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Il Veneto inquinato e perché il caso C&C di Pernumia è una grande schifezza

©2021 FOTO ZANGIROLAMI

È l’emblema di un altro Veneto rispetto a quello dei primati economici: una regione devastata da decenni da inquinatori senza scrupoli, che l’hanno ridotta a una puteolente pattumiera, incuranti dei guasti provocati ai luoghi e alle persone, per coltivare i propri sporchi interessi

PERNUMIA (PADOVA). La Grande Schifezza. La vicenda dell’ex C&C di Pernumia, nel Padovano, di cui in questi giorni è iniziato il risanamento, non è solo uno scandalo colossale dovuto alla spregiudicatezza di autentici predoni dell’ambiente.

È l’emblema di un altro Veneto rispetto a quello dei primati economici: una regione devastata da decenni da inquinatori senza scrupoli, che l’hanno ridotta a una puteolente pattumiera, incuranti dei guasti provocati ai luoghi e alle persone, per coltivare i propri sporchi interessi. Con puntuale connessione alla delinquenza organizzata: siamo l’area italiana con la più elevata presenza di ecomafie, segnala il Centro ricerche sulla criminalità della Cattolica di Milano. Disgustoso primato.

Sedici anni di veleni segnano il percorso della C&C: tanti ne sono passati dal sequestro dei capannoni. E ce ne vorranno almeno un altro paio per svuotare la fabbrica dalle 44mila tonnellate di scorie tossiche accumulate.

Costerà 14 milioni ripulirla; ma a pagare saremo tutti noi, tramite la Regione riuscita a venirne a capo. I responsabili del reato, invece, se la caveranno gratis: processati, in primo grado erano stati puniti con undici condanne, ma le pene che avrebbero dovuto scontare sono decadute per decorrenza dei termini. Quanto al risarcimento, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato: l’azienda è fallita, dunque dovrà accollarselo la comunità.

Purtroppo è tutt’altro che un perfido caso isolato. La mappa aggiornata al 2020 dell’Arpav, l’agenzia regionale per l’ambiente, censisce qualcosa come 2. 891 siti potenzialmente contaminati, per la maggior parte concentrati nell’area centrale tra Padova, Venezia, Treviso e Vicenza.

“Potenzialmente” significa che in ciascuna di quelle aree è presente almeno un valore superiore alle concentrazioni-soglia di contaminazione; dunque, una zona a rischio. Una venefica sequenza di industrie, attività commerciali, discariche, dove una perversa confraternita di inquinatori ha riversato ogni sorta di scarti senza preoccuparsi delle ricadute: spesso per risparmiare sui costi di smaltimento, non poche volte per lucrarci sopra.

Con alcune situazioni al limite, ben più gravi di quella di C&C: basti pensare ai Pfas, acidi usati nei processi industriali e poi disinvoltamente sversati per decenni nei suoli e nelle falde acquifere del Padovano, del Vicentino e del Veronese. Con un bilancio eloquente: 180mila chilometri quadrati inquinati, per un complesso di 50 comuni e 350mila abitanti coinvolti, un danno da 136 milioni.

Ma ci sono altre storie non meno nefaste, che vengono da molto più lontano nel tempo: come quella dell’ex Tricom di Tezze sul Brenta, definita la piccola Chernobyl del Veneto: il più grave caso di inquinamento delle falde da cromo esavalente d’Europa, protrattosi dal 1974 al 2003. E risale agli anni Sessanta la vicenda delle ex cave d’argilla nell’area di Mestre, utilizzate per scaricarvi i rifiuti industriali di Porto Marghera, e poi diventate aree di espansione urbanistica. “Progresso scorsoio”, l’ha bollato Andrea Zanzotto con una delle sue geniali invenzioni linguistiche, ricordando che “salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi lo abita”. In troppi, divorati dalla “auri sacra fames”, hanno scelto di svenderla.

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