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Caporalato in fabbrica, il racconto dello schiavo: “Ho lavorato 265 ore, me ne hanno pagate 68”

In busta paga è finito un terzo di quanto avrebbe avuto diritto. Si è ribellato ed è stato picchiato e abbandonato sulla statale. Guardando quella foto scattata a lui il 25 maggio 2020 viene da chiedersi quale fosse la sua storia, quale la sua quotidianità. Ma affrontando il suo racconto è difficile immaginare qualsiasi altra parola che non sia “schiavitù”

PADOVA- Lavorare per lavorare, per lavorare. E pagare tutto, persino i documenti per la residenza, che qualsiasi comune consegna dietro pagamento di pochi euro di marche per le marche da bollo.

Invece Bilal (nome di fantasia), l’uomo abbandonato sulla strada con i polsi legati dopo il pestaggio, ha dovuto pagare anche quelli.

«La documentazione per la residenza l’ho ottenuta solo dietro il compenso di 500 euro», ha messo a verbale davanti ai carabinieri che lo interrogavano. L’esattore era Arshad Badar, il pachistano titolare della B.M. Service, che forniva a Grafica Veneta i lavoratori per l’ultimo miglio della stampa dei libri: l’impacchettamento e l’etichettatura.

Guardando la foto scattata a lui il 25 maggio 2020, giorno in cui è stato trovato malconcio sulla statale, viene da chiedersi quale fosse la sua storia, quale la sua quotidianità. Ma affrontando il suo racconto è difficile immaginare qualsiasi altra parola che non sia “schiavitù”.

Le risultanze complessive del mese di marzo relative all’orario di lavoro di Bilal, mostrano come la B.M. abbia denunciato e quindi pagato un totale di 68 ore, pari a 4 ore al giorno come previsto dal suo contratto. Il problema è che il totale effettivo di ore lavorate in quel mese ammonta a 265,5, con una differenza quindi 197,5 ore che non figurano nei registri e non sono mai state pagate. Praticamente gli veniva pagata un’ora ogni quattro.

“Volendo quantificare in denaro gli è stata riconosciuta una busta paga di 549 euro quando avrebbe avuto diritto a 1.690 euro”, scrivono gli investigatori.

«Badar trattiene a tutti 120 euro mensili per l’affitto» racconta l’operaio agli investigatori. «Il numero delle ore lavorate non corrisponde mai con quelle in busta paga. Abbiamo lavorato mediamente dalle 12 alle 14 ore al giorno ma ce ne venivano contabilizzate molte di meno. Inoltre Badar trattiene delle somme anche dalle buste paga, quindi alla fine come stipendio percepisco circa 500 euro».

Molti dei dipendenti della B.M. Service avevano infatti l’obbligo di fornire ai caporali il codice pin delle loro tessere bancomat, in modo da consentire prelievi periodici che andavano ad abbassare ancora di più il loro già misero salario.

Dietro a questa sottomissione ci sono storie umane. Dice Bilal: «Nonostante lo stato di sfruttamento a cui io e gli altri dipendenti pachistani siamo sottoposti, non ci siamo mai lamentati perché tutti abbiamo una famiglia in Pakistan da mantenere. Ma a tutto c’è un limite».

Questo limite viene raggiunto il 20 maggio 2020, quando Bilal e altri si recano dai sindacati a Padova per denunciare la grave situazione. Un gesto di ribellione che pagheranno a caro prezzo, perché dopo qualche ora saranno pestati nel loro alloggio, legati, derubati di tutti i documenti, picchiati ancora una volta. Una rappresaglia da squadraccia, per far capire ancora una volta, se ancora ce ne fosse bisogno, chi comandava.

Del resto, è proprio Arshad  Badar che il 21 luglio spiega in una telefonata il senso di quell’azione violenta: «Avevo un po’ di casino con gli operai in fabbrica, li abbiamo picchiati e mandati via perché quando ci sono operai che lavorano da tanto tempo, iniziano a fare casino con le varie richieste. Questi nel momento in cui capiscono di essere in regola in Italia iniziano a creare problemi».

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