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«Così 136 adolescenti volevano uccidersi»: la drammatica testimonianza dal numero verde anti-suicidi

Bilancio allarmante per il servizio psicologico della Regione Veneto. «Dad, isolamento, niente aggregazione: un mix micidiale»

PADOVA. Pandemia e suicidi, un binomio che continua a spaventare, se non altro per i numeri. È un trend nazionale confermato anche su scala regionale, grazie al monitoraggio eseguito dal Servizio Psicologico InOltre della Regione Veneto. Da marzo 2020 le richieste di aiuto sono state 5.283. Tra le 350 classificate ad alto rischio di suicidio, ben 136 sono di ragazzi tra 13 e 18 anni, in grave difficoltà psicologica a causa di una concomitanza di fattori tra cui: didattica e distanza, isolamento sociale, mancanza di sport e aggregazione. Il Servizio Psicologico inOltre della Regione Veneto, raggiungibile componendo il numero verde 800 334343, è stato impiegato anche nella lotta contro il Covid, che non produce solo gravi effetti sul fisico, ma che ha anche importanti strascichi sulla psiche delle persone. Lo sa bene Emilia Laugelli, responsabile dell’Unità operativa psicologia clinica ospedaliera dell’Usl 7 Pedemontana e direttrice del servizio anti suicidi della Regione Veneto.

Il numero verde era nato per gli imprenditori in crisi, ora lo usano i depressi del Covid?

«Con tanta lungimiranza era stato creato questo servizio che oggi è fondamentale. In 10 anni sono stati gestiti 13.265 colloqui psicologici telefonici: 5.283 solo nell’anno e mezzo del Covid».

Ci sono 136 chiamate da parte di adolescenti classificati ad alto rischio. Quanto è allarmante questo dato?

«Per noi è un numero importantissimo. Ci chiamano perché non riescono a superare questo momento di difficoltà. Chiamano di sera, sono spaventati. “La mia vita in casa non ha più senso”, dicono. Il post pandemia è stato un momento durissimo per chi aveva già delle fragilità».

Che contesti ci sono dietro quelle telefonate?

«Autolesionismo, abuso di droga o di fumo, attacchi di panico».

Cosa succede, tecnicamente, dal momento in cui una persona chiama?

«Risponde uno psicologo 24 ore su 24, sette giorni su sette. La persona espone il suo problema e l’analista valuta il grado di rischio in una scala da 0 a 5: difficoltà economiche, lavorative, relazionali, familiari. A quel punto ci si mette d’accordo su come fare. La chiamata può chiudersi con una serie di consigli, con un nuovo appuntamento telefonico oppure con una visita a domicilio».

Ma la telefonata è uno strumento efficace per questo genere di situazioni?

«La telefonata è molto efficace, ha un valore terapeutico. È come quando si va al pronto soccorso, con il triage. Ecco, noi al telefono facciamo una specie di triage e poi decidiamo come risolvere il problema».

Quali domande fate a queste persone in difficoltà?

«Dove sei? Cosa stai facendo? Cos’hai fatto finora per risolvere la problematica? Poi è chiaro che se ci dicono che sono in cima a un ponte e si stanno per buttare, noi chiamiamo anche le forze dell’ordine».

C’è qualcuno che non siete riusciti a salvare?

«Fortunatamente no. Abbiamo scaricato le batterie dei telefoni ma siamo riusciti ad aiutarli tutti. Molti di loro si sono ripresi in mano la loro vita.

Com’è attualmente la situazione?

«Durante i mesi estivi abbiamo tirato un po’ il fiato. Le riaperture hanno generato positività ma ora temiamo l’autunno con la questione economica: licenziamenti, gente senza lavoro. Sarà dura, temo».

Cosa dicono le vostre statistiche sulla ripartizione in base al genere e alle età?

«A chiamarci, ad oggi, nel 42% dei casi sono maschi e nel 58% femmine. Il 19% aveva tra 14 e 30 anni; il 34% tra 31 e 50 anni; il 16% aveva più di 71 anni.

I fondi a vostra disposizione sono sufficienti?

«Certo, la Regione Veneto ha recentemente stanziato altri 2 milioni 274 mila euro per il reclutamento di professionisti sanitari, assistenti sociali e psicologi».

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