Cinema al 100 percento, le recensioni dei film in uscita giovedì 14 ottobre

Ariaferma: nel carcere in dismissione la guardia Servillo e il boss Orlando di scoprono umani. Scott: l’ultimo duello in salsa protofemminista. Marilyn ha gli occhi neri e uno stomaco che non teme indigestioni.

ARIAFERMA

Regia: Leonardo Di Costanzo

Cast: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane

Durata: 117’

“Ariaferma”. Le parole restano unite, incollate, come se l’immobilità dell’espressione ne risultasse amplificata. E l’aria è davvero ferma dentro a una prigione. Un po’ come il tempo che sembra non scorrere mai. Per questo, in carcere, il lavoro quotidiano, le visite e tutto ciò che può distrarre da una routine imposta dalla colpa, diventano salvezza. Nell’immaginario carcere ottocentesco di Mortana la restrizione della libertà (già eccezionale di suo) diventa ancora più straordinaria quando, nell’operazione di dismissione della struttura, la burocrazia “si scorda” di 13 detenuti e, di conseguenza, degli agenti penitenziari che dovranno, necessariamente, vigilarli: tutti costretti ad aspettare un nulla osta che potrebbe (forse) arrivare già l’indomani, come nel teatro dell’assurdo di Samuel Beckett.

Parte da qui il racconto di Leonardo Di Costanzo: il suo “Ariaferma” è un film importante per come si cala in quella immobilità monolitica, insinuando crepe di umanità che travalicano il confine rassicurante tra guardie e ladri costringendo, infine, a guardare in modo diverso la realtà carceraria e a scardinare il gioco delle parti. Che qui sono rappresentate dall’agente Gargiulo (Toni Servillo) e dal detenuto Carmine Lagioia (Silvio Orlando) che, in condizioni “normali”, resterebbero fedeli al ruolo loro assegnato. Ma a Mortana accade qualcosa di inaspettato: l’ozio dei detenuti e il loro confino nel confino rischiano di mettere a repentaglio quel mondo e di farlo implodere da dentro. Gargiulo, integerrimo e ligio alle regole, lo comprende e, pur tra le riserve degli altri agenti, acconsente che Lagioia, insieme al giovane detenuto Fantaccini, prepari i pasti per gli altri carcerati e per le guardie.

Viene così superata, per la prima volta, una netta linea di demarcazione fino all'impensabile ultima cena tutti insieme, al centro di uno spazio che, non a caso, ha la forma di un cerchio come se le geometrie lineari dei bracci del carcere sbiadissero, sublimando, nel buio di una notte senza elettricità, una comunanza inimmaginabile.

La stessa che, in realtà, unisce il dentro da un fuori che, in fondo, è sempre dentro perché sta all’interno delle medesime mura. “E’ tosta sta’ in galera, eh?”, dice Lagioia a Gargiulo, con quest’ultimo che risponde stizzito “Tu stai in galera, io no”, suscitando nel primo un commento lapidario che sa di verità: “Ah sì?”. In questo scambio di battute si nasconde tutto il dramma di uomini che passano la vita tra le sbarre, per colpa ma anche per semplice lavoro. Leonardo Di Costanzo li osserva con una sguardo che fa della misura la sua cifra, che non giudica (per quasi nessuno dei detenuti si conosce il motivo e la gravità dell’internamento) e che sostituisce al contatto (che il carcere trasforma in qualcosa di raro) altri sensi: il gusto di un pasto “fuori” dal comune, la vista di una tavolata unita e, infine, una inattesa memoria che risale fino all’infanzia. Quando tutti erano innocenti.

Voto: 8

***

MARYLIN HA GLI OCCHI NERI

Regia: Simone Godano

Cast: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Thomas Trabacchi

Durata: 100’

Diego (Stefano Accorsi) sembra remissivo ma quando si arrabbia “sbrocca” di brutto. Clara (Miriam Leone) è una bugiarda patologica e ha estremo bisogno di essere “vista” dagli altri. Sono pazzi? Forse. Anche se, come diceva Basaglia, “visto da vicino nessuno è normale”. “Marilyn ha gli occhi neri” è il personale elogio della follia di Simone Godano (“Marito e Moglie”; “Croce e delizia”) che affida ai due protagonisti le redini di una commedia alla “Si può fare”. Così può accadere che Diego e Clara, insieme ad altri quattro squinternati (anche se Erasmo da Rotterdam li definirebbe alfieri di una pazzia capace di portare felicità all’essere umano), tutti in cura nello stesso centro diurno, si inventino di aprire un ristorante che, in pochi giorni, è sulla bocca di tutti, perché il confine tra azzardi da chef stellato e comportamenti ossessivo-compulsivi, scenate di follia e performance artistiche è talmente labile da trarre in inganno tutti. E se ci si lascia ingannare, anche un piccolo film come quello di Godano, nella consapevolezza dei dei propri limiti (a cominciare da una sceneggiatura esile e da due protagonisti non sempre credibili), male non può fare. Perché anche gli accostamenti più arditi (pizza e fichi, cioccolato e aceto balsamico), possono piacere (in caso contrario, un buon “Gaviscon” farà il resto).

Voto: 6

***

THE LAST DUEL

Regia: Ridley Scott

Cast: Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer, Ben Affleck

Durata: 152’

Nella Francia del XIV secolo, Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) si contendono i favori del vacuo ed edonista Conte D’Alencon (Ben Affleck). Il primo, nonostante l’impegno in battaglia, è destinato a rimanere all’ombra del secondo (più scaltro e politico) che, però, ossessionato dalla bellezza di Marguerite, moglie di de Carrouges, la violenta, pensando di farla franca. Ma la donna rivendica la propria dignità violata, innescando il duello tra i due cavalieri che rimettono all’esito di una feroce giostra, verità e onore (anche se, giammai, quelli della vittima perché anche la sete di vendetta del marito trasuda di egoismo e non di giustizia).

A trentaquattro anni da “I duellanti”, Ridley Scott torna con “The Last Duel” a raccontare una brutale rivalità tra uomini, anche se la sfida è solo un pretesto per sovvertire i canoni dell’epica cavalleresca e smontare le gesta e l’iconografia degli eroi vestiti di armatura e giavellotti. L’integrità morale non appartiene a questo nuovo mondo di Scott: il gladio di Massimo Decimo Meridio non splende più ma arruginisce di fronte alla limacciosa tracotanza dei due scudieri.

Non più simbolo ma oggetto: esattamente come Marguerite, pioniera del “Me Too” e, come tanti precursori, votata a un destino di sofferenza. La riflessione protofemminista si fa largo in un racconto medievale scomposto in molteplici punti di vista (le tre diverse verità percepite dai protagonisti): un meccanismo che, alla lunga, mostra la corda (i 150 minuti si sentono tutti) e sembra costruito solo per approdare al duello finale che Scott, ovviamente, padroneggia come del resto si può legittimamente attendere da un regista del suo calibro e con la sua storia.

A Marguerite non resta che fare da spettatrice (ma sempre e comunque vittima: della violenza prima e delle sue possibili conseguenze dopo) perché lo strupro rimane “un attacco contro il patrimonio dell’uomo tutore” e il diritto, alla fine, cede sempre il passo al potere degli uomini.

Voto: 6

2

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