L’editoriale / Parlare sottovoce

Il ricordo di Christian Menin, annegato in piscina a 6 anni. Domenica quattro squadre hanno giocato a calcio per lui, a Camisano Vicentino. In campo è andata anche la Campodorese, la squadra del suo papà

Accetta ogni tuo sentimento. Butta via il calendario. Non preoccuparti se provi uno stato di torpore. Allontanati un po’ dal lavoro …oppure no. Prega, se puoi. Datti tempo, evita di prendere decisioni significative. Sii gentile con te stesso. Cerca di dormire. Ricordati di mangiare, resta idratato. Moderati nel bere e nell’assumere farmaci. Diventa un attivista. Accendi una candela.

Su internet c’è di tutto. C’è anche pagine come questa, scritta da 32 autori, un mosaico di istruzioni, forse ingenue, ma in buona fede, per “sopravvivere alla morte di un figlio”. Un kit per l’impresa più difficile: sopravvivere. Tra i consigli c’è anche quello di organizzare un evento in memoria: una festa, una cena, un concerto. Oppure lo sport. Per chi ci riesce, per chi resiste. Ogni lutto ha la sua storia, dal ripiegamento su se stessi all’apertura al mondo. Tutto è legittimo, niente stona.

Christian Menin aveva solo sei anni. Abbiamo scritto tanto di lui. È annegato nelle piscine di San Pietro in Gu, alcuni giorni fa. Domenica quattro squadre hanno giocato a calcio per lui, a Camisano Vicentino. In campo è andata anche la Campodorese, la squadra del suo papà. Semifinali, finali, premiazioni. E i bambini. Prima hanno accompagnato i loro padri in campo, mano nella mano. Poi hanno liberato palloncini bianchi in cielo.

Frequenta un luogo che piaceva al tuo bambino: tipo un parco, una spiaggia. Crea una pagina web. Fai donazioni. Parla con un terapeuta, condividi il tuo dolore oppure preservalo. In Toscana, per ricordare un ciclista di sedici anni ucciso nello scontro con un camion, un padre organizzò un gruppo in bicicletta. Salirono in cima a un monte, piantarono un abete. E poi l’addobbarono: era la mattina di Natale del 2017.

Non c’è una soluzione, non c’è un modo. Possiamo condividere in superficie un dolore del quale non registriamo la profondità. Possiamo restare sul bordo di quell’abisso. E parlare sottovoce, senza allontanarci.

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