Inflazione in crescita, l’Europa deve tenerla sotto controllo

Nel momento in cui si sono manifestati gli effetti devastanti della pandemia attivata dal coronavirus, molti paesi dell’Unione Europea (Ue) hanno adottato una politica di deficit spending.

Lo hanno fatto assumendo l’ipotesi che una tale politica sarebbe servita a rimettere in moto le economie europee colpite dagli effetti collaterali della pandemia. Nel contempo tali paesi si auguravano che questi effetti collaterali durassero poco per cui un forte intervento finanziario avrebbe dovuto evitare che si consolidassero dinamiche recessive irreversibili. Bisognava salvare, nei limiti del possibile, i livelli occupazionali attraverso il mantenimento, più o meno completo, dei livelli di consumo. Nel contempo si voleva mantenere bassi i tassi di crescita dell’inflazione. Una inflazione determinata anche dalla rottura di varie filiere produttive. Nella situazione in cui ci si trovava sarebbe stato difficile mantenere i livelli nazionali di inflazione al 2%, livello che la Bce considera funzionale allo sviluppo economico dell’Ue. Le cose non sono andate in tale maniera perché negli ultimi quattro mesi del 2021 i paesi dell’Ue si sono sgranati lungo il percorso. Alcuni di essi (il Portogallo e Malta) sono riusciti, per ora, a mantenere i loro tassi di inflazione entro la soglia del 2%. Entro la soglia del 3% troviamo la Finlandia, la Grecia. La Slovenia, la Francia; poco sopra la soglia del 3% troviamo i Paesi Bassi, l’Italia, l’Austria. Vicini alla soglia del 4% troviamo Cipro, l’Irlanda, il Belgio, il Lussemburgo, la Spagna la Germania. Sopra la soglia del 4% troviamo la Lettonia, la Slovacchia, mentre la Lituania e l’Estonia toccano il livello del 6% (da Il Sole 24 Ore del 2 ottobre). A fronte di questi dati, in movimento verso l’alto, appare abbastanza debole l’affermazione della Bce secondo cui l’inflazione che supera il 2% dovrebbe rientrare una volta che si sono manifestati gli effetti delle politiche di deficit spending, purché tale deficit spending si traduca in investimenti. Tuttavia l’Ue e la Bce hanno deciso di puntare su alcune strategie (transizione tecnologica, politiche energetiche verdi, digitalizzazione). Si tratta di politiche importanti ma che difficilmente potranno produrre i loro frutti in un periodo breve, che è quello compatibile con il mantenimento di una inflazione addomesticabile.


A complicare le cose è giunto il rialzo dei prezzi dell’energia, rialzo che ha conseguenze inflazionistiche. La Germania comincia ad essere sotto pressione, anche perché si manifestano, da parte del mondo del lavoro, richieste di rialzi salariali che potrebbero mettere in difficoltà le imprese, chiamate a fronteggiare una concorrenza severa da parte dei paesi emergenti. A dire il vero sarebbe un guaio se in Germania si mettesse in moto la spirale prezzi-salari, una spirale che potrebbe trasferirsi su molti paesi dell’Ue. Ci vorrebbe una “politica dei redditi” a livello europeo. La domanda è se l’Ue sia capace di fare ciò. —

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