza Nuova accanto agli indipendentisti, agli ultras e agli antagonisti delle aree più estreme. Ma non è sempre filato tutto liscio. Quando gli antagonisti hanno tentato di prendersi un po’ la scena, i portuali hanno risposto a muso duro: «Via da qua i comunisti, questa è casa nostra». Due mondi che nemmeno la comune lotta alla certificazione verde riesce a mettere d’accordo. Tanto che l’ormai ex consigliere comunale Fabio Tuiach è passato addirittura alle mani, sferrando un colpo in faccia a Tito Detoni, uno dei coordinatori dei cortei No Green pass. Il motivo? Non gli ha concesso il microfono. «Ci siamo solo spinti... ed è stato lui a farlo per primo», si è giustificato Tuiach.

La giornata sarà ricordata anche per l’aggressività nei confronti dei giornalisti: cronisti dei quotidiani e dei siti bollati come «zecche» e troupe televisive circondate dai manifestanti, tanto da dover rinunciare ai collegamenti in diretta. Polizia, carabinieri e finanzieri tenevano sotto controllo la situazione a distanza. Nessuno scontro. A parte le minacce alla stampa e le scintille tra manifestanti di destra e sinistra, non si sono registrati disordini. Il prefetto Valerio Valenti ha ribadito che i promotori saranno denunciati perché «è uno sciopero illegittimo».

Puzzer ha preso più volte la parola: «Come Coordinamento siamo qui perché con oggi più del 40% dei portuali non avrebbe potuto entrare a lavorare. Cioè circa 400 persone che hanno lavorato per due anni senza sanificazioni. L’Autorità portuale ci ha dato gel e mascherine, altre aziende hanno solo fatto un passo. Il protocollo è stato rispettato forse per il 10%», ha dichiarato. «Noi abbiamo sempre lavorato e il volume di traffico è aumentato del 45%. La risposta è stata: se non avete il Green pass non entrate. Un ricatto». Applausi. Cori da stadio, fumogeni.

E poi i cartelli: quelli che ritraevano il premier Draghi con i baffetti alla Hitler, vicino a pensionati che sfilavano brandendo foto di papa Giovanni Paolo II con su scritto «Non abbiate paura di avere coraggio». Manifestanti da Udine, Treviso, Vicenza. Vax e no vax. Una signora di 71 anni è venuta da Pordenone in bicicletta. Un portuale è arrivato da Marsiglia a portare la propria solidarietà «perché la pandemia è una invenzione». Qualcuno improvvisava comizi: «Mi obbligano a infilarmi il veleno nelle vene – urlava alla folla un’autista di Bressanone –. I giornalisti sono complici di questo massacro, dobbiamo spegnere le tv e bruciare i giornali». Davide, 45 anni, educatore nella psichiatria, è partito da Cormons: «Lavoro nella sanità, mi hanno costretto a vaccinarmi, ma io non mi fido perché la scienza è manovrata dalla politica e l’informazione è manipolata».

«Siamo pronti a non lavorare fino al 31 dicembre, quando scadrà il decreto Green pass che per noi è un provvedimento criminale», ha promesso Sebastiano Grison, 24 anni. Il giovane fa parte del Clpt: «Io sono vaccinato, ma il diritto al lavoro è di tutti e non me la sento di lasciare a casa persone che per me sono dei fratelli». Trieste ha gli occhi addosso dell’intero Paese. Ma il Clpt è spaccato, tra un’ala dura che punta a battersi a oltranza e quella intenzionata ad alzare bandiera bianca. Le due anime sono alla resa dei conti. E oggi è un giorno decisivo. Gli uomini degli apparati di sicurezza sono convinti che la protesta si spegnerà da sola. —

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