Caporalato, blitz alla Grafica Veneta Arrestati due manager dell’azienda

Turni da 12 ore e pestaggi per gli operai pachistani di una ditta trentina che lavora in appalto per il colosso di Trebaseleghe

padova

Il maghetto Harry Potter, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, Papa Francesco. Mani stanche impacchettavano i volumi freschi di stampa con in copertina i volti patinati di questi personaggi da best seller. Erano squadre di operai pachistani a svolgere l’ultima fase della produzione nello stabilimento della Grafica Veneta Spa, fiore all’occhiello dell’economia veneta. Eppure le condizioni di lavoro erano proibitive, con turni da 12 ore, sette giorni su sette, e paghe da meno di 600 euro al mese. C’erano i caporali a governare questo sistema con pestaggi, rapine, sequestri di persona, vessazioni nei dormitori. Il tutto normato da un regolare contratto di appalto con un’azienda gestita da pachistani che forniva la manodopera garantendo prezzi imbattibili. «Avevano trovato il modo per delocalizzare la produzione, nonostante questi lavoratori prestassero servizio proprio dentro lo stabilimento della stessa Grafica Veneta», ha spiegato Antonino Cappelleri, capo della Procura di Padova.




I carabinieri di Padova hanno arrestato 11 persone, tra cui nove pachistani e due colletti bianchi, i vertici aziendali: ai domiciliari sono finiti l’amministratore delegato Giorgio Bertan, 43 anni di Camposanpiero e Giampaolo Pinton, 60 anni di Santa Giustina in Colle, direttore dell’area tecnica. Secondo il canovaccio investigativo tracciato da carabinieri e Procura i due manager non solo erano a conoscenza di tutto, ma hanno fatto anche il possibile per ostacolare gli accertamenti dell’autorità giudiziaria. Prova ne è che il terzo italiano indagato in questa brutta storia di lavoro a basso costo e diritti negati, è Cristian Gasparini, 48 anni, di San Donà di Piave, titolare di una ditta informatica che all’interno di Grafica Veneta gestiva i dati dei badge di entrata e uscita, dunque gli orari di lavoro dei dipendenti. A lui è stato chiesto di nascondere, cancellare, di non rispondere alle domande.



Questa dinamica, nata nelle pieghe di un mercato di lavoro sempre più su scala globale, durava almeno dal 2018, forse anche dal 2015, come sospettano gli investigatori. C’è una data che segna la svolta, dopo anni di soprusi: il 25 maggio 2020. Lungo la statale per Piove di Sacco i carabinieri trovato un operaio pachistano con le mani legate dietro la schiena: il corpo pieno di ematomi, spogliato di tutti gli averi. Poco dopo altri connazionali si presentano al pronto soccorso e riferiscono di essere stati picchiati. Il colonnello Luigi Manzini, comandante provinciale, capisce che i due eventi potrebbero essere collegati. L’intuizione si rivela vincente, perché tutti quei pachistani lavorano alla Grafica Veneta di Trebaseleghe e sono dipendenti della “B.M. Services” di Lavis (Trento), specializzata nel confezionamento e finissaggio di prodotti per l’editoria, di proprietà di Arshad Badar e Asdullah Badar, padre e figlio di 54 e 28 anni.

Nell’indagine entrano anche i militari del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia, i quali hanno accertato che gli operai venivano assunti con regolari contratti di lavoro, ma prestavano servizio anche fino a 12 ore al giorno, senza pause, ferie, né altra tutela. Erano costretti a pagarsi l’affitto per 150 o 200 euro al mese, per vivere ammassati anche in venti per appartamento. Padre e figlio potevano contare su un gruppetto di caporali che materialmente gestivano il personale, con minacce e sopraffazioni. I lavoratori, inoltre, erano costretti a dare ai titolari della B.M. Services i codici dei loro bancomat, accettando che periodicamente venissero effettuati prelievi che andavano ad abbassare ancora di più il già misero salario.



Si diceva del 25 maggio 2020 ma perché quella data? Perché quel giorno avviene un regolamento di conti. I caporali vengono a sapere che un gruppo di operai si è rivolto al sindacato. Sono stanchi, non intendono più tollerare le condizioni di sfruttamento a cui sono obbligati a sottostare. Un sussulto di ribellione dopo anni a capo chino. Pagano a caro prezzo questa decisione. Vengono pestati, derubati, ammanettati. Le minacce di morte arrivano persino ai familiari in Pakistan. È in questa linea di frattura che penetrano gli investigatori, con la decisione di chi vuole a tutti i costi spezzare le catene. Entrano alla Grafica Veneta, iniziano ad acquisire la documentazione, a interrogare gli operai. Un’altra azienda, la Barizza International di Loreggia, si avvale dello stesso personale. Non viene però rilevata la situazione riscontrata alla Grafica Veneta. «Qui siamo in Europa, non in Pakistan», dice al telefono Arshad Badar mettendo in guardia uno dei suoi scagnozzi. Trebaseleghe, provincia di Islamabad. —



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