«Spegnendo le macchine le si restituirebbe la dignità»

L’analisi del professor Corrado Viafora, esperto di bioetica dell’Università di Padova «Bisogna evitare scontri ideologici ma attenzione: i familiari non hanno sempre ragione» 

l’intervista

padova


«Il medico non deve fare di tutto per prolungare la vita, deve fare il possibile per garantire la vita nel rispetto della dignità del paziente». Stato vegetativo, stato di minima coscienza, respirazione assistita, sostegno vitale: la vita vissuta a occhi chiusi, con i bip cadenzati dei macchinari, con la sofferenza di chi resta. Corrado Viafora, fondatore del gruppo di ricerca di Filosofia morale e bioetica della scuola di Medicina dell’Università di Padova, quel mondo lo conosce molto bene. L’ha studiato, toccato, vissuto. Conosce i comportamenti dei protagonisti che lo calcano, dai medici ai familiari dei pazienti. Conosce anche il caso di Samantha D’Incà. «Personalmente non ho dubbi nel dire che se si interrompesse uno stato vegetativo come questo, non sarebbe eutanasia ma restituzione della dignità».

Professore, come mai dice questo?

«Perché dopo mesi di osservazione, se si arriva a una diagnosi di stato vegetativo persistente e i familiari argomentano la scelta di spegnere le macchine, è responsabile acconsentire».

Il ruolo della famiglia è così importante in vicende come quella di Samantha?

«La famiglia esprime una volontà, conoscendo la storia di questa ragazza. Cercano di interpretare quello che la paziente sceglierebbe se fosse cosciente. Certo, il desiderio dei familiari non ha valore vincolante ma di certo sono i candidati più idonei a ricostruire la volontà della persona».

Qual è il ruolo del comitato etico?

«Nel rapporto tra volontà dei parenti e indicazioni mediche, interviene il comitato etico con un parere che ha valenza solo consultiva».

Com’è composto un comitato etico?

«C’è una componente medica, infermieristica e anche di altri operatori sanitari. Per metà vengono dal mondo sanitario ma ci sono anche rappresentanti di associazioni, giuristi».

Ci sono medici più radicali nella loro scelta di continuare con le cure anche in casi di stato vegetativo?

«Certo, ci sono. Ne ho visti tanti. Capita spesso che i medici impongano terapie per difendere la loro posizione: non tanto per questioni di valori ma per difendersi da eventuali cause».

In ultima istanza si passa al giudice. Qual è l’orientamento in questi casi?

«Raccolgono gli argomenti di entrambi e forniscono un verdetto che va nella direzione della scelta più rispettosa».

Qual è, invece, il suo orientamento in casi come quello di Samantha?

«Evitare scontri ideologici: noi parenti, noi medici. Quando si creano barricate, la situazione si complica sempre. Ma attenzione: i familiari non hanno sempre ragione».

Ricorda qualche caso?

«Certo, ricordo il caso di una bambina nata a Padova con la sindrome di Down. Aveva un problema cardiaco risolvibile con un intervento molto semplice. I genitori non volevano farlo ma per i medici era indispensabile. Ricordo che siamo ricorsi alla Magistratura perché il miglior interesse della bambina non passava per la decisione di mamma e papà. È il concetto di best interest, il migliore interesse».

Non trova sia irrispettoso quando si innescano iter così lunghi e sfiancanti per arrivare a una decisione?

«Se impostato in maniera ragionevole un percorso lungo va a garanzia della scelta più giusta. Ripeto: bisogna fare di tutto per non arrivare al conflitto. È un rapporto fatto di comunicazione, di empatia, di attenzione ai dati clinici. Non bisogna provare a far passare le proprie idee in modo unilaterale. Solo così si arriva a una linea condivisa. Si decide insieme».

Pensa si siano fatti passi avanti in materia di fine vita?

«Sicuramente. Il Veneto, per esempio, è l’unica regione d’Italia che ha istituito comitati di etica non solo per la sperimentazione ma anche per la pratica clinica, per casi come quello di Samantha». —



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