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Italia campione d’Europa: la mano del veneziano Gianni Vio e il corner del destino

Gianni Vio, nello staff tecnico di Mancini

Il mestrino è il guru dei calci piazzati nello staff azzurro: «Su quel calcio d’angolo ben calciato da Berardi tutti sono entrati con i tempi giusti. I rigori? No, lì non c’entro, ma la sciocchezza l’ha fatta l’Inghilterra: solo noi avevamo nervi saldi e grande personalità»

VENEZIA. Nell'Italia che ha vinto gli Europei, ad alzare la coppa è stato anche un veneziano voluto nello staff tecnico proprio da Roberto Mancini. Gianni Vio, 68 anni, ex bancario (lavorava in una filiale Unicredit di Mestre), già in panchina a Quinto di Treviso e all’Edo Mestre, si sta godendo in queste ore le emozioni del più prestigioso successo della carriera. Lui, che ha girato il mondo insegnando la strategia sulle palle inattive, e ha avuto un ruolo preziosissimo anche in questa edizione della rassegna continentale, leggi il gol di Pessina e, buon ultimo, quello di Bonucci in finale. Ieri mattina è sbarcato a Fiumicino con il gruppo che ha riportato in Italia il trofeo dopo 53 anni. «Parlo per me, però si fa fatica a realizzare ciò che abbiamo fatto», ammette. «È tutto un susseguirsi di emozioni, in mezzo a un evento che vivi e ti travolge un po’. Domenica poi la finale, Wembley, i 60 mila inglesi contro di noi. Me ne renderò conto tra qualche giorno».

E pensare che Mancini puntava da tre anni alla finale.

«Fin dal primo giorno ci ha sempre creduto, l’ha sempre detto e portato avanti come obiettivo e senza stressare. Un punto di forza per tutto il gruppo, con serenità e convinzione nei propri mezzi, ma senza mai superbia».

Al contrario degli inglesi.

«Non mi hanno toccato i fischi sul nostro inno. Ho applaudito poi apposta quello inglese. Pensavamo a noi e non a loro. Una soddisfazione nella soddisfazione vedere che hanno perso il loro famoso fair play, che poi è più di facciata che di sostanza. Ho lavorato due anni in Inghilterra, e loro si sentono superiori agli altri sempre, in particolare con noi italiani. Credo che soffrano la nostra fantasia e allegria».

Ci racconta la festa dopo la partita?

«Devo riordinare i ricordi. Penso ai giocatori, ragazzi meravigliosi: tanti che piangevano dalla gioia. E se la sono goduta tutta. Ragazzi in gamba guidati da Bonucci e Chiellini, che sono i padri di questa squadra. Hanno trasmesso la loro voglia di vincere. Al di là delle canzoni e dei cori anche in aereo al rientro, la forza di questo gruppo è stata la non esaltazione. E ha fatto piacere che ci fosse pure Spinazzola».

Ha pesato la figura di Vialli nello staff?

«È stata importantissima, ma non ne parlo perché provo un senso di pudore verso ciò che ha passato, va rispettato. Lui è sicuramente un uomo che trasmette valori importanti. Quando parla ti fa piangere».

Lei, però, è il mago delle palle da fermo.

«Resto un passo indietro. Chiaramente abbiamo lavorato molto su questo aspetto, però è più importante sottolineare la voglia dei giocatori e le loro qualità. I gol sono stati direttamente proporzionale alla loro applicazione e dedizione. Su quello di Bonucci, Berardi ha calciato bene il pallone, ma poi tutti sono entrati in area per fare gol».

Ha lavorato pure sui rigori?

«Nelle statistiche entrano pure quelli come palle inattive, ma non c'entro. La vera sciocchezza l'ha fatta l'Inghilterra, dando a dei ragazzini di 19 anni il peso di andare a calciarli, quando invece servono nervi saldi e una grossa personalità».

Una parola su Donnarumma?

«Immenso, 'Gigione' è qualcosa di straordinario. Lo conosco da quando ero a lavorare al Milan e lui aveva 16 anni. Si allenava con la prima squadra, e già allora tutti i giocatori volevano lui in porta e non i titolari. Ha una semplicità unica. Una buona fetta dell’Europeo è nelle sue mani. Domenica non è stato solo straordinario nel parare i rigori, perché le sue uscite sui corner sono state perfette, quando gli inglesi ci sovrastavano dal punto fisico».

Ha ricevuto messaggi?

«Si. Da Zenga con cui ho spesso lavorato, da Semplici perché ero al suo fianco alla Spal e pure dal Messico».

Gli inglesi dicono di aver dominato?

«I dati statistici dicono che abbiamo avuto un triplo indice di pericolosità. Loro hanno segnato dopo 2’ e poi fatto catenaccio con cinque difensori e due mediani. Meritavamo di vincere entro il 90’. In questo Europeo tanti hanno cercato di sminuirci, dandoci delle scartine. Beh, eccoci qua. Ma dietro tutto e tutti, il vero artefice del successo è stato Mancini». Simone Bianchi

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