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Jerry Calà: «I miei settant’anni senza rimpianti. Dopo i cinepanettoni tanti incontri fantastici»

Festa all’Arena di Verona con gli amici di sempre da Mara Venier a J-Ax. «E il pubblico canterà con noi le più belle canzoni italiane»

VENEZIA. Jerry Calà con tanti ospiti festeggerà i suoi 70 anni appena compiuti e il suo mezzo secolo di carriera all’Arena di Verona, domani, martedì 20 luglio, alle 21, con una festa: “Buon compleanno, Jerry!”.

Calà, l’Arena, la reunion dei Gatti di Vicolo Miracoli, tanti ospiti, non ha badato a spese per suo compleanno.

«Veramente. Con l’affetto dell’Arena e della città di Verona e con tutta l’organizzazione stiamo preparando una serata molto bella che porterà leggerezza in un momento in cui ne abbiamo bisogno per ripartire stando insieme. Il pubblico sarà protagonista perché canterà con noi le canzoni più belle della storia della musica italiana».

Sul palco sarà circondato da amici.

«Cominceremo con la reunion dei Gatti di Vicolo con Umberto Smaila, Franco Oppini e Nini Salerno. Poi, ci saranno Mara Venier, Sabrina Salerno, Maurizio Vandelli dell’Equipe 84, Shel Shapiro dei Rokes, Fausto Leali, Ivana Spagna, Gigliola Cinquetti, Fabio Testi, Massimo Boldi, Ezio Greggio, J-Ax e Katia Ricciarelli. Non mancherà la mia Superband e la Verona Young Orchestra, composta da 70 musicisti e diretta da Diego Basso. I prezzi dei biglietti sono popolari perché è un momento in cui bisogna incoraggiare la gente a tornare agli spettacoli».

Che effetto le farà esibirsi nella sua Verona?

«Sono tornato a viverci da più di 20 anni. Sono molto grato a questa città che mi ha adottato e mi vuole bene. Festeggiare i 70 anni e i 50 di carriera all’Arena per me sarà proprio la ciliegina sulla torta, un grande onore».

Con i Gatti come arrivò a “Non Stop” di Enzo Trapani?

«All’epoca quando andavamo a proporre i nostri pezzi comici per i programmi televisivi storcevano il naso, dicendo che non erano adatti alla Rai. Poi Enzo Trapani ci venne a vedere a teatro e si innamorò di noi. Fu molto contento di averci nella sua trasmissione su Rai1. Non era facile riprenderci perché eravamo in quattro ed era necessario trovare il modo di seguire tutti i nostri movimenti con le telecamere. Lui è riuscito a renderci televisivi e a portarci al successo».

Ha lasciato i Gatti al massimo del successo, come mai?

«Dopo 10 – 11 anni insieme cominciava a esserci qualche diversità di opinione sulla nostra carriera. Dopo due film di successo con i Gatti, il grande Carlo Vanzina, che purtroppo non c’è più, insieme a suo fratello Enrico mi disse che i produttori mi volevano come attore protagonista. Per me fu una decisione dolorosa, ma non potevo perdere un treno di quelli che passano una volta nella vita. Alla fine i Gatti mi hanno capito e siamo tornati più amici di prima».

Il successo è arrivato subito con “Vado a vivere da solo”, se l’aspettava?

«La gente mi voleva bene, tutta Italia ripeteva i miei tormentoni ma non era detto. Quando arrivò il successo del mio primo film da protagonista fu veramente una grande gioia».

Perché in Italia gli attori comici sono sempre sminuiti dalla critica?

«Credo che sia una costante provinciale della critica italiana. In America i comici sono molto apprezzati anche perché si sa che sono bravissimi anche a interpretare ruoli drammatici. Io stesso ho dimostrato di sapermi confrontare con ruoli seri con “Diario di un vizio” di Marco Ferreri con il quale ho vinto il premio della critica italiana al Festival di Berlino. Mi fece i complimenti anche il grande regista tedesco Werner Herzog».

Come mai a un certo punto ha deciso di smettere con i cinepanettoni?

«Avevo già fatto l’esperienza di gruppo e visto che anche il cast di “Yuppies” era diventato un gruppo, volevo tornare a fare le cose da solo. Ho sbagliato dal punto di vista economico però gli errori ti portano anche a fare degli incontri fantastici, come è successo a me con Marco Ferreri che mi ha fatto venire la voglia di fare il regista».

Ha dei rimpianti?

«Non sono uno da grandi rimpianti, nostalgie o ripensamenti. Credo che le cose succedono perché devono succedere. Faccio mia una frase di una canzone di Pierangelo Bertoli, che era un mio caro amico: vivo “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”».

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